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La cosa buffa


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Giuseppe Berto, La cosa buffa
Rizzoli, 1966
Euro, 8,26

on La cosa buffa (1966) Giuseppe Berto affronta il tema dell'amore, nella prospettiva di due giovani esseri umani. Si tratta di un romanzo di formazione e, più in particolare, di un romanzo di educazione sentimentale, condotto sul filo di una prosa prorompente, fatta di periodi lunghi, priva di punteggiatura, eppure colorita e leggera come una piuma.

I due ragazzi che vengono seguiti e osservati nelle loro vicende attraversano il periodo della vita in cui la chimica interviene a compromettere processi intellettivi ancora instabili, altera comicamente i meccanismi psichici e annebbia le facoltà. Tutto ciò avviene in uno stadio della crescita in cui i protagonisti, non solo i famigliari e coloro che stanno loro intorno, tenderebbero ad aspettarsi piuttosto comportamenti commisurati allo sviluppo organico raggiunto dal loro fisico di giovani adulti. Proprio come se un'intelligenza burlona si divertisse a fare lo sgambetto a chi, dopo immani sforzi, sia riuscito a reggersi sulle proprie gambe e a muovere i propri passi con una certa sicurezza.

“La cosa buffa” è in realtà “la cosa tragica”, perché i due giovani, che non avrebbero mai dovuto incontrarsi, si trovano improvvisamente in balìa di sentimenti che li portano, ora nelle stratosfere della felicità più completa, ora negli abissi della disperazione più profonda, senza nessun costrutto logico e anzi spesso in maniera totalmente indipendente da quelli che sono gli accadimenti oggettivi.

La cosa è tragica anche perché gli stati di alterazione delle più fondamentali capacità razionali si alternano a momenti di recuperata lucidità, in cui i due giovani non riescono a capacitarsi né dei propri né dei reciproci comportamenti.

Tragica, ancora, perché tutto questo ha luogo in una città, Venezia, dove la presenza umana è ubiqua e i protagonisti sono coscienti, spesso in maniera insufficiente, di trovarsi oggetto di osservazione da parte di un'umanità maliziosa e pettegola.

La vicenda prende avvio da un fatto che turba la monotonia di una vita senza sobbalzi. Antonio si ritrova possessore di una piccola somma di denaro, ricevuta in eredità dal nonno. Evento che egli mette immediatamente in collegamento con l'opportunità di intraprendere una relazione, sentendosi finalmente in grado di affrontare le "spese del corteggiamento".

L'incontro con Maria avviene al caffè Le zattere; ed è subito «esaltazione cosmica [...] imparentata con gli smisurati concetti di spazio e di tempo, per cui l'incontro con la ragazza non risultava più casuale o casomai dipendente da lui da lei o da tutti e due insieme, ma costituiva il risultato di un'inninterrotta e rigorosa successione d'avvenimenti cominciata con la creazione dell'universo...».

Quanto a Maria, la studentessa inizialmente concentrata a memorizzare il contenuto di una dispensa, «appena certa di essere proprio lei oggetto di tanta premura, arrossì nel volto non meno di lui sebbene con molta più grazia si capisce, e ciò denotava timidezza e gentilezza d'animo e in ultima analisi anche gradimento e in effetti la poveretta non manifestava alcun proposito di sottrarsi all'incontro anzi...».

I due giovani si trovano quindi in una relazione, casualmente e quasi loro malgrado. Il che dà origine a tutta una serie di insicurezze e di dubbi, a partire, da una parte, dalla oggettiva o presunta bellezza della ragazza e dall'altra dalla reale affidabilità di lui. La storia segue a raccontare minutamente i particolari e i vari stadi che portano dalla conoscenza casuale all'amore più tragicamente travolgente e lo fa tenendosi sempre al limite del comico, poiché i protagonisti sono preda via via dei sentimenti incontrastabili e dei dubbi generati dalla coscienza di trovarsi in balìa di reazioni su cui non hanno nessun controllo, come chi si trovi improvvisamente alla guida di un locomotore impazzito e ora si abbandona all'ineluttibilità del moto rettilineo, ora si dispera per l'incertezza di un nuovo cambio di direzione, inaspettato eppure prevedibilissimo.

Poiché Maria appartiene a una agiata famiglia veneziana e Antonio proviene da una situazione di incerte fortune economiche della provincia, né dimostra, da studente, di essere avviato a un futuro promettente, è facile prevedere che, come spesso avviene, la famiglia di lei, passata da uno stadio di inconsapevolezza a un istante di iniziale sorpresa, si adoperi poi in tutti i modi per contrastare la relazione tra i due. La storia porterà verso un futuro più smaliziato e più pragmatico.

Berto è un maestro nel descrivere come l'insicurezza del protagonista giochi un ruolo determinante nel precipitare la vicenda verso un esito sfavorevole a questi. La genialità dell'autore è tutta nel camuffare da commedia, nella quale tutti noi possiamo riconoscere una fase della nostra vita, quella che in realtà è anche la tragedia di un ragazzo depresso. E la depressione, già ampiamente descritta nel suo capolavoro autobiografico Il male oscuro (1964), aleggia su tutta la storia come un nume malevolo a cui il Coro si appella inutilmente per raccomandare un destino più propizio.

Milano, 18 aprile 2002
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