IL CALZOLAIO DI VIGEVANO E' IL PRIMO ROMANZO DELLA TRILOGIA VIGENTINA DI LUCIO MASTRONARDI

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Il calzolaio di Vigevano (1956)


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Lucio Mastronardi, Il calzolaio di Vigevano
Einaudi, Torino, 1974
pp. 139Euro 6,20

l calzolaio di Vigevano è il primo romanzo della trilogia vigentina di Lucio Mastronardi. Sotto la guida di Vittorini, egli cominciò a lavorarci nel 1956, ma la prima stesura del romanzo uscì sulla rivista Il Menabò nel 1959. Successivamente, il romanzo venne pubblicato nella collana Coralli della casa editrice Einaudi. Decisiva fu la pubblicazione sulla rivista letteraria, che se non poteva dargli popolarità, gli procurò l’attenzione degli addetti al lavori. In particolare, Eugenio Montale recensì il libro sul Corriere della Sera nel 1959.

Questo primo romanzo fu seguito dalla pubblicazione, sempre nei Coralli, ma questa volta sotto la guida di Italo Calvino, del Maestro di Vigevano nel 1962 e nel 1964 del Meridionale di Vigevano, terminato in una prima stesura un anno prima.

Nelle cento pagine di questo romanzo tutti i protagonisti parlano il dialetto vigentino, lunga una trama narrativa che ha l’ambizione di costruire una “epopea elementare”, nella quale si ravvisa la quotidiana lotta di una folla brulicante di contadini inurbati, i quali, fra tomaie, chiodi e suole, pensa solo a fare i danè e poi ricade nella condizione dalla quale era partita. Protagonista del romanzo è Mario Sala, detto Micca, discendente di una delle più antiche famiglie di artigiani scarpai. Il Micca è l’eroe capovolto di questa epopea della mediocrità e dell’arrivismo, dentro la scenario di una provincia opulenta eppure misera, alla moda eppure gretta, dove in chiesa alla domenica si prega Dio, pensando al danaro, inseguendo il miraggio del boom economico,. Questo magma indistinto assorbe anche i protagonisti, che non compiono azioni consapevoli, ma perpetuano riti e balletti sociali che fanno presto a portare alla farsa. Come in tutte le scalate sociali che si rispettano, tuttavia, l’essersi arricchiti non basta a guadagnarsi il blasone dell’onore e della rispettabilità. Anche nella provincia moderna e industrializzata, ciò che ancora distingue è il titolo, quello di dottore o di conte. E il Micca conte si scopre veramente, come lo furono i suoi avi, grazie al decreto di una regina longobarda. Eppure, per tutti resta il Micca, il calzolaio che ha fatto i danè.

La scelta del dialetto, se facilita la rappresentazione dell’ambientazione sociale, non crea – lo leggiamo dalla recensione di Montale – una dimensione linguistica nuova, ma ripropone la piacevole improvvisazione propria della commedia dell’arte. Insomma, una caso riuscito di “trasformazione di una situazione locale e sociale in un ritmo narrativo”.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 28 novembre 2004
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