CENTO LETTERE A UNO SCONOSIUTO, RACCOLTA DEI RISVOLTI DI COPERTINA SCRITTI DAL DIRETTORE DELLA ADELPHI, ROBERTO CALASSO

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Cento lettere a uno sconosciuto (2003)


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Roberto Calasso, Cento lettere a uno sconosciuto
Adelphi, 2003
Piccola biblioteca Adelphi, 236 pp.
Euro 10,00

delphi compie quarant’anni. Allo stesso tempo, la sua “Piccola biblioteca” arriva al numero 500, numero dunque festoso, dedicato a una giusta e calma celebrazione. Dal 1962, Roberto Calasso, che la dirige e che con Bobi Bazlen e Luciano Foà l’ha inventata, ha scritto ben 1068 risvolti di copertina: per l’occasione ne sceglie cento e li unisce in un volume accattivante e affettuoso: cento lettere scritte a quello sconosciuto, umorale e impervio quanti altri mai, che è sempre un lettore in libreria mentre annusa il volume da comprare.

La nobilitazione della quarta di copertina a “genere” è uno dei tanti regali che ci ha lasciato Giorgio Manganelli, che per i suoi libri ne ha scritti di geniali: uno per tutti, il risvolto di Centuria.

Con Manganelli, diventa chiaro che quei pezzi di prosa posti “al di fuori” del libro, ne fanno in realtà già parte proprio come un funambolico imbonitore di luna park è già parte dello spettacolo (Gérard Genette anni dopo le analizzerà come una delle “soglie” paratestuali che fanno “entrare” nel libro). Per uno scrittore così irresistibilmente “disonesto” come Manganelli, quella del risvolto di copertina sarebbe sempre rimasta un’occasione — lo scrittore che si vende! — da non perdere, regalando al lettore pezzi di bravura paragonabili giusto alle presentazioni che Alfred Hitchcock faceva di ogni episodio della sua celebre serie di telefilm: spesso non solo una parte irrinunciabile dello spettacolo, ma la migliore.

Le presentazioni di Calasso — mappe eleganti, in cui il libro presentato è come il centro d’una sinapsi che allunga via via i suoi fili in biblioteche fascinose come i tesori di Bagdad — vanno lette, è ovvio, con sospettosa complicità. È onestamente evidente che le sue “lettere” di editore appassionato al lettore sono recensioni innamorate: ma proprio questo (vedi il risvolto di copertina di questo stesso libro fatto di risvolti di copertina) ne definisce le regole e la sfida retorica, che è — leggiamo — quella della «lode precisa [...] non meno difficile di quella della critica devastante», tanto più che «il numero di aggettivi adatti per lodare gli scrittori è infinitamente minore di quello degli aggettivi disponibili per lodare Allah»…

Uno dei “modelli” possibili è certo il bellissimo Testi prigionieri, libro che raccoglie le recensioni del giovane Borges, allora critico oscuro ma dalla precisione “portentosa”. Calasso, nel suo risvolto, dice del resto solo la verità quando ne parla come di un autore capace «di dire l’essenziale di un libro in venti righe facendosi capire da tutti», di farlo per di più con sprazzi «di deliziosa ironia» in «pagine di irreprensibile serietà».

Non pochi dei risvolti che leggiamo nelle Cento lettere valgono i Testi prigionieri del grande argentino. Certi sono talmente accattivanti, che, se si tratta di libri ancora non letti, ci si vorrebbe precipitare in libreria per impossessarsene violentemente. Se invece sono già tra i nostri, ci si arrampica sugli scaffali della biblioteca di casa per rituffarsi in una meraviglia che il tempo ha sbiadito ingiustamente: Memorie di un malato di nervi di Schreber, Parole nel vuoto di Loos, Gli ultimi giorni dell’umanità di Krauss, Gli ultimi giorni di Immanuel Kant di De Quincey, Lettera al mio giudice di Simenon…

L’elenco accennato potrebbe farci dire qualcosa sul “qualcosa” che fa di Adelphi Adelphi?

Calasso aveva detto, in una bella intervista rilasciata a «Repubblica» il 19 settembre di quest’anno: «Dietro l’Adelphi c’è il progetto di una casa editrice come forma. È un punto che stabilisce una divisione netta nell’editoria. Kurt Wolff, la Insel, Gallimard, Einaudi, Suhrkamp sono applicazioni ogni volta diverse di quell’idea... La casa editrice come forma è una somma di oggetti cartacei che messi insieme possono anche essere considerati come un unico libro».

Quest’unico libro è stato costruito non obbedendo a un progetto ideologico e dunque pedagogico — si pensi all’Italia gelata di guerra fredda di quegli anni! —, ma obbedendo a un dissennato e cioè diseconomico principio di piacere: la storia dell’edizione dell’Omnia di Nietzsche potrebbe essere sufficiente… — Eppure, obbedendo al piacere di pubblicare semplicemente «i libri che più ci stavano a cuore», all’inizio degli anni Sessanta inizia a formarsi la nuova casa editrice italiana: e questo senza strategie di marketing, senza neppure un grafico per le copertine…

Allo stesso tempo, la “snobistica” Adelphi, riguardata ora a ritroso, dopo aver messo insieme un catalogo di oltre 1.500 titoli, si rivela non solo coerente nel — che parola difficile! — gusto, ma straordinariamente sfaccettata. Per esempio, appare tutt’altro che casuale e secondaria la — imprevedibile? — vena “politica” (restando tra le Cento lettere, vedi le pagine dedicate a Krauss, Milosz, Sciascia, Taine, Schmitt, Bateson, Satta, Stirner, Souvarine, Weil ecc.) nonché — e qui è l’erede degna dell’Einaudi “vera” — quella in cui fa scorrere molto del meglio della cultura italiana del Novecento (Ceronetti, Manganelli, Campo, Praz, Ortese, Sciascia, Bortolotto, Solmi, Landolfi, Savinio, Gadda…).

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 27 novembre 2003
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