In Come un’isola, l’indagine di Paolo Di Paolo tenta di recuperare un personaggio che ha ricoperto un ruolo importante nella vita dello scrittore.

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Come un’isola (2006)


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Paolo Di Paolo, Come un’isola. Viaggio con Lalla Romano (1906-2006)
Perrone (2006)
pp. 120, Euro 10,00

o sguardo di Paolo Di Paolo, in questo breve romanzo intitolato Come un'isola, è rivolto indietro, al passato e alle figure di due donne che, nella vita dell'autore, sono state collegate tra loro da un libro.

«È curioso che i libri che incrociamo grazie agli altri siano quelli che poi si annodano più saldamente alla memoria.»

Il libro è La penombra che abbiamo attraversato, il romanzo che Lalla Romano ha dedicato agli anni della sua formazione. Ecco che la realtà “letteraria” di questa scrittrice che ha portato la cronaca della propria vita sulle pagine dei libri che l’hanno resa celebre e la realtà “esistenziale” di una giovane, anonima insegnante di ginnasio (D.) si accavallano e si sovrappongono.

È un’indagine, quella che Di Paolo si ritrova a svolgere, che tenta di recuperare quanta più informazione è possibile intorno a un personaggio che ha ricoperto un ruolo importante nella vita dello scrittore, sulle tracce di una presenza umana transitata in maniera discreta ma determinante e poi subito scomparsa, travolta prematuramente dal dramma di un organismo impazzito.

Attraverso la scarna corrispondenza, alcune note di diario passate ai raggi x., il “tempo perduto” di questa inchiesta assume la fisionomia dei luoghi nei quali D. ha calcato il passo – che spesso si sovrappongono con quelli che Lalla Romano ha attraversato nella prima parte della sua “storia”, poiché le donne sono entrambe di origine piemontese – e restituisce l'eco delle letture che ne hanno scandito le tappe.

Una ricerca che si rivela impegnativa, caparbia, che assomiglia a tratti all'analisi che l'esegesi mistica spinge oltre la pagina, oltre la parola e la lettera, concentrando l'osservazione sullo spazio esiguo che separa una lettera dall’altra. In questo vuoto millimetrico appaiono, a chi li sa scorgere, tutti i testi che sono stati scritti, tutte le storie che sono state raccontate e anche quelle che si racconteranno in futuro.

Compresa questa.

È un viaggio iniziatico, è il soggiorno di Orfeo nel regno delle ombre, dal quale si riemerge con il cuore gonfio di melanconia, negli occhi l'immagine di una donna che ammicca da una soglia che non potrà più varcare, dalla quale, anzi, viene inesorabilmente respinta; o l'altra immagine, bibblica, – eloquente nella sua aridità – di una statua di sale che si disgrega all'infinito sotto l’azione di un vento incessante, impietoso.

Al termine dell’avventura si prosegue affrancati. Nell'animo del viaggiatore realista, più preziosa di qualsiasi impossibile recupero («...doveva restituire qualcosa a qualcuno, o qualcosa di me a me stesso. Doveva essere un'operazione di salvataggio.»), rimane l'impressione di aver fatto i conti, una volta per tutte, con un passato a cui lo scrittore non deve più nulla.

Milano, 12 ottobre 2006
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