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DEL PRINCIPE E DELLE LETTERE, OPERA MORALE. VITTORIO ALFIERI PONE LA QUESTIONE DEL RAPPORTO FRA INTELLETTUALI E POTERE POLITICO |
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Del principe e delle lettere (1789) |
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Lassunto di partenza del trattato è il carattere negativo e mistificatorio del rapporto fra il principe e lintellettuale. E il merito di aver svelato linganno dellalleanza costruttiva fra lettere e potere è proprio di Machiavelli e della sua opera, anche se in controluce. Se, infatti, il principe deve possedere qualità atroci, questi non può non volere soggiogare il letterato e il suo spirito critico. Al contrario, se compito della letteratura è rivelare alluomo le verità del suo animo, il suo campo non può non essere che quello della libertà. La conseguenza è che la letteratura, e lopera dellintellettuale in genere, deve essere mantenuta separata dal potere, qualunque forma esso assuma, altrimenti significherebbe abdicare alla propria funzione di libertà. Alfieri passa poi ad esaminare le diverse forme di attività intellettuale. Egli distingue gli scrittori dagli artisti e scienziati. Mentre i primi rischiano la loro indipendenza nel rapporto con il potere, artisti e scienziati possono ricevere vantaggi ingenti dalla protezione dei sovrani perché hanno bisogno di ricchi committenti. Egli, dunque, privilegia la parola alle arti figurative e musicali e alla ricerca scientifica, in quanto la letteratura è il campo della libertà pura. Daltra parte, la ricerca scientifica ha una posizione di forza, rispetto a ogni altra attività umana, in quanto essa non dipende dal regime politico o dal contesto storico-sociale. Ha sì bisogno di essere finanziata allinizio, ma poi è lo stesso sovrano che gode dei vantaggi della scienza sia nel campo civile che in quello militare. Lo scienziato, dunque, può cercare la protezione del principe, ma può conservare una posizione di maggiore neutralità. Una concezione moderna della scienza. È vero che taluni sostengono che la protezione del principe può dare sicurezza anche alle lettere, ma cè bisogno che il principe sia illuminato, e Alfieri riserva questa virtù solo ad Atene, a Roma antica e, per i suoi contemporanei, alla libera Inghilterra. Fuori da queste eccezioni, egli sostiene che la letteratura ha tutto da perdere nellaccettare protezione da parte del potere. In questo rapporto fra letteratura e potere, è il sovrano che può trarre maggiori benefici da intellettuali servili, poiché lettere servili aiutano il potere ad essere maggiormente accettato dai sudditi, favorendone la durata e, quindi, la stabilità. Al contrario, la sicurezza economica che il sovrano può assicurare allintellettuale potrà aiutare a «vivere bene» un ingegno mediocre, ma non farà di questo «uno scrittore autentico e grande». Il modello di questo intellettuale libero e grande è Omero, assai citato nel corso di tutto il trattato Alfieriano «povero, esule e ramingo, ma senza nessun cedimento alla ricchezza ed al guadagno» al quale si contrappone negativamente Virgilio, protetto da Augusto, ricco e famoso, «ma di tanto inferiore poeta». Omero, oggetto di costante celebrazione da parte di tutta la poesia del primo Ottocento da Vico a Parini, da Foscolo allo stesso Alfieri , diventa il modello della letteratura separata dalla politica, proprio perché indipendente, eppure per questo chiamata a una funzione profondamente politica, in quanto «ammaestratrice di uomini alla virtù ed alla libertà». A cura della Redazione Virtuale Milano, 14 maggio 2004 |
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