COME UN QUADRO DI HIERONIMUS BOSCH, DALL'INFERNO DI GIORGIO MANGANELLI PARLA DI DEMONI, VISIONI, TRATTATIVE, SOFFERENZE, MERAVIGLIA, E ORRORE

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Dall’inferno (2003)


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Giorgio Manganelli Dall’inferno
Adelphi, 1998
131 pp. , Euro 12,39

uando troppo manca per sentirsi vivi, quando a malapena ci si sente, è l’Inferno. Non un luogo, né un tempo ma qualcosa da abitare che ci abita. Giorgio Manganelli s’inoltra nella spirale infernale della sua mente, scoscende paesaggi psichici inauditi di bellezza terribile. E’ un quadro di Bosh questo romanzo, dove ogni luogo corporeo è animato e disgiunto da un tutto che sfugge e che continuamente si trasforma.

La morte è un dettaglio, l’inferno manganelliano è fatto di demoni, visioni, trattative, sofferenza, è meraviglia e orrore - esattamente come la vita, perché «il non esistere è un accidente dell’esistere». L’itinerario è obbligato, l’unico modo per uscirne è attraversare fino al decorso il proprio “luogo”, passarsi dentro e addosso riproducendo il «travestimento umano» in un susseguirsi senza requie di immagini e suggestioni. «Non riesco a sapere se io stesso sono inferno, e dunque l’inferno siano i miei accadimenti», per questo il viaggio è inevitabile e doloroso, scortato da un’abitante psichica e organica, una bambola interiore che mangia le viscere e sussurra l’indicibile, mangia le interiora e defeca in esse.

Il disgusto e l’amore per la bambola si fondono nella blasfemia di un vizio autolesivo, autoerotico che scava e svuota finché l’eco si fa assordante, e l’unica certezza è che senza la bambola si sarebbe persi. La surrealtà del viaggio prosegue senza tempo, in una condizione di “semprità” che pare l’unica possibile allo snodarsi di questi onirici paesaggi metafisici descritti dall’autore con una pregnanza di termini ed espressione straordinaria. Manganelli non smentisce il suo talento di visionario e lucido stupratore del linguaggio, può permettersi ogni lusso di lingua e immaginazione, può scorticare ogni significato e riderne, grazie all’ironia perfetta dei dialoghi tra personaggi sempre più assurdi, sempre vividissimi. Labirintica ideazione di metamorfosi infernale, in cui l’io narrante si fa luna, animale, città fino a non esistere se non confuso al tutto, in una favola livida traboccante di simboli e psicanalisi, in cui come nei sogni ogni personaggio è un tratto inconscio del soggetto.

Di cerimonia in cerimonia, di gioco in gioco, di momento in momento, si vince e si traguarda solo perdendo, perché «bisogna sbagliare in modo esatto» e fondersi fino a non riconoscersi, smembrarsi fino a perdersi in un braccio, una gamba, un alluce, stralci di corpo abitati d’altro e in continua tensione di altrove. Il monito è «tu dovrai riconoscerti, tu dovrai inseguirti […] forse tu sei tutte le forme, ma solo una ti appartiene assolutamente. Scegliti.» E la bambola teologica si fa «cadavere interiore e sfintere dell’anima» in un continuo defecare che è svuotamento e creazione, mistica dell’ingolfamento psichico che duole e sfoga per necessità fisiologica.

Esiste miracolosamente una trama per questo libro fascinoso di sotterranea, intima densità emotiva ed intellettuale; esiste il colpo di scena, l’analisi, il misfatto e un finale di plateale meraviglia che non riesce in ogni caso a scioglierne il mistero. E quel che resta tra gli incessanti passaggi di metamorfosi è un archetipo di domanda, «è il mondo imitatio inferni, o l’inferno ricalco di codesto mondo? Non vi è dunque transito se non da notte a notte?»; quel che resta è la dolorosa impossibilità di consumarsi, l’inevitabile duplicità e la “bambola” interiore che torturando salva e assolve dall’angoscia inguaribile non-senso.

A cura della Redazione Virtuale

Milano,18 novembre 2004
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