Buio di Dacia Maraini, vincitore del Premio Strega 1999

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Buio


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Dacia Maraini, Buio
RL Libri, Superpocket, 2001
pp.224 L.7900/Euro 4,08

incitore del Premio Strega 1999, Buio è una raccolta di racconti ispirati a storie tragiche del nostro tempo, di dolore, sopraffazione, solitudine, stupri e violenza d’ogni sorta.

Collante dell’intera narrazione è la figura di Adele Sòfia, la commissaria che, masticando con aria apparentemente distratta i suoi pesciolini di “liquorizia”, riesce sempre a trovare il bandolo della matassa e a giungere alle chiavi del mistero-misfatto.

La raccolta si apre e si chiude con due racconti diversi e simili nello stesso tempo. I protagonisti sono rispettivamente: Grammofono (un bambino di sette anni che riempie le sue giornate solitarie osservando dal balcone i piccioni che volano e la cui sopravvivenza gli sta a cuore fino a farglielo battere furiosamente, quando teme che le macchine possano travolgerli) e Agatina «vestita come una bimba di cinque anni sebbene ne abbia già compiuti otto», che affida se stessa e la sua povera infanzia sfortunata all’unica persona che le sia rimasta a fianco, la nonna, con la quale esce per andare dal “notaio”).

Quello che colpisce di questa raccolta, oltre allo stile pacato, semplice e scorrevole del narrare, è l’accento posto su una serie di storie tragiche, amare, i cui protagonisti - prostitute, omosessuali, donne violentate e uccise, bambini stuprati - hanno tutti qualcosa in comune: un’amara solitudine, una tragedia che si consuma mentre il mondo, imperterrito, seguita a segnare il corso della sua grande Storia, manzonianamente ignara di quanto accada in parentesi.

Ma non è solo la denuncia sociale, a nostro avviso, l’intento del libro. Essa c’è ed è evidente e spinge il lettore a divorare ogni pagina, a inseguire la successiva con il sangue che bolle nel cervello per quanto si legge e fa sussultare di indignazione e di tormento e con le lacrime che non scendono, solo perché il racconto non è sdolcinato, non punta sulla facile commozione, non chiede partecipazione emotiva solo apparente.

L’intento del libro è anche - forse soprattutto - quello di indagare nei meandri della coscienza, di entrare con un pizzico di invadenza nelle storie tragiche di amori consumati all’insegna dell’istinto animalesco, di omertoso silenzio generato da una assurda e apparentemente inspiegabile accettazione di fatti anomali che si svolgono sotto lo sguardo di chi dovrebbe impedirne la prosecuzione, ma è fermato da uno strano codice comportamentale che non ha più nemmeno coscienza di sé, di chiedere forse assoluzione anche per i carnefici, oltre che pietosa commiserazione per le vittime.

Chi sono i veri carnefici? « L’Uomo Piccione non si muove dalla panchina e pare preso da una stanchezza mortale. Si porta spesso la mano alla fronte come per cacciare un pestifero fastidioso ».

« Amo mia moglie come me stesso. Il guaio è che non amo me stesso. Sono un piccolo impostore davanti a Dio ».

« La donna guarda i due che spariscono nel corridoio macchiato di ombre e qualcosa le scava nel ventre come un topo in gabbia ».

« Perché questo accanimento? Non ha un po’ di pietà? Non sa perdonare a un povero vecchio ammalato? Mi rimangono pochi anni di vita, sono già stato operato due volte per un cancro. Perché vuole dare questo dolore ai miei figli che non sono colpevoli di nulla? ».

Ogni carnefice trova una giustificazione al suo operato, spesso non si riconosce come tale, forse a sua volta è stato un tempo vittima e ha conosciuto il baratro della violenza dalla quale, lungi dal salvarsi fuggendone, si è lasciato infangare. O forse la sua chiave di lettura del mondo affonda le radici in quel frommiano istinto di morte, in quel gusto orripilante e macabro che si genera nella parte oscura di noi, dove si trovano frustrazioni malamente governate, modi strani di vivere l’amore e di goderne, tensione all’assurdo, all’irrazionale, al patologico .

Ma ogni vittima paga il suo prezzo doloroso ad una società che spesso si sofferma a pensarci solo distrattamente. E quando sono bambini il cuore si scioglie come un gelato al sole. Il dolore consuma le energie tese nello sforzo di comprensione, la rabbia si mescola alla voglia di lottare, di affondare le unghie in questo mondo di pietra dura che ha smesso di spaventarsi, che si è abituato a certe pagine di cronaca nera e se ne ciba solo per ingannare un’ora di attesa dal dentista o dal parrucchiere.

Adele Sòfia non si è lasciata travolgere dal sistema. Non si è rassegnata. Continua a lottare e il suo non è un mestiere. E’ un compito arduo ma autentico, da portare avanti masticando nervosamente pesciolini di “liquorizia”.

Ci permettiamo di esternare un nostro piccolo dubbio: si nasconde l’autrice dietro questo personaggio che, apparentemente, non è delineato ma solo accennato? Si nasconde la sua voglia di parlare e agire coraggiosamente, come fa con la sua scrittura penetrante e graffiante?

Libro da leggere, rileggere e interiorizzare. Con attenzione e sete di autenticità.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 10 ottobre 2001
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Giuseppe Sica (giusicait@yahoo.it), Salerno, 21.02.2002

Un libro che mi ha profondamente colpito, per le storie raccontate, per il coraggio con cui lo si fa, per la denuncia che si fa dolce compenetrazione.




http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Lun, 4 set 2006

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