DEL PRINCIPE E DELLE LETTERE, OPERA MORALE. VITTORIO ALFIERI PONE LA QUESTIONE DEL RAPPORTO FRA INTELLETTUALI E POTERE POLITICO

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Del principe e delle lettere (1789)


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Vittorio Alfieri, Della tirannide. Del principe e delle lettere. Della virtù sconosciuta
Rizzoli, 1996
Bur classici, 398 pp.
Euro 9,30

l centro de Del principe e delle lettere, opera che richiama con evidenza quella di Niccolò Machiavelli, Vittorio Alfieri pone la questione del rapporto fra intellettuali e potere politico.

Il trattato è suddiviso in tre libri, a loro volta suddivisi in capitoli: Ai principi che non proteggono le lettere; Ai pochi letterati che non si lasciano proteggere; Alle ombre degli antichi liberi scrittori.

L’assunto di partenza del trattato è il carattere negativo e mistificatorio del rapporto fra il principe e l’intellettuale. E il merito di aver svelato l’inganno dell’alleanza costruttiva fra lettere e potere è proprio di Machiavelli e della sua opera, anche se in controluce.

Se, infatti, il principe deve possedere qualità atroci, questi non può non volere soggiogare il letterato e il suo spirito critico. Al contrario, se compito della letteratura è rivelare all’uomo le verità del suo animo, il suo campo non può non essere che quello della libertà. La conseguenza è che la letteratura, e l’opera dell’intellettuale in genere, deve essere mantenuta separata dal potere, qualunque forma esso assuma, altrimenti significherebbe abdicare alla propria funzione di libertà.

Alfieri passa poi ad esaminare le diverse forme di attività intellettuale. Egli distingue gli scrittori dagli artisti e scienziati. Mentre i primi rischiano la loro indipendenza nel rapporto con il potere, artisti e scienziati possono ricevere vantaggi ingenti dalla protezione dei sovrani perché hanno bisogno di ricchi committenti. Egli, dunque, privilegia la parola alle arti figurative e musicali e alla ricerca scientifica, in quanto la letteratura è il campo della libertà pura.

D’altra parte, la ricerca scientifica ha una posizione di forza, rispetto a ogni altra attività umana, in quanto essa non dipende dal regime politico o dal contesto storico-sociale. Ha sì bisogno di essere finanziata all’inizio, ma poi è lo stesso sovrano che gode dei vantaggi della scienza sia nel campo civile che in quello militare. Lo scienziato, dunque, può cercare la protezione del principe, ma può conservare una posizione di maggiore neutralità. Una concezione moderna della scienza.

È vero che taluni sostengono che la protezione del principe può dare sicurezza anche alle lettere, ma c’è bisogno che il principe sia illuminato, e Alfieri riserva questa virtù solo ad Atene, a Roma antica e, per i suoi contemporanei, alla libera Inghilterra. Fuori da queste eccezioni, egli sostiene che la letteratura ha tutto da perdere nell’accettare protezione da parte del potere.

In questo rapporto fra letteratura e potere, è il sovrano che può trarre maggiori benefici da intellettuali servili, poiché lettere “servili” aiutano il potere ad essere maggiormente accettato dai sudditi, favorendone la durata e, quindi, la stabilità. Al contrario, la sicurezza economica che il sovrano può assicurare all’intellettuale potrà aiutare a «vivere bene» un ingegno mediocre, ma non farà di questo «uno scrittore autentico e grande».

Il modello di questo intellettuale libero e grande è Omero, assai citato nel corso di tutto il trattato Alfieriano — «povero, esule e ramingo, ma senza nessun cedimento alla ricchezza ed al guadagno» — al quale si contrappone negativamente Virgilio, protetto da Augusto, ricco e famoso, «ma di tanto inferiore poeta».

Omero, oggetto di costante celebrazione da parte di tutta la poesia del primo Ottocento — da Vico a Parini, da Foscolo allo stesso Alfieri —, diventa il modello della letteratura separata dalla politica, proprio perché indipendente, eppure per questo chiamata a una funzione profondamente politica, in quanto «ammaestratrice di uomini alla virtù ed alla libertà».

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 14 maggio 2004
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