COMPLEANNO DELL'IGUANA E' IL PERCORSO DI FORMAZIONE. SILVIA BALLESTRA ESPLORA L'AMBIENTE GIOVANILE DELLA PROVINCIA PESCARESE

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Compleanno dell'iguana (2001)


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Silvia Ballestra, Compleanno dell'iguana (2001)
SuperPocket , Milano, 2001
pp. 171 , Euro 4,08

l libro è composto di un racconto lungo (o romanzo breve) La via per Berlino e altri cinque racconti. Le prime tre storie condividono lo stesso ambiente e gli stessi riferimenti. I protagonisti sono i giovani della provincia pescarese, disadattati a vivere in una realtà provinciale piccolo-borghese, chiusa e priva di stimoli, nella quale sentirsi ai margini diventa virtù di un diverso codice morale. Un codice che nasce spontaneamente da un istinto d'opposizione e di distruzione, che trova le sue radici nel punk inglese degli anni '70.

L'autrice rivela con efficace ironia, come sia tutto italiano e provinciale l'essere punk dei suoi personaggi. Sradicato dalle effettive realtà urbane e suburbane che lo avevano prodotto, diventa un mondo fatto di “Cumpà”, in cui una certa rozzezza nasconde una bontà un po' abbrutita.

La via per Berlino potrebbe essere letto come un percorso di formazione. Il racconto parte dalla narrazione di aneddoti adolescenziali passando per scorribande, le prime esperienze sessuali, la vita indipendente, l'esperienza universitaria, la socialità, le donne, il lavoro. Ognuna di queste esperienze risulta, però, essere una tragicomica disfatta, in cui Lu Purk sembrerebbe la vittima di un destino vagamente sadico. Fino al drammatico epilogo, che vede l'Antò costretto alla motilità e alla scelta di ritirarsi in una sorta di esilio volontario.

La narratrice è extradiegetica, dalla sua posizione d'onniscienza racconta le vicende a dei presumibili ascoltatori, appartenenti allo stesso ambiente dei personaggi e della narratrice stessa. La forma potrebbe sembrare quella del pettegolezzo. Abilmente, attraverso ironiche didascalie, riporta commenti che potrebbero appartenere ad una collettività fabulante. Con affettuoso sarcasmo descrive una generazione che si oppone, come può, alla norma costituita. La voce narrante, così come i personaggi, utilizza spesso espressioni dialettali, gergali, neologismi anglo - pescaresi, slang, creando un riuscito effetto canzonatorio farcito di bonario disincanto.

Fanno da sfondo i centri sociali occupati, e soprattutto la musica (punk, hardcore, reggae, dub) che diventa colonna sonora del vissuto, ma anche referente mitico di una collettività. Seppur privi di una reale coscienza politica, i punk abruzzesi propongono tematiche sociali perlopiù relative ad esigenze concrete. Secondo un'ottica semplicistica dei protagonisti, la narratrice ci mostra come sia piuttosto facile giustificare i propri atteggiamenti come scelte culturali, «teneva particolarmente a far sapere che lui non trafficava fumo per soldi, ma per scelta culturale, passione. Figurarsi». Ne è un esempio la ricerca di stati alterati di coscienza, elemento ricorrente nei racconti. Da sbronze e fumate degli Antò si passa a descrivere scenari di degrado provinciale. Il desiderio di sconvolgimento attraverso droghe più o meno pesanti, rientra nella volontà di affermare la propria diversità così come la possibilità provvisoria di distacco dalla realtà disprezzata.

Un'incapacità di fondo porta ogni iniziativa, anche quelle maturate nei migliori propositi, all'inevitabile fallimento: «Comunque la sua carriera di disk-jockey era stata di una brevità folgorante. Pare che la sua prima e unica trasmissione fosse stata condotta in compagnia di tal Cumpà non meglio identificato: a ogni nuovo brano, qualcuno lo ricorderà, penso, Antò Lu Purk faceva un casino di smorfie, diceva ´Gentili amici, mo' beccateve 'sto pezzo degli Hüsker Dü. E intanto, fàmose 'sta candela. [...] Verso la fine, poi, anche questo parlare sui dischi era sparito: sembra che Lu Purk avesse infilato sul piatto l'album doppio dei soliti Hüsker Dü e fosse scomparso nel nulla insieme al fantomatico Cumpà. Avevano abbandonato la trasmissione di punto in bianco: probabilmente collassati, travolti dal troppo vivere. L'esperienza della radio fu di sicuro una delle rare circostanze in cui la tracotanza magica del nostro non bastò a reggerlo in piedi fino al termine».

Un certo compiaciuto vittimismo caratterizza i personaggi, dovuto sia ad un istinto nichilista che ad una volontà di non rientrare nella norma. Nasce allora la convinzione d'appartenere ad una generazione di incontaminati, gli unici a non aver subito la corruzione capitalista. Ne deriva un orgoglio proprio di una minoranza condannata a vivere una battaglia contro tutto e tutti.

In realtà dietro le creste colorate, le borchie e i piercing, si nascondono ragazzi come tanti. Al di là di un'adesione parziale ed esteriore ai principi del punk, i giovani abruzzesi non abbandonano certe visioni provinciali e piccolo-borghesi. Questo avviene soprattutto nei riguardi del sesso e delle donne. Le donne godono tutte, per virtù naturale, dell'epiteto “prostitute”, mentre l'atteggiamento nei loro confronti oscilla tra il desiderio di gustarne le “perverse” prestazioni e i commenti moralistici e scandalizzati. Della libertà sessuale che i punk praticavano alla fine degli anni '70, del superamento delle categorie sessuali, nella realtà adriatica non ne giunge neanche l'eco.

Il libro ha riscosso un enorme successo, (Riccardo Milani ne ha tratto un film) da attribuire alla capacità di Ballestra di rendere con freschezza priva di giudizi, ma anche di moti esaltatori, una generazione di irriducibili disadattati.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 25 novembre 2005
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