CON PAMELA O LA BELLA ESTATE E CORTILE A CLEOPATRA FAUSTA CIANTINI CI OFFRE DUE RITRATTI DELL‘EGITTO NEGLI ANNI ‘30

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Cortile a Cleopatra (1936), Pamela o la bella estate (1935)


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Fausta Cialente, Cortile a Cleopatra
Baldini Castoldi Dalai, 2004
255 p.,Euro 18,20

Fausta Cialente, Pamela o la bella estate

La rappresentazione dell’ambiente levantino povero

uando nel ’36 appare per la prima volta nei tipi dell’Editore Corticelli di Roma Cortile a Cleopatra (1), il primo libro della Cialente ambientato in terra egiziana, questo esce quasi in sordina e salutato con scarso entusiasmo anche da quei critici, che pure avevano accolto con interesse sia Marianna che quel Natalìa, che pure tanto scalpore aveva suscitato per l’argomento non proprio consono all’epoca in cui era stato scritto.

Nondimeno, allorchè nel 1953 il romanzo viene ripubblicato dall’Editore Sansoni a Firenze, Emilio Cecchi, che ne stende una bellissima prefazione, apertamente dichiara: «Noi invidiamo quelli che lo leggeranno ora per la prima volta.»

Quali possono essere state, dunque, le ragioni di tale mancato riconoscimento? Innanzitutto, il libro era stato pubblicato nel ’36, epoca in cui in Italia imperversava nella cultura ufficiale la cosiddetta ‘prosa d’arte’ di stampo rondista - questo malgrado il rinnovamento, che la rivista fiorentina «Solaria» proponeva nei contenuti e nella forma.

Appare perciò evidente che un testo, sia pure della portata narrativa e dell’intensità espressiva di Cortile a Cleopatra, passasse in quel tempo pressocchè inosservato, paradossalmente a causa di quegli espliciti caratteri di ‘rottura’ derivatigli in massima parte dalla trasposizione - in molte delle sue pagine - di quel linguaggio multiforme e colorito, con cui la Cialente riesce a rendere le varie parlate del Levante, sia pure supportate dal francese stereotipo del mondo coloniale alessandrino.

Non sarebbe d’altro canto estraneo l’influsso - peraltro scarsamente preso in considerazione dai vari critici - di Panait Istrati, un autore pressocchè sconosciuto in Italia anche al giorno d’oggi, ma a quell’epoca estremamente popolare in tutto l’Oriente mediterraneo, nonché nell’area balcanica. Nato a Braila in Romanìa nel 1884 da una lavandaia romena e da un contrabbandiere greco, da lui mai conosciuto, ammirato in patria e famosissimo in Francia - Romain Rolland era stato infatti il suo scopritore ed in francese è stata pubblicata l’intera sua opera - si è fatto timidamente conoscere anche da noi, allorchè la Feltrinelli (2), circa vent’anni fa, ha pubblicato il suo capolavoro, Kyra Kyralina (3), un ‘classico’ del genere balcanico-picaresco.

A giudicare dalla produzione letteraria di Istrati, in massima parte imperniata sul personaggio di Adrian Zograffi, suo inconfondibile alter ego, sembrerebbe che in lui la parola ‘patria’ si identifichi, più che con un’entità di carattere geopolitico, con il microcosmo del quartiere greco di Braila, con i suoi umori levantini, la sua accozzaglia di uomini e cose, dove bene e male, dolcezza e ferocia si confondono.

Questa digressione mi è parsa necessaria, in quanto costituisce forse la chiave di lettura più esaustiva riguardo a questo insolito ‘cortile’ levantino petulante e chiassoso ma che, alla fine del libro, diverrà anche il teatro di una tragedia inaspettata.

La trama del libro è interamente imperniata sulla figura del protagonista, Marco, che ritorna ad Alessandria d’Egitto, dove è nato circa vent’anni prima, in seguito alla morte del padre, avvenuta in Italia. La figura paterna - il pittore Alessandro, in realtà solo un modesto imbianchino - è ormai ‘mitica’ per il figlio, che - sbarcato in terra egiziana - cerca di ricalcarne inconsciamente le orme.

Dunque un ritorno alle origini, che in qualche modo può riallacciarsi a quella che, alcuni anni più tardi, sarebbe divenuta la tematica preferita di Cesare Pavese nel suo La luna e i falò: con la differenza che in Cortile a Cleopatra, il mito si identifica nei luoghi lasciati ormai alle spalle e non (!) in quelli ritrovati.

«Il camice di suo padre, egli non avrebbe mai potuto dimenticarlo! Di tela greggia, corto e stretto alla cintura, e quel berretto basco messo all’indietro sulla nuca…»(4)

L’incontro fra Marco e la madre Crissànti – una matura vedova di origine greca, di cui il padre a suo tempo si era invaghito - pur costituendo una delle più belle pagine di tutto il libro (5), può definirsi in verità un incontro mancato:

«Ecco, una porticina s’apre laggiù, un fiore della zucca che cresce adagiata sulle tegole del cornicione pendulo si agita nel quadro rischiarato da una candela.

Ecco una donna vecchia, magra e alta, vestita di nero…»

Resa dall’età ancora più bigotta di quanto non fosse da giovane, Crissanti - in greco il suo nome significa “fiore d’oro” - accoglie quel figlio arrivato da lontano con un semplice bacio in fronte, a ciò spinta forse dagli esempi di amor materno delle ieratiche madonne bizantine, che ella venera con devozione quasi accanita.

L’innamoramento di Marco per Dinah, la bellissima figlia del pellicciaio, il ricco ebreo Abramino, se da un lato rappresenta l’inizio del plot vero e proprio della vicenda, ne segna nel contempo la fine: perché Marco ama Dinah, viziata e per niente adatta a lui - povero e senza voglia di lavorare - rifiutando l’amore della diseredata Kikì? Sempre il De Robertis così commenta, a questo proposito:

«La vita di Marco rappresenta propriamente una imitatio patris per il desiderio, più forte di tutte le passioni, di non rimanere legato a nulla. Sopra le altre donne egli ne ha amata una sola, infatti, Kiki, che tanto le assomiglia nel suo segreto: ma si potevano cumulare due sfrenatezze (sia pure per difesa?) A ciascuno dunque la sua parte, che è abbastanza.»(6)

L’innamoramento di Eva, la moglie ancora giovane e insoddisfatta del pellicciaio, per Marco è la scintilla da cui scaturisce il dramma, che conduce al tragico epilogo di tutta la vicenda: quello che per il ragazzo rappresenta un affetto quasi filiale, compensatorio in qualche modo di quello pressocchè inesistente della madre, nella donna ormai matura, ma ancora piacente e vogliosa, divampa invece una tardiva passione, che la spingerà al suicidio.

Ossessionato dal canto suo dalle smanie di lusso manifestate da Dinah, Marco rompe il fidanzamento con lei, abbandonando al suo destino anche la fedele scimmietta Beatrice, che la povera Kikì finisce per rincorrere sulla spiaggia, come pegno dell’ ‘amore non-amore’ (7) di Marco: fuggendo e ingannando tutt’e tre le donne, Marco fugge e inganna anche se stesso… Quale sarà il suo destino? Potrebbe chiedersi un lettore arrivato fino alla fine del libro.

Ma questo in fondo non ci interessa, come forse non interessa nemmeno a Fausta Cialente: come quello di un attore, che - una volta terminata la sua parte - si congeda dal suo pubblico, una volta calatosi il sipario sulla scena. Del resto lei stessa ci tiene a sottolineare quasi questa delimitazione teatrale, che a suo dire tutti i personaggi di un romanzo dovrebbero avere:

«Il compito del narratore, a mio vedere, è anzitutto quello di rappresentare.

Un libro che si apre è come un sipario che si alza. I personaggi entrano in scena. La rappresentazione comincia.» (8)

Se l’accostamento all’opera di Panait Istrati si pone come necessario - oltre che per quella fedeltà etnica, per usare la definizione di Emilio Cecchi (9) - specie per ciò che nell’universo cialentiano può ricondurci alla tipologìa del personaggio di stampo picaresco (10), altrettanto deve avere fatto la lettura di Joseph Conrad, che oltre ad avere esercitato su di lei un indubbio fascino riguardo ai luoghi esotici, deve averle sicuramente fatto prediligere la figura del reietto; e non a caso uno dei primi e più fortunati romanzi di questo autore - caso non unico, ma sicuramente raro per essere divenuto uno dei maestri indiscussi della letteratura di tutti i tempi pur scrivendo in una lingua non sua (11) - si intitolava proprio Un reietto nelle isole.

Appartenente a quella complessa corrente di autori, i quali sul finire dell’Ottocento seppero riflettere la crisi della società di quel periodo, Conrad ha infatti come tema centrale della sua opera, la solitudine dell’individuo in balìa dei ciechi colpi del caso, a simbolo di cui verrebbe eletto il mare.

Accanto a questo mito di indubbia matrice romantica e che in parte - come si è già osservato - viene a identificarsi con la tipologìa del ribelle, oltre a quella di ascendenza conradiana di angelo caduto, Giacinto Spagnoletti (12) propone riguardo alla figura di Marco un raffronto con il personaggio di Aldo Sernesi, detto Bob, il protagonista del romanzo Le ragazze di San Frediano, scritto da Vasco Pratolini nel ’52 e inadatto pertanto ad una simile analogìa. Sarebbe tuttavia da prendere in considerazione, a questo proposito, ciò che Michele Prisco (13) tende a sottolineare in Marco: l’essere forse sì un ‘dongiovanni’ ma suo malgrado; il che, in ultima analisi, gli conferisce una nota originale e umana di sensualità, che si stempera in un perenne senso di inquietudine e di inappagamento.

All’atmosfera di aggressione, già in agguato nel clima stesso e che in Cortile a Cleopatra sembra quasi aver stregato Marco, si riaggancia anche la novella Pamela o la bella estate - il cui titolo precorre, peraltro del tutto casualmente, quello che circa un quindicennio dopo sarà il romanzo La bella estate scritto da Cesare Pavese - che vede nella protagonista la testimone della sua stessa irrequieta potenzialità di adultera.

Peraltro, anche in Pamela il contesto preso in esame è quello dell’ambiente levantino povero; con la differenza che, mentre in Cortile a Cleopatra il carattere ‘corale’ del plot finisce in un certo senso per prevalere sulle dinamiche di ruolo dei singoli personaggi, fino a conferirgli un andamento finale da vera e propria tragedia greca, qui la trama si impernia essenzialmente sugli stati d’animo dell’unica protagonista femminile: Pamela appunto, avvenente ragazza veneziana da alcuni anni trapiantata in Egitto dove ha sposato Averkessian, un giovane armeno buono ed affettuoso quanto sfortunato.

La novella ha inizio con l’arrivo ad Alessandria di una coppia di non più giovanissimi Francesi - lui è un pittore - i quali per tutta la durata del periodo estivo affittano il piccolo appartamento, dove Pamela e Averkessian abitano insieme ai loro due figlioletti in tenera età, mentre la famigliola si trasferisce temporaneamente nello scantinato sottostante a causa delle precarie condizioni economiche in cui versa, essendosi nel corso dell’inverno l’attività di Averkessian, che fa il fotografo, ridotta notevolmente.

Da questo, che può essere considerato l’incipit del racconto, si snoda l’intera storia, nel corso della quale prende corpo l’intreccio, quasi parallelo, dei rispettivi stati d’animo dei due protagonisti: l’innamoratissimo Averkessian da un lato, dall’altro la pur innamorata Pamela, consapevole tuttavia di essere in un certo senso vittima di una situazione, da lei subìta per amore del marito.

In Pamela, che a differenza del marito non appartiene ad un popolo vissuto tra sventure e deportazioni, la Cialente ama sottolineare di volta in volta quegli attimi di indecisione, quando non di scoramento, che l’assalgono lungo tutto l’arco della novella: quasi una sorta di compiacimento - specie nella prima parte del racconto - con cui l’autrice analizza, dissezionandolo quasi, l’incontro di sentimenti che, anche a distanza di anni dal loro matrimonio, caratterizza il rapporto d’amore fra i due protagonisti:

«Una giornata non è mai cattiva, quando la sera si può ritrovare Pamela.» (14)

E’ una delle riflessioni di Averkessian, che a tratti risulta persino commovente:

«In quel momento passa in terra, sui suoi piedi, l’ombra di Pamela, e non si muove per non farle male. Egli ama Pamela.» (15)

Il mondo colorato e stravagante degli amici, in massima parte europei, che rappresenta l’entourage del pittore e di sua moglie, comincia d’un tratto a riempire la quieta monotonìa, in cui fino allora trascorrevano le giornate di Pamela: nel corso di una di queste riunioni, cui la giovane è invitata (non fosse che per porgere un aiuto alla ‘signora’), ecco l’incontro fatale col giovane francese: non un’infatuazione, per Pamela, bensì un che di misterioso ed al tempo stesso di inaccessibile, che da quel momento ne comincerà a tentare - più che il cuore - la mente e l’immaginazione: uno stato d’animo, quello di Pamela, che insieme alla donna sembra coinvolgere anche il piccolo spazio recintato dal giardino, mentre tutto il mondo intorno a lei si rende quasi partecipe di quella lunga e calda stagione, come se questa non debba mai volgere al termine…

«Versi dimenticati le tornano alla memoria, li comunica alle foglie, che le toccano garbatamente il viso (…) L’estate le sembra una lunga, bella stagione, lontana dal finire. Non le viene da pensare che altre stagioni, incresciose, avanzano. Contro il suo cuore, che una stramba felicità ha indurito, si spuntano i ricordi malinconici, i presagi della miseria.» (16)

Con la fine dell’estate, con la scomparsa di quel mondo stravagante, per lei così inusitato, si dilegua anche l’oggetto involontario delle fantasìe di Pamela: mentre quest’ultima sembra venire richiamata a un misterioso ordine, riprendendo il suo ruolo abituale in seno alla famiglia, Averkessian - in definitiva il ‘vincitore morale’ di questa pseudo-partita a trois, sembra sussurrarle in un orecchio: «E’finita l'estate, Pamela.»

Al di là degli eventuali accostamenti e di quelle implicazioni stilistico-narrative, che possono farci parlare di un’indubbia continuità tra le due opere narrative, potrebbe tornare utile un’asserzione di Elena Clementelli, sia pure da avallare come semplice proposta specie in merito ad un più valido confronto con uno degli ultimi romanzi della Cialente, da lei scritto dopo il ritorno definitivo in Italia, Un inverno freddissimo; contrariamente ai vari Conrad e Joyce, spesso menzionati dalla scrittrice stessa oltre che dalla critica come suoi modelli ispiratori, questa non avrebbe mai fatto allusione ad Ernst Wiechert: soprattutto nelle due opere La vita semplice e La signora, si può evidenziare uno stile tutto contemporaneizzato e teso a sorvolare , quasi nel timore del superfluo e per una resa più immediata dell’essenziale, su stati d’animo pure complessi e di inequivocabile ‘gravità’; confronto questo - che anche al di là del plot narrativo - può indicare in Pamela o la bella estate un parametro riguardo alla presenza di determinate svolte stilistiche nell’ambito tutto della produzione letteraria di Fausta Cialente.


NOTE
(1) Così intitolato dal nome di un sobborgo di Alessandria d’Egitto.
(2) Panait Istrati, Kyra Kyralina, Feltrinelli (UE), Milano, 1978. Con Prefazione di Romain Rolland e nota introduttiva di Goffredo Fofi.
(3) A questo potrebbe ricondursi anche tutto quel filone del cinema dell’Europa orientale, avente come suo principale esponente il regista serbo Emir Kusturica.
(4) F.Cialente, Cortile a Cleopatra, Mondadori, Milano, 1973, p.17.
(5) v. De Robertis, Cortile a Cleopatra, in ‘Tempo’, 6.08.1953, p.38 suggerisce a questo proposito un accostamento allo scrittore versiliese Enrico Pea, vissuto anche lui per lungo tempo in Egitto al pari del conterraneo Giuseppe Ungaretti.
(6) v. nota n° 5.
(7) Prefazione a Cortile a Cleopatra, op.cit.
(8) Arnaldo Bocelli, Decadenza nel Levante, ne ‘La Stampa’, 04.08.1972.
(9) Prefazione a Cortile a Cleopatra, op.cit.
(10) v. al rigurdo la nota n.3.
(11) Pseudonimo di Joseph Konrad Korzeniowskji. Di origini polacche ma entrato giovanissimo nella Marina Inglese, è il primo di quegli autori, oltre al succitato Panait Istrati, diventati celebri scrivendo in un idioma altro rispetto alla loro lingua madre: tra questi sono da ricordare il russo-americano Vladimir Nabokov e l’raniano Kadèr Abdolah, rifugiatosi come profugo politico in Olanda, dove da qualche tempo pubblica in nederlandese ed è stato tradotto anche in Italia (Il viaggio delle bottiglie vuote, 2000 e Caratteri cuneiformi, 2003) dalla Casa Editrice Iperborea di Milano.
(12) G.Spagnoletti, Cortile a Cleopatra, in ‘Il popolo’, 21.07.1953, p.3.
(13) M.Prisco, Il cortile di tanti anni fa, in ‘Il Giovedì’,13.08.1953, p.9.
(14) F. Cialente, Pamela o la bella estate, Feltrinelli, Milano, 1962, p.8.
(15) v. op.cit., p.9.
(16) v. op.cit., p.50.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 16 gennaio 2004
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Cristina Bettio, Padova, 14/11/'04

Cortile a Cleopatra è il suo capolavoro. Ha il pregio di una lingua pulita e chiara, ma anche ellittica, metaforica, densa di percezioni sensoriali. Non è per niente esotico (in senso negativo), come lo descrivono molti, ma sospeso fra realismo e simboli, fra mito e gesti concreti. È un romanzo di non-formazione: Marco si trova in una condizione adolescenziale da cui non vuole né sa uscire. Infatti a lui è principalmente legato il leit motiv dell'acqua, elemento materno. Anche gli altri personaggi sono interessanti: donne prigioniere di ruoli (dell'aspirazione alla stabilità economico-familiare, delle pratiche religiose e dei loro desideri), un padre dongiovanni in fuga e iperprotettivo, e la scimmia, proiezione di Marco. Pamela è timida e insicura, non conosce il suo corpo e i suoi desideri. Per questo resta spiazzata dal comportamento disinibito dei coinquilini. Mi piacciono i passaggi dal passato remoto al presente indicativo, che indica gli eventi quotidiani oppure gli imprevisti.




http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Gio, 28 set 2006

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