Il cappello del prete, probabilmente il primo giallo nella storia della letteratura italiana

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Emilio De Marchi (1851-1901)


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Emilio De Marchi, Il cappello del prete
Avagliano, 2000
Pagine 272
L. 19.000 Euro. 9.81

scito per la prima volta a puntate nel 1887 nelle appendici del quotidiano milanese «L’Italia del Popolo», Il cappello del prete di Emilio De Marchi conobbe un successo davvero straordinario per l’epoca, vendendo migliaia di copie nei pochi mesi dall’uscita in libreria, in un volume raccolto e curato dall’editore Treves.

Fatto eccezionale per un’opera italiana, già prima della fine del secolo il romanzo era stato tradotto negli Stati Uniti, in Ungheria, Germania, Francia, Inghilterra e Danimarca, mentre nel 1913 in Italia si era già arrivati alla settima edizione. Una diffusione davvero fuori del comune in un paese con un tasso di analfabetismo ancora altissimo: un successo che testimonia della abilità di De Marchi di maneggiare un intricato plot narrativo mantenendosi su un livello linguistico semplice e piano ma nello stesso tempo accattivante. È un giallo, Il cappello del prete: probabilmente il primo giallo nella storia della letteratura italiana, sempre così titubante e restìa ad abbracciare i generi della modernità.

Eppure, qui De Marchi si dimostra già un abilissimo costruttore di trame, in cui confluiscono elementi vari e diversi in un intreccio ricchissimo e appassionante: nonostante la vivace ambientazione partenopea, l’autore lombardo si salva da quel bozzettismo municipalista che nel secolo scorso ha tarpato le ali a tanta letteratura italiana (si pensi ad esempio a Giusti, al Nievo delle novelle o a tutto il «filone campagnolo» tanto in voga all’epoca). Nel Cappello del prete si avvertono gli echi delle maggiori esperienze letterarie contemporanee, da Dostoevskji a Poe, da Dickens a Guy de Maupassant, senza tralasciare il patrimonio italiano, l’immancabile Manzoni ma anche il verismo, che soprattutto con Matilde Serao aveva prestato grande attenzione a Napoli e al suo mondo caotico e carico di contraddizioni.

Lo stesso mondo a cui appartiene il protagonista di questo romanzo, il barone Carlo Coriolano di Montefusca, ultimo e derelitto erede di quella nobiltà meridionale che nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa avrebbe trovato la propria consacrazione letteraria. Carico di debiti di gioco, trascinato alla rovina da una vita oziosa e dissipata, il conte matura una decisione «alla Raskolnikov»: uccidere l’avaro prete Cirillo, bieco personaggio dedito all’usura e al gioco del lotto, per impossessarsi dei suoi beni. Per giustificare il proprio gesto il Montefusca si fa forte di un convinto credo materialista (lui ama definirsi un «darwiniano»): se l’uomo è destinato a scomparire con il suo corpo, se non esiste alcuna vita dopo la morte e l’anima è solo un ubbia creata per abbindolare i semplici, perché non risolvere i propri guai eliminando un individuo che, tra l’altro, è addirittura un microbo e un parassita della società? Tutto sembrerebbe filare liscio se, simile a un demone maledetto, il cappello della vittima non ricomparisse a tormentare l’assassino, fino a condurlo al baratro della pazzia.

La vicenda si snoda agilmente, alternando con maestria i toni cupi del romanzo nero con la divertita leggerezza delle ambientazioni popolaresche: un insieme armonioso e sapiente che fa di questo romanzo ora un po’ dimenticato una delle opere più ricche ed interessanti del nostro secondo Ottocento.

A cura della Redazione Virtuale

16 maggio 2001
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tommaso correale (tomcorre@yahoo.it), Vico Equense (Na), 19/12/03

Avendo gia' letto di De Marchi 'Demetrio Pianelli', che ho amato, riletto e fatto leggere alla consorte, avendo visto anni fa in televisione lo sceneggiato tratto dal romanzo con Luigi Vannucchi (il barone) e Franco Sportelli (il prete), ho letto con avidita' e piacere anche questo romanzo, ambientato tra l'altro nella mia citta'. La lettura e' stata un po' veloce per tener dietro all'intreccio del giallo e mi propongo una rilettura piu' attenta per gustar meglio tutti i sapori del romanzo. Mi e' piaciuto inoltre leggere qualcosa di ambientato a Napoli e scritto da uno "straniero" (De Marchi non era milanese?).




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