CASA D'ALTRI E ALTRI RACCONTI, RACCOLTA DI RACCONTI BREVI DI SILVIO D'ARZO, PSEUDONIMO DELLO SCRITTORE EZIO COMPARONI

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Casa d'altri e altri racconti


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Silvio d'Arzo, Casa d'altri e altri racconti
Einaudi, 1999
Einaudi Tascabili, pp. 129
Euro 8,20

reve raccolta di racconti a loro volta brevi, se non addirittura brevissimi, pubblicata dai tipi della Einaudi per la prima volta nella collana dei Nuovi Coralli nel 1980, Casa d’altri è un’occasione persa per sempre: quella di godere dell’opera matura di uno scrittore che l’Italia letteraria non ha mai (più) avuto l’occasione di possedere, con buona pace dei tanti successivi, magari involontari imitatori — un Salinger ante litteram — dottore in Lettere e raffinatissimo appassionato di letteratura inglese e americana ai tempi provincialotti dell’Italietta fascista del dannunzianesimo imperante — autore di saggi ispirati su, tra gli altri, Lawrence, James, Kipling, Stevenson, Conrad e Hemingway — abilissimo favolista ben prima che anche in Italia la fabula assurgesse a tropo poetico di tanta analisi psicanalitica della letteratura — elogiato da Cecchi, tergiversato da Bompiani, rifiutato da Einaudi per voce di Pavese, pubblicato in vita solamente una volta da Vallecchi nel 1942, considerato da Montale autore di racconti perfetti — morto di leucemia a 32 anni, nel 1952 — Ezio Comparioni.

Silvio d’Arzo è uno pseudonimo. Uno dei tanti utilizzati da Ezio Comparoni nell’arco assai breve della sua esistenza. Quello utilizzato per firmare il racconto Casa d’altri, che dà il titolo alla raccolta einaudiana di 8 racconti, occupando da solo la metà del volume, un racconto per cui si scomodarono postumi autori del calibro di Bertolucci senior, Bassani, Contini.

Casa d’altri è il resoconto asciutto, teso, trasparente al grado della filigrana, di ciò che Manganelli definì una tragedia teologica. Un abbaiare di cani nel buio violaceo dei pascoli apre la storia, colle luci delle lanterne a mostrare la discesa di uomini verso la veglia del morto, avvolto nel saccone di foglie e pregato da qualche donna e da un prete, l’io narrante, una faccia e una corporatura alla Falstaff, vecchio ancor prima che anziano, disilluso e dotato di un’ironia affilata e affinata dal clima duro e monotono di Monselice, Emilia — 7 case, 7 case abbassate e nient’altro, montagne fin quante ne vuoi.

Cosa fanno le persone, da sempre, a Monselice? Vivono e basta. E poi muoiono. Questo racconta il vecchio prete al giovane curato di Braino, ancora infervorato dall’entusiasmo del neofita, forse un poco invidioso della sua età giovane e inesperta, coscio del fatto che alle volte avere ragione, avere troppa ragione, su per giù equivale ad aver torto marcio. Cosa fanno qui? Vivono e basta. E le vere padrone sono le capre.

Poi, in Io prete e la vecchia Zelinda, c'è la vecchia degli stracci, lavandaia per due soldi da tirare avanti una vita di stenti, una vita da capra e nient’altro la sua, con un desiderio ossessivo da soddisfare, il bisogno assoluto di sapere se togliersi la vita, che, a parte il dolore, è sempre e solo un atto peccaminoso, per qualsiasi motivo, in qualsiasi forma venga attuato.

Il desiderio di sapere, la brama di conoscere, la voglia di capire, questo il tema del racconto, che si tratti del prete/io narrante, dei vecchi della rappresentazione celebrativa, delle vecchie del pellegrinaggio, di Melide che cura i morti, cucendo loro il lenzuolo, e ascolta i discorsi dei vecchi, dei ragazzi di paese che giocano brutti scherzi ai più deboli, da che mondo è mondo, del sarto sul carro, di Zelinda degli stracci, che lasciando in sospeso la sua domanda scatena la frenesia sopita di un vecchio curato che non si aspettava più nulla dalla vita.

La formulazione della domanda implica tutta la storia. Per formulare la domanda c’è prima bisogno di percorrere delle strade, non tanto belle e non sempre brutte. C’è una fatica da spendere. Ci sono incomprensioni accidentate e falsi percorsi e ritorni sui propri passi. Ci sono lettere non spedite e parole non trapelate. E tre spari nella notte, con quintali di farina sparsa per terra e tutti che accorrono per accaparrarsela. C’è tutto l’erotismo che sprigiona una storia perfetta, prima di arrivare alla formulazione della domanda.

E non c’è risposta, perché le risposte sono fatte fin troppo spesso di nude parole, e le parole fanno vergogna, e non tutti sono portati per i commiati, difficilmente si piange, in certi posti, a certe latitudini e sotto certe temperie, dove a certa gente, per un po’ almeno, il martirio non spiace per niente.

Non c’è soluzione alle questioni irrisolte. Certe risposte sono sempre e solo tautologiche. Come certe morti. Come quella di Zelinda, a dicembre, col freddo.

Esistono almeno 3 stesure, in parte differenti, di Casa d’altri. Non è dato sapere riguardo alla volontà dell’autore in merito al testo da ritenersi più compiuto. Il testo venne continuamente aggiornato e rielaborato negli anni, e la cesura della morte impedisce a ogni filologo di dare una direzione definitiva al corpo del narrato. Einaudi ricalca l’edizione di Vallecchi, con piccoli aggiustamenti ritmici di stampo conservativo.

D’Arzo utilizza gli stilemi e le strutture metriche in maniera totalmente difforme dagli autori coevi, cercando continuamente di liberare la propria scrittura da ogni eccesso stilistico, abbandonando quanto più gli fosse possibile la pesante zavorra della prosa d’arte, alla spasmodica ricerca dell’immediatezza espressiva, vista come progressiva conquista del modus operandi dell’unico vero scrittore moderno italiano, prima dell’avvento del Neorealismo, nel dopoguerra.

Nell’introduzione alla raccolta, Affinati ricorda puntualmente come il ritmo timbrico della scrittura darziana sia dato dalla cadenza dialettale e dalla misura decasillabica della prosa, ponendo l’accento sull’uso attento e strumentale delle interpunzioni, delle interiezioni e dei vocaboli onomatopeici — il tutto teso a rendere quella forma di scrittura di rottura rispetto ai tempi in cui visse la sua supplenza temporale, una composizione modulare dei racconti, imbastita dai tropi narrativi, vicende e personaggi che si rincorrono, si sovrappongono, si intersecano fino a (con)fordersi, fuori dalla prosa d’arte e poi anche da tanta narrativa neorealista — storie sospese eppure definitive, germinali e seminali, impastate dalla sensazione di un continuo allarme lirico.

Così in Casa d’altri, dove la quaestio filosofica sul (dis)valore etico del suicidio è affrontata da un prete in crisi d’ispirazione che alla fine riconosce che tutto è finito, qualcosa era successo, una volta, e adesso è tutto finito; o nella prefazione a Nostro lunedì, dove niente in fondo è più falso di un fatto in se stesso, e niente al mondo è più bello che scrivere, anche male, anche in modo da far ridere la gente, e poi la guerra che tutto sgretola; come pure nel racconto Alla giornata, in cui i 18 anni sono al contempo la più giovane cosa del mondo, ma anche la più vecchia, e così sospesi ci si può permettere lo scambio di identità tra i vivi e i morti. Come anche nel racconto Elogio della signora Nodier, storia provinciale perché è nella provincia che appaiono strane le cose anche più ovvie, dove se alla fine si decide per il bene è perché, dopotutto, la cosa riesce molto più facile, e l’imbalsamazione del ricordo ha esiti piuttosto macabri; e nel racconto Due vecchi, nel quale l’impassibilità di fronte alle grandi tragedie permette di concentrarsi sui piccoli disastri esistenziali del quotidiano, reso in tutta la sua ironica ridicolezza, ancora una volta grazie allo scatenarsi improvviso di un evento che cambia la storia delle vite raccontate, l’ennesimo sasso scagliato o anche solo caduto nello stagno, a perturbare la monotonia torbida dell’esistente transeunte, a rendere tutti e tutto ciò che veramente si è, cose da dire al buio, consci di aver l’unico dovere di aspettare, giorno dopo giorno, la fine, eppure aperti ontologicamente all’imprevisto che tutto precarizza, sempre.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 17 novembre 2003
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Giovanni Cavallaro, Vicenza, 20/07/'04

Il laccio che l'autore ci tende per suscitare in noi interesse è costituito dalla sospensione di azioni e pensieri che la domanda non posta di Zelinda Icci crea. Concede spazio alla fantasia del lettore che inevitabilmente già assapora l'eros della questione, ma quando poi la domanda viene espressa ci si accorge che non è eros, ma tzanatos, lieve sfumatura di concetto, a guidare la vecchia lavandaia. La sorpresa è grande, la favola diviene più amara ed il lettore non ha scampo.




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