DANUBIO, DI CLAUDIO MAGRIS, UN VIAGGIO ATTRAVERSO LA SUPERCULTURA INTERNAZIONALE E MULTILINGUE D'EUROPA

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Danubio (1986)



Claudio Magris, Danubio (1986)
Garzanti, Milano 1990
Gli elefanti. Saggi, pp. 480
Euro 13,00

in da Eraclito, il fiume è per eccellenza la figura interrogativa dell'identità» e il suo movimento è una sfida alla fissità dell'identico. Il fiume è anche una sfida allo spazio e — nel caso del Danubio — alle diversità che si dispiegano lungo il suo corso. Se il Reno «è un mistico custode della stirpe», il Danubio «è il fiume di Vienna, di Bratislava, di Budapest, di Belgrado, della Dacia, il nastro che attraversa e cinge, come l'Oceano cingeva il mondo greco, l'Austria absburgica, della quale il mito e l'ideologia hanno fatto il simbolo di una koiné plurima e sovranazionale... Il Danubio è la Mitteleuropa tedesca-magiara-slava-romanza-ebraica, polemicamente contrapposta al Reich germanico».

È un punto su cui riflettere, soprattutto per chi si dedica a quello di cui Massimo Cacciari scrive in Geofilosofia dell'Europa — l'Occidente viene interpretato, secondo l'etimologia, come la terra del tramonto (il sole che tramonta, occidit), ma i suoi grandi fiumi formano una mitologia sovranazionale che lascerebbe pensare, ad esempio, ad una terra del movimento e della molteplicità, al punto che il fiume può essere la metafora di una vita che non si nega l'emozione e il suo stato di grazia: «Il fiume della vita fluisce nelle nostre vene»; e basti pensare alla potenza evocativa di una poesia come I fiumi di Ungaretti: ognuno è parte della vita e il loro insieme, riunito nella memoria e nell'esperienza, è la Vita; chi vuole, può pensare anche al ruolo che hanno i fiumi, e l'Arno in particolare, nella poesia di Mario Luzi, da sempre affascinato dal «corpo oscuro della metamorfosi» e dalla «vita fedele alla vita».

Il fiume rappresenta lo spazio, la molteplicità e la vita. Il libro di Magris imita il suo Oggetto: sia nell'ampiezza (480 pagine), sia nella struttura (libera e divagante, come se non ci si potesse bagnare due volte nello stesso argomento), sia nello stile (né romanzo né saggio, tutto in prima persona; e Magris lavora sul campo, come osservatore diretto).

Le evocazioni dei luoghi e dei personaggi si susseguono: la principessa Sissi, Heidegger, Céline, Mengele (sono poche pagine terribili sulla «banalità del male» assoluto), il giovane e il vecchio Lukáks, Kafka. Ma non c'è un vero e proprio disordine. Al contrario: Magris si concede la libertà di chi è in grado di coniugare, scrivendo e studiando, la fissità dello sguardo da un punto e la vita-fiume.

La molteplicità non potrebbe essere descritta senza una 'griglia' culturale — e anche questa è un'idea dell'Occidente, la necessità di creare uno 'stile' della molteplicità; criteri anche irrazionali per mettere ordine: tra questi criteri c'è la pietà per gli altri, come quella che si ferma su Sissi, ad esempio, le sue poesie nello stile di Heine «dicono soprattutto l'inappagamento, una nostalgia che non vuole e non può definirsi e si abbandona a questa lontananza» — «La creatività morale è la capacità di cercare e instaurare liberamente una legge; soltanto la forza di far ordine nel fluttuare delle contraddizioni, che vengono enfaticamente falsate quando si vede in esse, nella loro scintillante indeterminatezza, la suprema verità dell'esistere e le si scambia, contro il monito di Marco Aurelio, per la verità dell'esistere».

Un riassunto è impossibile, e forse non è nemmeno nelle intenzioni di Magris: il libro non ha un indice dei nomi e i capitoli hanno titoli o lirici o fuorvianti. Secondo Gian Luigi Beccaria «la struttura di superficie è quella piacevole del viaggio, descrizioni brevi, incontri curiosi, ma la struttura profonda scalfisce e perfora la neutralità del resoconto con bruchi strappi e spifferi dai quali arrivano continui sussurri di trascendenza, riflessi dell'infinito». 1

Quindi non si tratta di un vero e proprio studio, né di un libro di viaggi: è forse un grande libro sulla morale dell'equilibrio tra cuore e ragione, nascosto all'interno di un libro sui «tremila chilometri di pellicola». Il suo vero argomento è una supercultura internazionale e plurilingue, dotata di pietas per le nazioni e per i destini.

Nel 1986, quando Danubio viene pubblicato per la prima volta, la cultura europea è ancora pensabile con una certa innocenza, nonostante il sangue delle due guerre mondiali. Pochi anni dopo, la Bosnia e il Kosovo, e le stragi legate alla globalizzazione aggrediscono questo tipo di equilibrio/cultura: Magris appartiene, anche per età, ad una forma mentis per cui molta conoscenza significa molta comprensione dei fenomeni, e forse molta pace.

La dignità di questo pensiero è fuori discussione e rappresenta salvezza; la sua potenza nel mondo attuale è, forse, meno evidente.


1 Recensione alla prima edizione del 1986 tratta da «L'Indice dei libri del mese», 2, 1987

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 24 settembre 2004
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