I BEATI ANNI DEL CASTIGO, ROMANZO DI FORMAZIONE DI FLEUR JAEGGY, RIELABORA GLI ANNI PASSATI IN UN COLLEGIO DELLA SVIZZERA DI ROBERT WALSER

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I beati anni del castigo (1989)


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Jaeggy Fleur, I beati anni del castigo
Adelphi, 1993
Gli Adelphi, 107 p.
Euro 6,20

a narrativa del novecento, quella alta, s’intende, offre una pletora di collegi, tutti però declinati al maschile: dal Saint-Augustin di Larbaud al Leoncio Prado di Vargas Llosa, per tacere di Musil. Il collegio per signorine è appannaggio, a tutto ben andare, della letteratura rosa.

Coraggio o bizzarria, questo romanzo è ambientato, per la più parte, in un istituto femminile.

La storia è lineare: l’io narrante, che si presenta come una donna matura, racconta in prima persona il proprio trascorrere dall’infanzia all’adolescenza in una teoria di collegi svizzeri. Interna dall’età di otto anni, la protagonista (ma è una falsa protagonista, si vedrà, una donna dello schermo), sembra aver perduto quasi il contatto con la realtà. A suo modo rassegnata, o assuefatta, seppure scossa da conati di ribellismo, alberga mediocri fantasie, offre mediocri risultati. La madre lontana la vorrebbe invece educata a un rigore teutonico, e insiste per assicurarle compagne di stanza tedesche.

Eh no, la storia non è affatto lineare: nel racconto entra prepotentemente Fréderique, compagna maggiore d’età e d’esperienze, che ruba la scena alla narratrice, così che quella ch’era sembrata un’autobiografia diventa biografia en abîme dell’amica.

Fréderique ha lineamenti netti, imperiosi, assomma in sé i talenti della razza, fin de race, eppure «Immobile, sembra velata.» Impossibile non amarla.

prire la copertina di questo piccolo libro è come aprire il cancello che porta al Bausler Institut, nell’Appenzell, dove la trama di questo racconto traccia sulla neve svizzera orme profonde.
Il racconto è un monologo: la voce di un ricordo che, come un Bolero di Ravel, torna sottovoce dalle mura del Collegio, narrando a ritmo lento e in costante ascesa le introspezioni di una giovane educanda. Le pagine del libro si tramutano nelle pagine del suo diario intimo che, con una scrittura meticolosa, fredda, quasi clinica, sonda nella psiche delle compagne, indaga i metodi educativi e ricama, come una fitta rete, soprattutto sul rapporto con Frederique, un’educanda nuova, irresistibilmente carismatica, fatale, forse minacciosa.
Frederique è elegante, raffinata, “nichilista senza passione”, affascinante. Porta all’amica più giovane una visione delle cose già adulta e disincantata, diventando così per lei quella che sa come varcare la soglia dell’adolescenza, per fuggire dal limbo voluto per la sua educazione. Allo stesso tempo Frederique rappresenta il sentimento, un amore celato e muto, forse condiviso.
Come saperlo? Il loro rapporto è ripercorso solo attraverso gli occhi e la mano dell’unica che racconta e descrive: nello svilupparsi lento e spietato di un assolo unilaterale, il rapporto si è svolto per giri di vite stancanti, prosciuganti, che non hanno lasciato spazio a nient’altro.
Così il lettore, preso dal crescendo armonico del racconto, si trova ad origliare e a spiare, e ad essere condotto per mano, nella sala settoria dei sentimenti, ad aspettare l’esito finale.
La scrittura di Fleur Jaeggy affascina per come intesse, con ritmo sorprendentemente musicale, la sua favola nordica. E’ un linguaggio ricco e nello stesso tempo sobrio che induce alla riflessione.
Il collegio, coda o appendice cieca del mondo, ammette due variabili estreme, marcire o rigenerarsi. Fra le lezioni la promiscuità il sonno e le passeggiate, «un’arcadia della malattia», l’universo di Fréderique si rivela per accenni ominosi, mentre la narratrice è generosa di se stessa, un libro aperto (ne diffideremo mai abbastanza? Di quali eccessi sarà capace la nostra mediocre protagonista?).

Sarà capace d’amore, esclusivo, mai dichiarato, mai inteso come carnale, un amore ascetico per eccesso di perfezione, o se vogliamo un amore verso quella perfezione che Fréderique incarna E non si tratta di passione omofila, perché l’identità personale di amante e amata viene oltrepassata e rinnegata.

Protagonista e deuteragonista – l’innominata narratrice è un Watson più sottile del suo Holmes – si avvicendano, si avvitano in una doppia elica: la protagonista giunge a cercare d’imitare l’inimitabile Fréderique, fino ad identificarsi con lei nel più intimo dei gesti pubblici, la grafia. Ma entrambi si affacciano e si ritraggono sull’orlo invitante dell’abisso, in una danza goffa e struggente. L’amore è schiavitù, e se l’istinto a sfuggirlo prevale, si sarà comunque assolti.

Un fuoco di questa storia ellittica è la beatitudine, quella che consiste tutta nel guardare e guardarsi. L’altro è l’attenzione al tempo che scorre, così minuziosa da arrestarlo e cristallizzarlo. Vorremmo chiamarlo un romanzo di formazione, se una formazione avvenisse: invece ogni attesa è denegata e derisa. La protagonista impara che la via dell’indugio e della diversione è la sola che conduca a una qualche meta.

Dopo gli addii a fine anno, che ne sarà delle due amiche? Da adulta, la protagonista ritroverà una Fréderique in un diruto casamento di Parigi, la folle e abbrutita, che parla coi morti e gioca col fuoco. Dai racconti impassibili della madre di Fréderique apprenderà che i giochi col fuoco si sono spinti fino alla mania incendiaria e omicida. E i conti torneranno, chiudendo il cerchio. La follia che negli occhi adolescenti di Fréderique danzava come uno sfarfallio di neve è esplosa nel mondo esterno con tutta la sua virulenza. Questa è la forma finale della sua paradossale perfezione.

«Ve l’avevo detto», sembra insinuare l’autrice, e sorge la tentazione di ripercorrere il romanzo per cercare altri segni premonitori.

Forse la premonizione della follia è il vertice di quei saperi femminili che emergono lungo l’arco della vicenda, facendosi largo a fatica tra la benedetta ignoranza adolescenziale, quella che pilota verso le prove e le scoperte.

Fra la storia e il suo esito, lo stile apparentemente algido di Fleur Jaegy, il linguaggio terso, l’arte di scrivere cose terribili senza batter ciglio, senza mostrare emozione (che è cosa ben diversa dal non provare emozione).

Tutto è ormai trascorso irrimediabilmente, anche se la riverberazione dolorosa dell’imperfetto si propaga verso il passato remoto e verso il presente. Voci controllate e non sovrapponibili ridicono le stesse ottuse verità: quella stridente della direttrice, quella carsica dell’io narrante, quella priva d’armoniche di Fréderique.

E, in questo romanzo che gira su se stesso come un sasso rivoltato dalla marea, forse il vero epilogo è l’incipit, l’ovattata rivendicazione d’un desiderio, quello d’esser trovati morti, come Robert Walser, nella neve.(G.A.)

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 04 novembre 2002
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Massimo Tarana, (HEXEREE@FASTWEBNET.IT), Milano, 29/04/'04

Essenziale ed elegante opera dark ambient.

Giulia Tagliaferri, (giuly.max@tiscali.it), Monza, Milano, 1/12/2003

E' molto noioso, ma soprattutto pesante. Nobn sono riuscita a leggerlo tutto. quindi se dovete iniziarlo non leggetelo! -

Flavio Tartero (flaviotartero@virgilio.it), Fusine (So) 10/01/03

Caotico e confuso. A prescindere dalla trama inquietante lo stile ne impoverisce molto il significato. Il flusso di coscienza espresso non è chiaro. Noi non siamo nella mente dell'autrice! Ed il rapporto della protagonista con Frederique non è verosimile, quest'ultima aveva offereto molti segnali inquietanti già prima del tentativo d'incendio alla casa di sua madre, possibile che la protagonista non se ne sia accorta e non abbia preso preventivamente le distanze da una compagna delgenere?




http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Sab, 7 ott 2006

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