la congiura che la famiglia dei Pazzi aveva ordito contro Lorenzo de’ Medici e suo fratello Giuliano

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La congiura de’ Pazzi


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Angelo Poliziano, De coniuratione commentarium (La congiura de’ Pazzi)

imediando a un pregiudizio del De Santis che del Poliziano esaltava, in negativo, il privilegio accordato alla «forma» ai danni del pensiero, Eugenio Garin intravedeva nell’infaticabile esercizio letterario e filologico di "Messer Agnolo" un «senso della santità della parola», la comprensione, cioè, dell’unicità che la parola costituisce per e nel mondo degli uomini. Essa s’identifica, per il letterato della corte medicea, con la suprema dignità della persona umana e poterla comprendere e proporre è quanto di più vero l’uomo possa fare per stesso e per la comunità dei suoi eguali.

E la Pactiane coniurationis commentariolum, questo resoconto, redatto in un latino elegante quanto inesorabile, della congiura che la famiglia dei Pazzi aveva ordito contro Lorenzo de’ Medici e suo fratello Giuliano per porre un termine al dispotismo mediceo, e della strage imperfetta che ne era seguita, non si esime dal rispettare questa sacralità riservata dal Poliziano alla filologia, all’«amore per la parola».

I fatti storici sono noti : la congiura avvenne nel 1478 a Firenze e ebbe come teatro la chiesa fiorentina di Santa Maria del Fiore, durante la Messa, il segnale sarebbe stato l'Elevazione. Franceschino dei Pazzi e Bernardo Bandini si sarebbero occupati di Giuliano, due preti di Lorenzo. Giuliano morì, Lorenzo riuscì a salvarsi, grazie al sacrificio di Francesco Nori, che gli fece da scudo col suo corpo. Nemmeno un'ora dopo Franceschino de' Pazzi e il prete Francesco Salviati penzolavano impiccati dalle finestre del Palagio del Capitano.

Il Poliziano aveva composto il suo «commentariolum» probabilmente a partire dell’agosto dello stesso anno, proprio nel momento in cui, in seguito all’instabilità politica che era seguita alla tragedia, Lorenzo de’ Medici sviluppava una politica fiorentina repressiva verso i nemici interni e ostile al potere papale. La gran macchina della propaganda medicea si era mobilitata: giuristi, ecclesiastici, diplomatici, tutti collaboravano alla causa e, accanto a questi, non poteva mancare l’uomo di lettere.

Dal latino che fino ad allora era stato quello della lirica, degli amati studi dei classici, nacque allora la Coniuratione, spesso, proprio per questo, etichettata come semplice «pausa politica» nell’attività esclusivamente letteraria del Poliziano, intervento doveroso e engagé nei confronti dei Medici.

Nondimeno è stata messa in evidenza la trasposizione classica che la disgrazia medicea vive nella cronaca del letterato: sul modello del De coniuratione Catilinae di Sallustio, Poliziano mette in scena dapprima gli ideatori dell’attentato, la «Pactiorum gens» e soprattutto l’«eius familia princeps, Iacobus», con lui «Francesco Salviatus» e l’altro Pazzi, «Franciscus». Poi, come un alter al binomio virgiliano Cesare-Augusto, la coppia Iulianum-Laurentium, soprattutto rappresentata dall’ucciso; coppia che a metà rilegge la vicenda di altri due giovani virgiliani, Eurialo e Niso, la loro giovinezza stroncata brutalmente; nel mezzo i fatti concitati dell’assassinio.

Ciascuno degli attentatori, nella presentazione del Poliziano, ha naturale predisposizione al male: in una compatta premessa ai fatti di Santa Maria del Fiore sfilano gli avversari dei Medici: la sintassi si elabora sapientemente per meglio rendere l’affresco delle loro malvagità, prima della serrata descrizione del tentato massacro.

Qui il latino diviene più scattante, la successione di verbi e proposizioni incalza e accompagna in un crescendo il lettore fino alla messa in salvo di Lorenzo e alle ripercussioni cittadine del misfatto. Basti leggere il passaggio in cui si descrive il tumulto che si scatena nella chiesa in seguito all’attacco improvviso dei Pazzi culminato nell’assassinio di Giuliano: «Videre erat tumultuantem populum, viros mulieresque, sacerdotes, pueros, fugitantes passim quo pedes vocarent. Omnia fremitu plena et gemitu, nihil exaudiri tamen expressae vocis: fuere et qui crederent templum corruere». In questa confusione generale si aggirano gli assassini, insaziabili nella loro voglia di uccidere : «Qui Iulianum trucidarat, Bernardus Bandinus, non contentus suis partibus ad Laurentium contendit».

Consumati i combattimenti, la narrazione si accanisce sui «sicarios», i partigiani dei Pazzi, che sono catturati e orrendamente puniti come, secondo il disegno di una volontà superiore, i «fata» che regolavano gli eventi bellicosi dei personaggi classici.

Alla fine, come si è accennato sopra, resta solo il doloroso ricordo di Giuliano, e la parabola si conclude in una sintassi che ritrova misure più ampie, ma questa volta per tessere il monumento funebre, l’apologia dell’eroe stroncato e ripieno di ogni virtù : «Magni animi et maximae constantiae et bonorum morum cultor».

La «forma» letteraria dava dunque ragione anche di un avvenimento terribile; il culto della parola, lo studio dei classici avevano fornito al Poliziano gli strumenti per ri-offrire e rivivere i fatti della cronaca nella realtà della letteratura, l’unica credibile per il poeta e l’uomo di studi.

A cura della Redazione Virtuale

24 maggio 2001
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