Nelle Confessioni d’un Italiano, di Ippolito Nievo, la formazione del buon cittadino, che con le sue azione contribuisce al farsi della storia

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Confessioni di un italiano


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Ippolito Nievo, Confessioni di un italiano
Marsilio, 1990
L. 140.000 E. 72.3

Ippolito Nievo, Confessioni di un italiano
Mondadori, Oscar grandi classici
Curatore: M. Gorra
Pp.: LX-1158, L. 24.000 E. 12.39

urioso romanzo, questo, scritto in pochi mesi da un giovane trentenne che decide di vestire i panni di un ottuagenario vissuto «a cavalcione di due secoli». Apparentemente, ci sono tutti gli ingredienti classici del romanzo storico, tanto in voga nell’Ottocento: c’è il castello, c’è la guerra, ci sono le vicende confuse di una nazione che si andava allora formando, c’è un giovane ingenuo e affamato di avventure e c’è, immancabilmente, una grande, splendida storia d’amore.

Ma a ben guardare, ciascuno di questi elementi porta in sé qualche incrinatura, il segno di un’incertezza, talvolta persino di un’inquietudine, che fanno delle Confessioni un’opera quanto meno anomala nel panorama letterario italiano del diciannovesimo secolo.

Il vecchio castello di Fratta, con i suoi finestroni gotici, gli arditi architravi e l’intrico di fumaioli presenta i segni di una bizzarria che lo allontana dai sui illustri predecessori, scottiani e non; la guerra e la storia ci sono, ma sono un brusio lontano e confuso, il più delle volte non compreso dai personaggi, le cui piccole storie occupano il primo piano nella costruzione del romanzo; il protagonista è un antieroe, un picaro del Risorgimento che vive le sue esperienze tra tentennamenti ed errori, attraverso una lunga esistenza più spesso in balìa del caso che dominata da una ragione solida e certa; e l’amore, l’innamoramento precoce per quel magnifico personaggio che è la Pisana, è un sentimento complesso e contorto, carico di contraddizioni e venato di un erotismo sottile ma potente, che causò non poche difficoltà al romanzo e fu probabilmente uno dei motivi principali della sua diffusione limitata. Carlino e Pisana si amano, e profondamente, ma non arriveranno mai al matrimonio: quasi ad intendere che la forza e la profondità della loro passione non può essere imbrigliata negli schemi di quella morale borghese che pure, negli anni in cui Nievo compose il suo capolavoro, doveva diventare il modello a cui uniformarsi per tutti gli italiani. Come De Amicis quasi trent’anni dopo, così anche Nievo intendeva scrivere un’opera per l’edificazione nazionale, un libro utile ai giovani e vòlto alla diffusione di buoni principi morali: è proprio a quest’intento che va riportata la scelta di una voce narrante come quella del vecchio Carlo Altoviti, così autorevole e ricca di esperienza (tanto, va detto, da sconfinare talvolta nella pedanteria e nel dogmatismo); ma l’esito è assai diverso da quello di Cuore.

Nelle Confessioni di un Italiano, la formazione del buon cittadino, che con le sue azione contribuisce al farsi della storia, si intreccia strettamente con il ben più tortuoso percorso della formazione individuale dell’uomo, soggetta ai turbamenti interiori, alle illogicità, agli eccessi e alle ombre che una sensibilità attenta e acuta come quella di Nievo non poteva né voleva trascurare. Ecco perché la voce predicante dell’ottuagenario, mentre ripercorre una ad una le tappe della sua vita, pare talvolta incrinarsi e perdere la sicumera e l’oggettività che si vorrebbe trovare in una guida spirituale: e accanto all’immagine necessariamente austera del vecchio Carlo Altoviti, ricompare Carlino, l’orfanello di Fratta cresciuto tra i fornelli e i mestoli della monumentale cucina padronale, passionale, incostante e buono di cuore, per il quale la Pisana, con il suoi occhioni scuri e gli interminabili capricci rimarrà sempre più importante e vera di qualsiasi alto ideale. Una femminilità conturbante, quella della Pisana, misteriosamente consapevole di sé fin dai primi anni dell’infanzia (e molto ci sarebbe da aggiungere anche sulla raffigurazione straordinariamente moderna che le Confessioni danno degli anni infantili): una femminilità molto lontana dal modello della Lucia manzoniana, e che trova le sue radici altrove, nelle letterature d’oltr’alpe. Si pensi alla Manon Lescaut di Prévost, o alla Becky Sharp della Fiera delle Vanità di Thackeray. Così come si apre ad un orizzonte europeo lo stesso personaggio di Carlino che, nella sua onesta mediocrità (il suo, racconta, è l’«ideale della lumaca», che va adagio e si porta sempre appresso i suoi affetti) ricorda molto da vicino i personaggi dei romanzi di formazione inglesi, il Tom Jones di Fielding o certi protagonisti dickensiani.

Ricchissime insomma, sono le suggestioni di questo splendido romanzo del nostro Ottocento, rimasto un po’ in ombra, schiacciato tra il giganteggiare di Manzoni con I Promessi Sposi e le posteriori esperienze del Verismo. Le Confessioni potrebbero forse rappresentare una via alternativa del romanzo, rimasta poco frequentata in Italia, almeno fino al Novecento: quella del viaggio interiore, della scoperta del mondo che è anche scoperta di sé, ma sempre venata di quell’ironia, di quell’ “umorismo” in grazia del quale l’uomo abbandona ogni certezza e, pirandellianamente, accetta il suo destino di «personaggio fuori di chiave».

A cura della Redazione Virtuale

12 luglio 2001
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