CENERE, DI GRAZIA DELEDDA, PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA NEL 1926

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Cenere (1904)


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Grazia Deledda, Cenere
Mondadori, Oscar narrativa,1999
272 pp. L.12.000/Euro 6,20

«Oppressa dalla solitudine e dalla miseria, Olì amava il giovane per ciò che egli rappresentava, per le cose e le terre meravigliose che egli aveva vedute… ed egli amava Oli perché era bella e ardente: entrambi incoscienti, primitivi, impulsivi ed egoisti si amavano per esuberanza di vita e per bisogno di godimento»

na giovane donna, Olì, appare nelle prime pagine del romanzo e ricompare solo nelle ultime per concludere tragicamente una storia di cui rimane protagonista assoluta, pur nascosta dietro il lungo svolgimento di una vicenda d’assenza solo apparente. La ragazza, poverissima e perdutamente infatuata di un uomo bugiardo e già ammogliato, che la illude di poterla un giorno fare sua legittimamente, cacciata di casa a causa dell’imminente maternità, si allontana dal paese e fa sparire ogni traccia di sé dopo aver abbandonato il figlio davanti all’abitazione del padre naturale. Il bambino, Anania, verrà riconosciuto e allevato nella casa paterna, amorevolmente e altruisticamente accudito dalla madre adottiva.

In apparenza, il romanzo Cenere gravita attorno alla figura del giovane Anania, il quale, grazie all’aiuto economico di un benefattore, tenta l’affrancamento dal proprio destino di ignoranza e miseria, recandosi prima a Nuoro, poi a Cagliari e infine a Roma, per intraprendere gli studi giuridici. E intanto, nel suo cuore coltiva, ricambiato, un amore dapprima infantile e via via sempre più coinvolgente per Margherita, la figlia del suo padrino. In realtà, tutto il lungo peregrinare di Anania, è indirizzato all’ossessiva ricerca della madre, amata e detestata, dal cui ritrovamento, accompagnato dalla diretta conoscenza della realtà indecente e oscura della sua vita, egli crede di poter trarre liberazione e riscatto. Questo è, alla fine, il vero scopo, la meta parossistica dell’intera esistenza del giovane: ritrovare quella madre spregevole e vile, eppure adorata e rimpianta perché mai interamente posseduta.

La ritroverà disperata, ridotta alla fame e, soprattutto, macchiata da una vita disonesta di cui egli aveva implicita coscienza, ma si era sempre intimamente rifiutato di accettare.

La condannerà e le imporrà di legarsi a lui per un’espiazione comune, autodistruttiva e cieca, in nome di un dovere e di un amore filiale che egli stesso vorrebbe disconoscere.

Olì, suicidandosi, porrà fine alla disperata follia del figlio, che ricongiungendosi a lei aveva deciso la propria condanna a morte di fronte al mondo, all’amore, alla felicità.

La figura di Olì, reale eppure celata protagonista del romanzo, fino alla tragica conclusione che la riporta alla ribalta della storia con tutta la caparbietà di una suprema vocazione al martirio, è l’ombra che oscura la fanciullezza e i sogni adolescenziali di Anania; ma nel darsi la morte, la donna non cerca un riscatto personale, bensì la liberazione del figlio, cui regalerà ancora una volta la vita.

Non a caso, nel discorso pronunciato durante la cerimonia di consegna del Nobel per la letteratura a Grazia Deledda, nel dicembre del 1926, il Prof. Henrik Schuck dell’Accademia Svedese, per sottolineare la malinconica severità, ma non il pessimismo deleddiano, cita proprio un passaggio tratto dal romanzo Cenere: «Sì, tutto era cenere: la vita, la morte, l’uomo; il destino stesso che la produceva. Eppure, in quell’ora suprema, davanti alla spoglia della più misera delle creature umane, che dopo aver fatto e sofferto il male in tutte le sue manifestazioni era morta per il bene altrui, egli ricordò che fra la cenere cova spesso una scintilla, seme della fiamma luminosa e purificatrice, e sperò, e amò ancora la vita».

E, sottolineando ancora la motivazione del premio, il prof. Schuck, conclude: «Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano».

Cenere fa parte dei romanzi della maturità artistica e umana dell’Autrice, e in esso sono presenti tutti gli elementi che l’hanno resa famosa e meritevole del Nobel. Primo fra tutti, il perfetto compenetrarsi tra i personaggi con i loro caratteri peculiari e la natura: quel paesaggio sardo che minuziosamente e magistralmente descrive, nel superamento di ogni incertezza linguistica di cui fu più volte accusata, è riempito di sfumature e palpiti vitali che ne rendono l’asprezza e l’aridità, musicali e vivifiche.

La terra sarda, d’altra parte, così scabra e avara, si attaglia perfettamente ai personaggi che l’autrice descrive, e si rivela uno sfondo perfetto per lo svolgimento di una “tragedia classica”. La primitiva e cruda terra di Sardegna diventa così il teatro universale per la rappresentazione di tragedie e drammi che si ripetono, sotto forme diverse, lungo tutto il percorso della storia umana.

E la gente che la Deledda disegna, qui come in tutte le sue opere migliori, costruisce un quadro mirabile di passioni, stoltezze, ingenuità e crudeltà senza colpe: inevitabile risultato di un incoercibile e preordinato allontanamento dall’oscura legge superiore. E tale imprecisa cognizione genera, infatti, soltanto rimorso informe, e mai autentica consapevolezza del male. Illuminato e modernissimo, a questo proposito, il brano in cui si parla del banditismo: «Anticamente gli uomini andavano alla guerra: ora non si fanno più guerre, ma gli uomini hanno ancora bisogno di combattere, e commettono le grassazioni, le rapine, le bardanas, non per fare del male, ma per spiegare in qualche modo la loro forza e la loro abilità».

I personaggi del romanzo, simbolici protagonisti di un mondo arcaico che ancora non lascia spazio al moderno, si muovono portando con sé feroci passioni e brevi fantasie, ma soprattutto la spietata povertà degli uomini e delle cose: quella povertà che accomuna tutto e tutti, anche coloro che possiedono qualcosa: «In quel lamento era tutto il dolore, il male, la miseria, l’abbandono, lo spasimo non ascoltato del luogo e delle persone… il lamento delle pietre che cadevano a una ad una dai muri neri delle casette preistoriche… della gente che non mangiava… degli uomini che si ubriacavano per stordirsi e che bastonavano le donne ed i fanciulli e le bestie perché non potevano percuotere il destino…».

L’Autrice tende, nel progredire della sua arte, a «scavare sempre più nelle anime», come sostiene Petronio, e a «schematizzare la vita in un conflitto tra bene e male» anche se, pur nell’ebbrezza del peccato, la coscienza non si abbandona interamente al male. Questo perché del male non ha intima cognizione. Approfondimento della coscienza morale, dunque, più che psicologica. Nulla in comune tra i suoi personaggi femminili e quelli di Sibilla Aleramo, sua contemporanea ma, a differenza della Deledda «che si è sempre tenuta lontana dalle lotte della sua epoca» (Schuck), così impegnata socialmente e politicamente.

«Io sono del passato», amava dire di sé Grazia Deledda, e ad un passato antichissimo legava i suoi personaggi, «… pur veri e reali. Non burattini da teatro» (Schuck), implacabilmente trascinati dall’ineluttabilità del destino e da sentimenti ancestrali, frutto di una civiltà cruda e ancora primitiva.

La lingua, che non ripiega troppo su residui romantici, né ammicca al modernismo dannunziano, spesso risulta ruvida e scarna, quasi come la natura cara all’Autrice che talvolta indugia a descrivere con appassionata pignoleria. E si può dire che proprio la terra natìa, con il suo paesaggio selvaggio, comune denominatore di quasi tutte le opere, risulti protagonista silenziosa e onnipresente e, infine, governatrice di ogni umana determinazione.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 21 settembre 2001
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