LA BOTTEGA DEL CAFFE', COMMEDIA VENEZIANA CHE DIPINGE UNO SCORCIO DI REALTA'

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La bottega del caffè



Carlo Goldoni, La bottega del caffè
Rizzoli, Superbur classici, 2003
pp 124, Euro. 4,99

a bottega del caffè fu ideata e composta a Mantova nel 1750. Nella sua prima redazione, che fu anche quella rappresentata con successo in teatro, la lingua parlata da alcuni personaggi era il veneziano e ancora perdurava la tradizionale presenza delle maschere della Commedia dell’arte, nei personaggi del padrone della bottega, Brighella, e del suo servo, Arlecchino. Nel dare il testo alla stampa, Goldoni decise di mutare il veneziano in italiano ed eliminare le maschere, che furono trasformate rispettivamente in Ridolfo e Trappola.

Come sostiene lo stesso Goldoni nelle sue Memorie, prevenendo eventuali critiche alla mancata unità d’azione, la sua intenzione non era di voler rappresentare una vicenda ben precisa, ma di voler dipingere una piazzetta di Venezia e la vita delle persone che gravitavano intorno a essa. Ed ecco quindi che tutta la scena non è altro che uno scorcio di realtà portato in teatro: ogni spettatore dell’epoca avrebbe facilmente potuto riconoscersi, o ritrovare qualche suo conoscente, nei panni di uno dei tanti personaggi.

L’estrazione sociale che interessa all’autore è la piccola e media borghesia, che incarna la quotidianità, la ritualità di gesti e situazioni che si ripropongono in scena come nella vita vera. Non a caso tutto si svolge intorno alla bottega del caffè, luogo di ritrovo di avventori abituali e di passaggio, collocato al centro della scena come punto di fuga da cui si ha la visione di tutta la piazza e degli edifici che l’attorniano.

Il suo proprietario, Ridolfo, è il personaggio chiave che tiene le fila degli avvenimenti, che inizia e pone fine alle vicende con maestria, mantenendo saldo il buon senso laddove viene a mancare. Antagonista del bottegaio è Don Marzio, gentiluomo napoletano, indiscreto e, suo malgrado, seminatore di zizzania. Protetti o vittime di questi due personaggi sono il signor Eugenio, di buona famiglia ma facile preda del gioco e delle donne, e sua moglie Vittoria, donna virtuosa e onesta; Flaminio, celato sotto il nome di Conte Leandro, che vive delle vincite al gioco con le quali mantiene la ballerina Lisaura, che lo crede scapolo e intenzionato a sposarla; Placida, moglie di Flaminio, vestita da povera pellegrina e alla ricerca del marito; Pandolfo, uomo senza scrupoli, proprietario della bisca situata accanto alla bottega del caffè.

La commedia è chiaramente a lieto fine: tutto rientra nell’etica e nella morale comune, che vede trionfare il bene e punire il male. Interessante però è la chiusa, in cui in una specie di pubblico tribunale sono chiariti i malintesi provocati dalle maldicenze di Don Marzio, che quindi è accusato di calunnia, indiscrezione e spionaggio. Il gentiluomo che mai aveva messo in dubbio la bontà delle proprie intenzioni, come mai aveva contemplato l’idea di poter parlare o agire male, si vede costretto a riconoscere le proprie colpe e a partire da Venezia.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 18 febbraio 2004
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