IL CONTRARIO DI UNO, ROMANZO DI ERRI DE LUCA, UNA PROSA DEPURATA DI OGNI ACCESSORIO INUTILE, UNA GRANDE PERIZIA STILISTICA.

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Il contrario di uno (2003)


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Erri De Luca, Il contrario di uno
Feltrinelli, 2003
I Narratori, 120 pp.
Euro 11,50

a scrittura di Erri De Luca è scavo imperterrito della parola, è prosa depurata di ogni accessorio inutile, capace di dissimulare una grande perizia stilistica. È letteratura che insegue la vita per mostrarla nella sua nudità. Il contrario di uno, volume pubblicato dall’editore Feltrinelli all’interno della sezione I Narratori, si presenta come una raccolta di storie brevi, intrise della biografia dell’autore e segnate da una profonda esigenza di cose vere.

De Luca mette in scena se stesso, senza distinguere tra fantasia e confessione. Impossibile tracciare una linea di confine tra ciò che è storia e ciò che è inventato: i fatti e le emozioni narrate costringono il lettore ad annullare ogni distanza, ad ascoltare in silenzio vicende cui è necessario prestare attenzione. I racconti di Il contrario di uno non si accontentano di intrattenere piacevolmente il pubblico, si propongono piuttosto di valere come testimonianza appassionata di una ricerca di senso.

Nelle diciotto storie che compongono la raccolta (cinque delle quali erano apparse precedentemente in un testo intitolato I colpi dei sensi, edito da Fahrenheit nel 1993) si traccia il ritratto di anni difficili, che hanno travolto e stravolto una generazione «spartita, irregolare, senza congressi, affiliazioni, tessere», una gioventù che «aveva per campo la strada e per parlamento le assemblee». Si parla della fine degli anni Sessanta e del decennio successivo, si gira lo sguardo alle spalle per leggere le tracce di un’epoca scellerata e magnifica, dove la passione politica si masticava assieme al pane e la rabbia di classe dava sapore al vino.

Erri De Luca non vuole rinnegare nulla di un’epoca che è parte integrante della propria identità: mette in scena la violenza del passato, quasi a salvarla dall’oblìo o da ogni forma di negazionismo. Così il lettore conosce la febbre degli scontri di piazza, i sassi lanciati contro la polizia. Le manganellate fasciste delle forze dell’ordine. Ma il racconto non cede alla retorica partigiana o a una rievocazione nostalgica: tutto appare controllato, dominato dalla fermezza di una voce capace di essere aspra e tenera nello stesso momento. Una voce che porta dentro di sé «un ardore compresso, di uno che viene da un freddo».

Tutto viene presentato con estrema pacatezza, riducendo eventi straordinari e laceranti a una quotidianità che sembra appartenere all’ordine naturale delle cose. Erri De Luca narra la propria generazione come se ogni fatto fosse parte di un destino più grande, un disegno di cui i suoi coetanei si sono trovati a far parte nella duplice veste di protagonisti e di vittime. Ragazzi trascinati dalle impetuose correnti del tempo, non agitatori bensì «agitati politici».

Ma accanto e all’interno della storia collettiva l’autore dà spazio al sentimento privato, all’amore di coppia che supera la solitudine dell’uno e lo trasforma nel due. Il protagonista di queste storie tenta di infrangere il muro dell’incomunicabilità e trova meraviglioso sollievo negli occhi e nei sorrisi delle donne, negli abbracci e nei baci «che non sono anticipo di altre tenerezze, ma sono il punto più alto» della passione tra due esseri umani. Scopriamo dunque le sfumature più tenere e delicate di una scrittura che rievoca con pudore gli amori della giovinezza, quasi a ringraziare la sorte di quegli insostituibili attimi di felicità. Scopriamo il bisogno intimo di un ragazzo che negli anni Settanta ricercava nella lotta politica e nella donna la medesima consolazione, la speranza di vincere l’angoscia di anni acerbi e confusione.

Nelle storie di questa raccolta si percepisce la dolorosa maturazione del protagonista, lo scorrere delle età che segnano l’animo dell’uomo. De Luca racconta la scelta di evadere da Napoli a diciotto anni, il bisogno di «togliersi, estrarsi come un dente dalla mascella», di tuffarsi nel mare burrascoso della contemporaneità e, soprattutto, in se stesso. Poi vengono i mestieri: la calce dei muratori, la tuta blu della Fiat, la solidarietà tra uomini cementata da fatica e sudore. L’orgoglio di lavorare con le mani, la sorpresa di essere diventato «uno che fa lo scrittore».

L’età adulta si placa con le salite delle montagne, il contatto con la roccia che si può arrivare a baciare per aderire alla materia e confrontarsi con la propria fisicità. Come a riscoprire che l’uomo e la donna sono anche sudore, respiro affannato, muscoli. Così ha senso che il libro si apra con un breve poema in versi dedicato alla madre, alla preistoria del corpo e di ogni sentimento, alla placenta che ha accolto la trasformazione «da cellula a scheletro».

De Luca sembra dirci che la febbre d’amore e l’idea di comunismo, inscindibili, erano già inscritti nella biologia di esseri destinati a giocare se stessi, a sfidare la vita per diventare almeno due, il contrario esatto di uno.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 14 luglio 2003
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