Jaeggy Fleur, I beati anni del castigo
Adelphi, 1993
Gli Adelphi, 107 p.
Euro 6,20
a narrativa del novecento, quella alta, sintende, offre una pletora di collegi, tutti però declinati al maschile: dal Saint-Augustin di Larbaud al Leoncio Prado di Vargas Llosa, per tacere di Musil. Il collegio per signorine è appannaggio, a tutto ben andare, della letteratura rosa.
Coraggio o bizzarria, questo romanzo è ambientato, per la più parte, in un istituto femminile.
La storia è lineare: lio narrante, che si presenta come una donna matura, racconta in prima persona il proprio trascorrere dallinfanzia alladolescenza in una teoria di collegi svizzeri. Interna dalletà di otto anni, la protagonista (ma è una falsa protagonista, si vedrà, una donna dello schermo), sembra aver perduto quasi il contatto con la realtà. A suo modo rassegnata, o assuefatta, seppure scossa da conati di ribellismo, alberga mediocri fantasie, offre mediocri risultati. La madre lontana la vorrebbe invece educata a un rigore teutonico, e insiste per assicurarle compagne di stanza tedesche.
Eh no, la storia non è affatto lineare: nel racconto entra prepotentemente Fréderique, compagna maggiore detà e desperienze, che ruba la scena alla narratrice, così che quella chera sembrata unautobiografia diventa biografia en abîme dellamica.
Fréderique ha lineamenti netti, imperiosi, assomma in sé i talenti della razza, fin de race, eppure «Immobile, sembra velata.» Impossibile non amarla.
prire la copertina di questo piccolo libro è come aprire il cancello che porta al Bausler Institut, nellAppenzell, dove la trama di questo racconto traccia sulla neve svizzera orme profonde.
Il racconto è un monologo: la voce di un ricordo che, come un Bolero di Ravel, torna sottovoce dalle mura del Collegio, narrando a ritmo lento e in costante ascesa le introspezioni di una giovane educanda. Le pagine del libro si tramutano nelle pagine del suo diario intimo che, con una scrittura meticolosa, fredda, quasi clinica, sonda nella psiche delle compagne, indaga i metodi educativi e ricama, come una fitta rete, soprattutto sul rapporto con Frederique, uneducanda nuova, irresistibilmente carismatica, fatale, forse minacciosa.
Frederique è elegante, raffinata, nichilista senza passione, affascinante. Porta allamica più giovane una visione delle cose già adulta e disincantata, diventando così per lei quella che sa come varcare la soglia delladolescenza, per fuggire dal limbo voluto per la sua educazione. Allo stesso tempo Frederique rappresenta il sentimento, un amore celato e muto, forse condiviso.
Come saperlo? Il loro rapporto è ripercorso solo attraverso gli occhi e la mano dellunica che racconta e descrive: nello svilupparsi lento e spietato di un assolo unilaterale, il rapporto si è svolto per giri di vite stancanti, prosciuganti, che non hanno lasciato spazio a nientaltro.
Così il lettore, preso dal crescendo armonico del racconto, si trova ad origliare e a spiare, e ad essere condotto per mano, nella sala settoria dei sentimenti, ad aspettare lesito finale.
La scrittura di Fleur Jaeggy affascina per come intesse, con ritmo sorprendentemente musicale, la sua favola nordica. E un linguaggio ricco e nello stesso tempo sobrio che induce alla riflessione.
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Il collegio, coda o appendice cieca del mondo, ammette due variabili estreme, marcire o rigenerarsi. Fra le lezioni la promiscuità il sonno e le passeggiate, «unarcadia della malattia», luniverso di Fréderique si rivela per accenni ominosi, mentre la narratrice è generosa di se stessa, un libro aperto (ne diffideremo mai abbastanza? Di quali eccessi sarà capace la nostra mediocre protagonista?).
Sarà capace damore, esclusivo, mai dichiarato, mai inteso come carnale, un amore ascetico per eccesso di perfezione, o se vogliamo un amore verso quella perfezione che Fréderique incarna E non si tratta di passione omofila, perché lidentità personale di amante e amata viene oltrepassata e rinnegata.
Protagonista e deuteragonista linnominata narratrice è un Watson più sottile del suo Holmes si avvicendano, si avvitano in una doppia elica: la protagonista giunge a cercare dimitare linimitabile Fréderique, fino ad identificarsi con lei nel più intimo dei gesti pubblici, la grafia. Ma entrambi si affacciano e si ritraggono sullorlo invitante dellabisso, in una danza goffa e struggente. Lamore è schiavitù, e se listinto a sfuggirlo prevale, si sarà comunque assolti.
Un fuoco di questa storia ellittica è la beatitudine, quella che consiste tutta nel guardare e guardarsi. Laltro è lattenzione al tempo che scorre, così minuziosa da arrestarlo e cristallizzarlo. Vorremmo chiamarlo un romanzo di formazione, se una formazione avvenisse: invece ogni attesa è denegata e derisa. La protagonista impara che la via dellindugio e della diversione è la sola che conduca a una qualche meta.
Dopo gli addii a fine anno, che ne sarà delle due amiche? Da adulta, la protagonista ritroverà una Fréderique in un diruto casamento di Parigi, la folle e abbrutita, che parla coi morti e gioca col fuoco. Dai racconti impassibili della madre di Fréderique apprenderà che i giochi col fuoco si sono spinti fino alla mania incendiaria e omicida. E i conti torneranno, chiudendo il cerchio. La follia che negli occhi adolescenti di Fréderique danzava come uno sfarfallio di neve è esplosa nel mondo esterno con tutta la sua virulenza. Questa è la forma finale della sua paradossale perfezione.
«Ve lavevo detto», sembra insinuare lautrice, e sorge la tentazione di ripercorrere il romanzo per cercare altri segni premonitori.
Forse la premonizione della follia è il vertice di quei saperi femminili che emergono lungo larco della vicenda, facendosi largo a fatica tra la benedetta ignoranza adolescenziale, quella che pilota verso le prove e le scoperte.
Fra la storia e il suo esito, lo stile apparentemente algido di Fleur Jaegy, il linguaggio terso, larte di scrivere cose terribili senza batter ciglio, senza mostrare emozione (che è cosa ben diversa dal non provare emozione).
Tutto è ormai trascorso irrimediabilmente, anche se la riverberazione dolorosa dellimperfetto si propaga verso il passato remoto e verso il presente. Voci controllate e non sovrapponibili ridicono le stesse ottuse verità: quella stridente della direttrice, quella carsica dellio narrante, quella priva darmoniche di Fréderique.
E, in questo romanzo che gira su se stesso come un sasso rivoltato dalla marea, forse il vero epilogo è lincipit, lovattata rivendicazione dun desiderio, quello desser trovati morti, come Robert Walser, nella neve.(G.A.)
Milano, 04 novembre 2002
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