Con Cima delle nobildonne Stefano D'Arrigo scrive il romanzo della Memoria, di ogni memoria

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Cima delle nobildonne (1985)


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Stefano D'Arrigo, Cima delle nobildonne
Rizzoli 2006
pp. LVI-182; euro 18,00

opo circa vent’anni di oblìo, nel marzo 2006 è stato riedito da Rizzoli Cima delle nobildonne, il secondo e ultimo romanzo del siciliano Stefano D’Arrigo (1919-1992), pubblicato per la prima volta da Mondadori nel 1985. Con quest’opera, l’autore di Horcynus Orca tornava dopo dieci anni di silenzio sfidando i lettori a riconoscerlo identico tra le righe del totalmente altro, perché Cima delle nobildonne è un romanzo che si presenta, rispetto al primo, con tutti i ‘valori’ cambiati di segno.

Se la mole del primo era smisurata, quella del secondo misura poco più di un decimo; se il testo del primo era straripante e pressoché privo di scansioni, quello del secondo è contenuto entro argini tipografici ben precisi, con doppi cambiamenti di pagina per separare le tre ‘parti’ (ciascuna introdotta da epigrafi a chiave) e singoli cambiamenti di pagina per separare i ventuno ‘capitoli’ totali (anche se né le parti né i capitoli sono numerati); se la lingua del primo era una creazione ipertrofica inaudita ottenuta innestando radici dialettali sulla morfologia dell’italiano, quella del secondo è una prosa cristallina, alta e piena di termini specialistici; se la sintassi del primo era sontuosa e vertiginosamente dilatata, quella del secondo è lineare e quasi cronachistica; se la semantica del primo era espressionistica e tortuosamente allusiva e carica di risonanze a partire persino dal livello fonologico del lessico, quella del secondo è quasi sempre puramente referenziale, anche laddove la narrazione naturalistica sfocia nella visionarietà e nell’allegoria; se l’ambientazione del primo era limitata a una strettissima porzione geografica e antropologica dell’Europa meridionale (lo Stretto di Messina, i pescatori), quella del secondo è spostata nell’estremo Nord dell’Europa, a Stoccolma, dove a darsi convegno sono uomini illustri per dottrina o per denaro provenienti da tutto il mondo e da tutte le culture (i medici e chirurghi italiani, l’Emiro del Golfo, l’ebreo errante boemo-americano luminare di Placentologia, l’ereditiera americana vedova di uno svedese, ecc.); se simboli di Morte e Vita del primo erano rispettivamente un’Orca gigantesca e la minuta “cicirella” portata dall’Orca, simboli di Vita e Morte del secondo sono rispettivamente la Placenta e i Seminomi Killers, cioè «cellule anarchiche placentari in feto»; se nel primo lo sport (passione di D’Arrigo) si riduce alle prove tragiche di una regata tra soldati e pezzenti dilettanti, nel secondo assistiamo al giornalistico epicedio di sapore omerico sul declino di due leggende americane del baseball (Babe Ruth) e del football (Y.A. Tittle). E così via.

Naturalmente D’Arrigo non manca, qua e là, di avvertire implicitamente e allusivamente il lettore di avere a che fare pur sempre con l’autore di Horcynus Orca, e quindi di stare all’erta e di non fidarsi troppo dell’apparente linearità espressiva del testo di Cima delle nobildonne. Ecco perché, ogni tanto, il lettore che abbia nell’«oreocchio [sic!] della memoria» (per dirla con una stupenda espressione di Horcynus Orca) la morfologia, il lessico e la sintassi del grande romanzo, riconosce l’inconfondibile ‘voce’ di D’Arrigo anche nell’asettica prosa di Cima delle nobildonne, sia in certe neoformazioni («stranottati», p. 7; «ruminarumina», p. 91; «straluciati», p. 105, ecc.) sia soprattutto in certi ritmi del periodo in cui è lo stesso andamento sintattico a determinare le creazioni morfologiche (procedimento, questo, che ricorre ossessivamente in Horcynus Orca e ne costituisce, per così dire, la cifra espressiva). Si veda, ad esempio, il seguente passo: «Mattia ne fu sbalordito. Un’idea come quella venuta a un operatore qual era Belardo, operatore-attore, operattore di razza, non poteva non sbalordire: lui stesso, quel grande operattore, proponeva l’abolizione della sua platea, anche se l’anfiteatro era lo stesso destinato a scomparire con l’adozione dei circuiti chiusi».

Questo ruolo apparente di satellite minore svolto da Cima delle nobildonne rispetto al corpo planetario di Horcynus Orca, ha fatto sì che la sua percezione venisse oscurata dal bagliore del primo, e se si considera che quest’ultimo risulta ancora accecante e inavvicinabile per i più, si comprende anche perché il secondo romanzo di D’Arrigo, che in realtà è uno straordinario capolavoro, sia rimasto per il grande pubblico ancora più misconosciuto di Horcynus Orca.

Forse, però, la riapparizione del romanzo di Hatshepsut – il nome del grande Faraone donna della XVIII Dinastia (1473-1458 AC circa). che diede prosperità e splendore artistico all’Egitto e la cui traduzione in italiano è appunto Cima delle nobildonne – in questi nostri tempi di declino culturale, può segnare l’inizio della considerazione che merita. Con una voce laica che ci giunge da una lontananza di appena due decenni, ma che tuttavia sembra provenire da un tempo remotissimo se ascoltata dall’interno dell’odierno fragore mediatico della chiacchiera astorica intorno alle presunte ed esclusive radici ebraico-cristiane dell’Occidente, D’Arrigo sembra davvero poterci rinfrescare lo spirito ponendoci di fronte, nel giro di un romanzo di fulminea brevità e rapidità, a tutta la complessa stratificazione della nostra identità culturale. Al punto che un intervento di chirurgia plastica e ginecologica in una sala operatoria di Stoccolma per la creazione di una neovagina a una fanciulla araba affetta da ermafroditismo, e una lezione universitaria di placentologia con diapositive raffiguranti la Paletta dell’antico Faraone Narmer, che tra i segni del suo trionfo esibiva la propria placenta mummificata dal padre, risuonano dell’eco di una infinità di voci, pratiche e figure di ogni tempo: dal Creatore biblico alla dea indiana Kalì, dal Pitagora della metempsicosi e del culto della scienza all’Ermafrodito delle Metamorfosi ovidiane, da Prometeo all’arte egizia della mummificazione, dal regno di Hatshepsut al Ramo d’oro di Frazer, dall’ermetismo antico a quello rinascimentale di Bruno. Per non parlare dell’episodio della visita di Mattia alla casa di Irina, in cui la polvere del tempo morto immobilizza un mondo di dolori e di orrori privati che per essere compreso in tutte le sue risonanze culturali e cultuali richiede uno sguardo esegetico che sappia estendersi dalla psicoanalisi di Freud indietro fino alle riflessioni sulla morte come prigionìa eterna contenute nella saga di Gilgamesh (tavola X, rr. 18-20: [«Quando Gilgamesh udì che ne uscivano suoni / l'apostrofò così. “Perché ti celi? / Dovrò dunque abbattere quest’uscio?”»]), l’antichissimo poema eroico mesopotamico anteriore persino alla Bibbia, ai poemi indiani e a quelli omerici.

I fatti principali della fabula si svolgono nell’arco di alcuni giorni del mese di giugno del 1973 (ad eccezione di un’analessi sulla prima lezione di Placentologia, avvenuta un anno prima, e su un ulteriore incontro tra Planika e gli studenti, due mesi dopo la prima lezione, cui sono dedicati i capp. 2 e 3 della prima parte, pp. 17-33). L’anno non è mai indicato esplicitamente, ma può essere facilmente dedotto, perché sappiamo che Planika e il fratello sono nati il 15 ottobre 1913 (cfr. p. 93 e p. 95) e che Planika muore a sessant’anni (cfr. p. 95 e p. 113). Per quanto riguarda il mese, esso è esplicitamente menzionato (ad es. a p. 73). Per stabilire i giorni bisogna fare invece dei riferimenti incrociati tra i diversi e slegati episodi narrati sulla base delle pochissime coordinate temporali fornite da D’Arrigo. Facendo un po’ di conti, si può con ogni probabilità stabilire che i fatti vanno da un venerdì (giorno in cui un allievo comunica accidentalmente a Planika la notizia della scoperta dei K-Seminomi, riportata su Index Medicus) al giovedì successivo (giorno finale in cui Mattia va a trovare Irina all’ospedale dopo l’intervento radicale subito dalla donna). Per quanto riguarda gli altri fatti principali, l’intervento di neovagina avviene il sabato, la morte e la scoperta da parte di Mattia del corpo di Planika avvengono la domenica, mentre l’intervento su Irina, il primo incontro tra lei e Mattia e tra Mattia e Margot, la visita di Mattia alla casa di Irina e la morte di Margot avvengono il lunedì (cfr. ad es. le indicazioni temporali disseminate nelle pagg. 74, 123, 127, 133 e 165).

Ecco come l’autore stesso, in una conversazione telefonica con Walter Pedullà (da quest’ultimo riportata nell’ampio saggio introduttivo che accompagna la nuova edizione del 2006), definiva il romanzo: «non è un romanzo storico, c’è anche un po’ di storia, sì, parecchio Egitto, qualche leggenda ebraica, degli arabi in prima fila, un paio di americani, ma non è la loro storia, semmai la nostra, fatta di ogni nostro passato, compresi loro» (p. VIII). In tal senso, Cima delle nobildonne, che non ha una trama unica, perché si sviluppa per quadri visionari apparentemente privi di sutura ma intimamente legati da fittissimi rimandi mitici, simbolici e persino onirici, è il romanzo della Memoria, di ogni memoria, da quella biologico-genetica a quella mitica, da quella storica a quella individuale. Ed è solo al fondo del paziente lavoro di decifrazione del mosaico culturale in esso disseminato che il lettore vede un riflesso di se stesso, ovvero della propria identità di occidentale, prodotto estremo di una vicenda millenaria e plurima di storie, miti e archetipi, la cui “abbondanza”, parafrasando l’ultimo Feyerabend, è nostro compito ri-conquistare e custodire contro l’imperante tentativo di ridurci a “opera mutilata” (come il placentologo del romanzo) da parte di chi ha occhi solo per vedere l’uomo a una dimensione.

Note mitiche ed ermetiche su Cima delle nobildonne. Figure del mito popolano dai tempi di Pitagora l’immaginario umano. Così in Gilgamesh, in Ovidio, nelle leggende cristiane e nel Corano, in Teodorico di Chartres, in Nicola Cusano, nella mitologia egizia in quella indiana e in Frankenstein. Il saggio di Marco Trainito Di metamorfosi in metamorfosi ripercorre Cima delle nobildonne alla ricerca dei numerosi riferimenti a modelli culturali che fanno dell'ultima fatica dell'autore scomparso un capolavoro paragonabile al celebrato romanzo Horcynus Orca

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 07 novembre 2006
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