VISIONI E SUGGESTIONI, SUONI ED IMMAGINI SI MESCOLANO NEI CANTI ORFICI DI DINO CAMPANA

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Canti Orfici (1913)


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Dino Campana, Canti Orfici
Rizzoli, 2002
419 pp., Euro 9,30

«In un momento sono sfiorite le rose (…)
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose (…).»

Canti Orfici di Dino Campana sono un cattedrale poetica: potenza visionaria, architettura musicale e suggestioni cromatiche fanno dell’opera del folle di Marradi, un luogo insieme sontuoso e pieno di mistero, dove suoni e immagini si fondono intimamente.

E come per ogni capolavoro, intorno alle sofferte vicende della pubblicazione di questa raccolta di poesie, il tempo ha costruito la «leggenda Campana», di cui Ardengo Soffici, poeta, pittore, polemista ed animatore insieme a Giovanni Papini della rivista fiorentina «Lacerba», fu l’inventore involontario ed il primo divulgatore.

Nel novembre 1913 Dino Campana consegna a Papini il manoscritto, l’unico esistente, dei Canti Orfici: vuole che lo si passi a Soffici perché lo valuti e lo proponga per una pubblicazione con la casa editrice Vallecchi. Il manoscritto, tuttavia, va perduto. Anzi, Soffici nega addirittura di averlo mai ricevuto. Campana riscrive così, verso su verso, il manoscritto “smarrito”. «La leggenda narra» – per come l’ha ricostruita Sebastiano Vassalli con lo splendido libro La notte della cometa – «che i Canti rinascono nella sede del Comune di Marradi, dove Campana, grazie all’intervento dello zio giudice, può utilizzare una macchina per scrivere fra il natale del 1913 ed il capodanno 1914.»

Il libro viene finalmente pubblicato a pagamento dal tipografo Bruno Ravagli nell’estate del 1914: ha un sottotitolo, La tragedia degli ultimi germani in Italia; ed una dedica, A Guglielmo II imperatore dei germani. Per le vie, le piazze e, principalmente, per i caffè di Firenze, Campana cercherà di vendere la propria opera, copia dopo copia, non rinunciando a trattare sul prezzo, ma convinto di interpretare così il tipo morale del «poeta germanico», ultimo della stirpe «dopo Dante, Leopardi e Segantini.» In realtà, con il compimento della suo capolavoro, Campana ha imboccato ormai la strada senza ritorno della follia. Appena toccata nell’opera la compiutezza, la perfezione, appena cioè rivelato con la poesia il mistero della bellezza, dopo è la morte. Tutta la vita del poeta, dell’artista, è intrisa di questa tragica premonizione. I Canti terminano con un colophon nel quale viene rielaborato un verso di Withman in cui si adombra la morte del poeta protagonista, come assassinio di un innocente; «They were all torn and cover’d with the boy’s blood.»

Il titolo dell’opera riconduce con i Canti alla tradizione di Leopardi di cui Campana si sente erede diretto, mentre il riferimento esoterico all’Orfeo è soltanto occasionale e contingente (in quegli anni la letteratura dionisiaca era molto alla moda). L’Orfico di Campana, invece, esprimerebbe la natura divina e misteriosa della poesia. Il manoscritto “smarrito” – che fu ritrovato nel 1971 – porta, in verità, un altro titolo, Il più lungo giorno e, al contrario, contiene l’unico verso con un riferimento a Dioniso (nella poesia Immagini del viaggio e della montagna), poi tolto nei Canti.

Per molto tempo la poesia di Campana non è stata valutata adeguatamente. Lui stesso a lungo è stato considerato un epigono ed un importatore dell’epica naturalistica di Withman e del simbolismo di Rimbaud. La riscrittura continua dei Canti – anche nel corso del lungo soggiorno in manicomio – e la stratificazione delle edizioni successive e della pubblicazione di poesie inedite ha nuociuto alla comprensione del valore unitario dell’opera.

Sarà merito del critico Emilio Cecchi e di Mario Luzi la scoperta del valore puro di Campana, «genio poetico», la cui poesia «è una scossa elettrica», «una grande metafora della onnipresenza umile e solenne della vita.» E si dovrà aspettare il concerto dei Canti Orfici di Carmelo Bene per scoprire proprio nella disomogeneità della poesia di Campana, nello stesso flusso ininterrotto delle varianti – che la recitazione di Bene rievoca con la stessa tormentata e straziante fatica – la sua vena più preziosa, come «poesia nel suo svolgersi.»

«E le stelle assenti, e non un Dio nella sera d’amore di viola: ma tu nella sera d’amore di viola: ma tu chinati gli occhi di viola…»

Iterazione ed ellissi sono i modi più frequenti in cui Campana modella la lingua, operante su tre livelli: letterale, simbolico e morale. Il risultato è forse il più potente e bello di tutta la poesia del ‘900. La lettura di Campana possiede la promessa di un viaggio. Al termine di questa vera e propria avventura, non resta più nulla della leggenda del matto di Marradi – oggi che anche il viaggio chiamato amore con la scrittrice Sibilla Aleramo ci è stato squadernato.

Rimane il mistero della potenza genitrice della poesia.

A cura della Redazione Virtuale

3 marzo 2004
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