IL MISTERO DELLA SCOMPARSA DI UNA RAGAZZA, COLOMBA, SUL LIMITARE DI UN BOSCO. DI DACIA MARAINI

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Colomba (2004)


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Dacia Maraini, Colomba
(Rizzoli 2004)
La Scala Italiani
pp. 373, euro 17,00

a storia raccontata da Dacia Maraini in questo ampio romanzo trascina il lettore verso il perché di una misteriosa scomparsa – la scomparsa della ragazza Colomba, di cui resta solo una bicicletta sul limitare di un bosco – e nello stesso tempo lo sballotta in molti altrove, in tempi e spazi lontani. A introdursi nell’immaginazione della scrittrice, «la donna dai capelli corti», è Zaira, detta Zà, una montanara in età avanzata. «E' sconvolta – come spiega Lorenzo Mondo – dalla scomparsa improvvisa e inesplicabile di Colomba, la nipote che ha cresciuto e che vive con lei… E Zaira non si concede tregua, in bicicletta fin dove muoiono i sentieri, poi a piedi. Anche nelle stagioni più inclementi affronta le difficoltà della montagna, gli anfratti e le fiere, combatte contro le irrisioni e i sospetti di vaneggiamento. Conduce un'altra ricerca raccontando a sé stessa e alla scrittrice che la ospita la storia della sua famiglia, a partire da fine Ottocento, da quando la figlia di un carabiniere siciliano va sposa in un paese d'Abruzzo. Forse attraverso Colomba cerca tutte le persone care che sono scomparse dalla sua vita.»

Colomba è un romanzo a fisarmonica, dove il tempo si dilata e si accorcia di continuo, e ha davvero qualcosa di ariostesco questo divagare inseguendo i personaggi e le loro storie. Storie che entrano da ogni parte, come il vento dalle finestre.

Tre sono i temi portanti del romanzo. Il primo è la letteratura stessa: o la vita, che entra e esce dalla letteratura, come gli attori dalle quinte di un teatro. La «donna dai capelli corti» - l’autrice - s'interroga e interroga il suo stesso fare, le ragioni che la conducono a narrare - e di qui nasce una riflessione inquieta e amorosa sull'origine dello scrivere (e del leggere): il bisogno di raccontare e di ascoltare nato nell'uomo dalla prima alba su questa terra; il desiderio di aggiungere altra vita alla propria piccola vita, perché "solo le storie fermano il tempo", "lo scorrere idiota del tempo". L'immagine ricorrente della figlia che dice «raccontami ma’» è una delle cose più belle del libro: perché spiega la voglia bambina di sapere ogni giorno come va a finire un'altra storia e un'altra vita, e l'amore per una mamma-cantastorie nella cui voce famigliare s'incontrano e s'intrecciano presente e passato e futuro, brandelli di esistenza attraversata con i piedi e le scarpe o con la fantasia. E' così che Colomba diventa anche un atto di fede nella letteratura, in una letteratura che cambia insieme alle stagioni della storia ma non muore, non può morire: perché non muore il bisogno umano di raccontarsi e di raccontare; perché non muoiono le storie, e anche se sono sempre le stesse ognuno le racconta a modo suo, dilatandole, accorciandole, facendole più magre o più grasse, come fa Cesidio, uno dei tanti personaggi del romanzo, e come fa Calderón de la Barca, come fa Zaira traducendo, come fa la donna dai capelli corti.

rotagonista del romanzo di Dacia Maraini, Colomba, Rizzoli, 2004, non è la ragazza che dà il titolo al libro; non è neppure sua nonna Zaira, che tanta parte ha nelle vicende narrate, non è la “donna dai capelli corti”. A tenere le fila delle vite che sdrucciolano da una pagina all’altra è probabilmente quanto Gadda definì «infinita tombola».
Una parte del gioco della Maraini sembra infatti consistere nel vedere guastati i progetti dei propri personaggi, assistendo alla vittoria più che della logica del caso, della logica del contrario: Pietr’i pelus’ che, figlio unico, non pensava neppure gli toccasse andare in guerra, vi muore colpito al petto, difendendo un «cocuzzolo assolutamente inutile», non sposa la fidanzata Amanita, ma continua la storia della famiglia attraverso un figlio avuto da Pina, una prostituta; Pitrucc’i pelus fugge dai fascisti e si ritrova prigioniero in un lager staliniano; Zaira ha fede nella bontà di Cignalitt’ e lui le importuna la figlia; Valdo aveva garantito che sarebbe rimasto con Angelica «fino alla morte» e troppo tempo invece la lascia sola; Angelica insegue la libertà e si riduce a bere, andando alla fine fuori strada e morendo «incastrata tra le lamiere della Millecento»; Zaira non crede più, ormai, di potere conoscere il padre e lui arriva; Zaira cerca Colomba nelle grotte e la trova in una roulotte… L’idea stessa della sparizione, che non fa più essere una persona nel luogo dove dovrebbe, segue la logica del contrario che però soprattutto si desume dal fatto che l’ “autrice” non racconta di Auschwitz, il romanzo progettato dalla volontà, ma la storia che Zaira le propone. Mentre il primo le volta la schiena e la guarda ostile, Zaira, «sfacciata», «personaggio presuntuoso e insistente», si afferma. Sandra, protagonista di Auschwitz, non bussa alla porta, non disturba Zaira che si impegna a sedurre l’autrice.
Altro gioco della Maraini, in questo romanzo, è quello dell’ “incantamento”, termine che non può non fare pensare al “vasel” dantesco. Ma se Dante presuppone una navigazione obbediente al “voler”, l’incantamento di Dacia Maraini è per la fabula che la coinvolge, che è autonoma, che detta se stessa. Il personaggio non ha altra funzione che quella di esistere. E esiste. I personaggi per l’autrice sono come i pensieri di Pina: «I pensieri mi vengono senza che li chiamo». E’ così che naturalmente si spiega la realtà di Zaira, consistente al punto di proiettare la propria ombra sul pavimento della scrittrice, o lasciarle una fotografia sul tavolo. Ma i personaggi e le loro storie non possono raccontarsi che per mezzo della scrittura dell’autrice. Per Zaira tale scrittura è l’ “indagine”, per l’autrice è un cammino durante il quale, pur possedendo un buon senso dell’orientamento, ci si può anche smarrire.
L’incantamento consiste nel saper distinguere le sparse «pietruzze bianche», le voci dei personaggi. A non prestare loro il giusto ascolto, a non interpretarne bene le intenzioni, si corre nel romanzo lo stesso rischio che in montagna: «Forza Cina, cammina più svelta sennò facciamo tardi e se il buio ci coglie stasera che non c’è la luna, finiamo dritti dentro un crepaccio.»
Ma in nessun crepaccio della scrittura è incorsa Dacia Maraini che, in questo particolarissimo romanzo, pratica altri giochi: l’intenzione sperimentale ad esempio, poiché il romanzo, di tale genere, ha tutte le caratteristiche: nell’intreccio la finzione letteraria è rivelata, le sequenze narrative non sono tra loro organiche, più generi sono presenti, non si può evitare di parlare di metanarrativa; nei personaggi, i cui registri linguistico-espressivi sono più che vari; nell’ambiente, che mescola sfondi e scenari.
E inoltre La Maraini gioca ad “impastare il pane del tempo” mescolando alla finzione letteraria i propri affetti e ricordi; gioca anche dando al romanzo un titolo che corrisponde indubbiamente al nome della ventiduenne scomparsa e della rispettiva santa, ma che è anche il nome di un uccello dalla precisa valenza simbolica. Non a caso altri uccelli femmina vi si ritrovano: una rondine innamorata e una cinciallegra madre; gioca con l’etimologia, con i topoi letterari: il giardino, il bosco, il mare, la montagna; con le proprie riflessioni.
Gioca molto inoltre con le citazioni colte. Molte ne manifesta: sul “riso” si confronta con Bergson, sul rapporto che intercorre tra lo scrittore e un personaggio parla con Flaubert; altre le suggerisce alla sensibilità di chi legge. Ad esempio, gli orrori narrati da Pitrucc’i pelus richiamano alla memoria I sommersi e i salvati e quella che Levi ha definito «la vergogna dei Gulac»; o Ivan Demisoviã, la sua giornata narrata da SolÏenicyn, e magari la sua riflessione sullo Stato che “ruba il tuo tempo”. E’ molto sottile il motivo che lega queste pagine alla sparizione di Colomba. Viene da chiedersi CHI e COSA abbiano rubato il tempo a lei e a Angelica, sua madre. Ne scaturisce una riflessione profonda sul senso della Storia, su ogni tempo, il nostro come quello di Stalin. L’incanto in questo caso consiste nel poter guardare il cielo come, pure nei suoi tormenti, Mandelsùtam guardava all'Ariosto: «E bravo Ariosto, forse tra un secolo scorrerà / Nel cielo d'un'azzurra e vasta fraternità / il nostro mar Nero sui tuoi versi celesti. / … Là anche noi eravamo. Nei sorsi d'idromele».
Tanti i giochi in Colomba, tanti quanti i bottoni con i quali giocava anche Zaira da piccola. Ognuno, indipendentemente dall’altro è bello, tutti insieme sono una meraviglia. Il sacchetto di velluto rosso che li contiene – e conserva – è il romanzo nel suo esito finale. E infine la Maraini gioca con il rendere il lettore “vittima” del suo incantamento. E’ il lettore, non la bambina, a trovarsi, a un certo punto, incantato, e a pronunciare l’anafora «Racconta, mà.» = «Racconta, Dacia.» (N.S.)
Nelle pagine di Colomba, l'impianto del romanzo ottocentesco, fondato su un occhio che guarda da fuori, viene scosso dall'occhio di dentro, da un "io" che sta dentro: ed è come se si incontrassero per la stessa strada Ottocento e Novecento. Due personaggi anch'essi: l'Ottocento, col suo racconto dal fiato lungo sul mistero della vita, dell'amore, della guerra, della morte (gli argomenti - direbbe Cesare Garboli - sui quali finiamo col misurare il talento dei romanzieri); e poi il Novecento, con la sua testa scoperchiata, il suo fiato corto, inquieto, pieno di punti interrogativi. Qui è come se Ottocento e Novecento si scrutassero a vicenda, rubandosi spazio, accapigliandosi e innamorandosi l'uno dell'altro, come in un'agnizione inattesa: e si abbracciano infine dentro quel voglioso e dolcissimo «raccontami ma’».

Il secondo tema è il mistero del corpo. Il corpo che siamo, come avrebbe detto Pasolini. Il corpo che attraversa stati d'animo, luoghi della mente e dello spazio, e le storie che - messe insieme - fanno la storia. I corpi in questo romanzo si vedono: amare, agitarsi, pedalare per le montagne, morire. E all'inizio sta un corpo che scompare, che si eclissa senza ragioni. Insieme a Zaira, la donna dai capelli corti si mette all'inseguimento di un corpo che non c'è eppure c'è, attratta e stupita e smarrita di fronte al mistero. Così, inseguendo Colomba, si finisce per inseguire ogni altro corpo: il proprio, quello di una madre che invecchia, quello di Pietr'i peluse e quello di Pitrucc', e ancora: quello di Antonina, di Amanita, di Cignalitt', che prendono carne e sangue nella scrittura (scrivere non è forse anche inventare, ridare un corpo: - un atto di restituzione?).

Il terzo tema è quello della famiglia. Una lunga storia fatta di tenerezze e dolori, di crudeltà e di fughe, di vicinanze e di feroci distanze. Nel lungo percorso storico di questo romanzo si svelano diverse immagini famigliari, remote e prossime, magiche e inquietanti. Famiglia ariosa e asfittica, morbosa e amorevole: famiglia larga e stretta come una maglia stretta. «Un intreccio di affetti sospesi e ingannevoli», dice la donna dai capelli corti. Attratta e spaventata insieme da questa piccola tribù che può covare dolcezze ineffabili e mostri bavosi. Ma nel finale di partita, amaro e crudele, di cui è protagonista la «generazione di mezzo» - Angelica e Valdo - si avverte un dolente, dubbioso interrogarsi sul prima e sul dopo, sulla famiglia sfasciata e sui cocci aguzzi che ha lasciato, senza che ci fosse, da riparo, un altrove morbido e sicuro. La famiglia disgregata che lascia in eredità assenze e vuoti... E' forse il vuoto che ferisce la pancia della piccola 'Mbina, estromessa dalla fragile allegria di quel quartetto lascivo? È forse lì che ha cominciato a perdersi davvero, più ancora che in mezzo ai monti nodosi d'Abruzzo?

La speranza alla fine del lungo racconto, tuttavia, si riaccende, anche se la donna dai capelli corti ha spesso una visione drammatica delle cose. Ma sono i suoi personaggi a scegliersi la fine, e a metterla al romanzo. Che si nutre di divagazioni, di altre storie che attraggono chi scrive come la voce delle sirene. Talvolta sembrano spezzare il ritmo della narrazione, lasciandoti un poco spaesato, ma poi finisci per sentirti fratello di quella bambina che chiede insistente «raccontami ma’» e allora ti abbandoni a ogni piccola storia, a ogni briciola di memoria, personale o collettiva che sia: dalle favole e dai miti lontani di un tempo arcaico, ai miti sbagliati e balordi del ventesimo secolo; dalla mitologia famigliare di un padre viaggiatore amato in modo struggente e di una madre bellissima, alla mitologia collettiva e infame che è la guerra, in ogni tempo e in ogni modo; e ancora alla mitologia di un paesaggio austero e meraviglioso che è l'Abruzzo montano. Ecco, come un basso continuo si sente nelle pieghe del romanzo un amore maturo e tenace per la terra d'Abruzzo, amore intessuto di sofferenza e insofferenza, come ogni amore, e di ansie protettive, e di rinnovati stupori. L'Abruzzo si infila nel romanzo con la sua lingua aspra e goffa, "rattrappita", coi suoi cieli e le sue nevi, coi suoi fuochi diversi e con la cocciutaggine, la diffidenza spigolosa dei suoi abitanti, con gli animali e gli alberi, e il vento e i laghi, - e tutte le ferite sanguinanti che lascia sul paesaggio la selvaggia, barbara incuria e crudeltà degli uomini. (P.D.P.)

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 19 dicembre 2004
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