DIARIO OTTUSO, LA PROSA DI AMELIA ROSSELLI

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Diario ottuso (1968)


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Amelia Rosselli, Diario ottuso
Ass. Edizioni Empiria, Roma 1996
Euforbia, pp. 64
Euro 9,50

(Prima edizione: IBN, Roma 1990
La ruota, pp. 52
Euro 5,16)

l Diario ottuso è l’unico libro di prosa pubblicato da Amelia Rosselli. Si divide in tre parti: le Prime Prose Italiane (tutte maiuscole, secondo l’uso angloamericano) del 1954, la Nota del biennio 1967-1968 e il vero e proprio Diario ottuso, scritto «in un cupo autunno-inverno dell’anima» (1968; il tempo «cupo» può essere «ottuso», se — come ricorda il Vocabolario della lingua italiana di Devoto-Oli — è ottuso anche un «ambiente, che scarseggia di spazio, d’aria, di luce»). Alla fine, Rosselli aggiunge due pagine autocritiche, intitolate Esperimenti Narrativi (ancora due maiuscole).

Rosselli equilibra sempre le ragioni stilistiche («sperimentare in prosa») con quelle biografiche e contenutistiche, nelle quali agisce anche il pudore personale (il Diario è l’«unico mio testo intimo»).

Il libro nasce da una sfida alla tendenza poetica: «Contrapporre diverse prose brevi, di diversi periodi — mentre invece l’attenzione era rivolta soprattutto allo scrivere poesie — è stato l’intento di questo libro». Per cui la serie non è una giustapposizione o una sovrapposizione, ma una contrapposizione, come se le tre prose non avessero abbastanza legami per coesistere; in secondo luogo, il gruppo è solidale nel contrapporsi allo «scrivere poesie». Non solo: le prime due prose dovrebbero assumere caratteri simili a quelli della poesia, se le Prime Prose Italiane tendono ad «avere la morbidezza delle poesie di Scipione, e così» evitare «il drammatico Campana», mentre la Nota «è prosa difficile, interiore quanto la poesia, ma vorrebbe riflettere come in uno specchio curvo, il razionale. L’ho letta in pubblico una volta, invece di leggere poesie e l’attenzione era forse maggiore».

«Mentre invece l’attenzione era rivolta» alla poesia e «Invece di leggere poesie»; e infatti prose contrapposte alla poesia: ma le prose condividono l’interiorità della poesia.

Questa situazione è un travaglio e un enigma (l’enigma è il dubbio, ma l’enfasi appena un contenuto si ferma: di qui le pagine costellate di punti interrogativi ed esclamativi); un travaglio delle forme, nel loro interagire ‘bellico’ e ri-costruirsi come libro. Ma soprattutto, in nome dell’equilibrio tra sperimentazione e biografia, il travaglio è anche la vita, posta geometricamente al centro del libro con la raffica di domande che apre il Diario del 1968: «Perché non capire la vita da sola? Perché non forzare la vita a capirsi? Perché non ebbe modo di capire la vita? E infatti non capì bene la vita, se non avrebbe avuto paura della vita, invece di sfidarla, come fosse un pozzo da riempire»). Chi vive è il soggetto di queste domande; come soggetto, sperimenta fatti — soprattutto relazioni con altri (il «saggio ma vano vero maestro», l’amico-fratello, la sorella) — che si contrappongono alla norma del distacco e della morte («Non volle sapere d’essere bersaglio di molti, e riso di tanti: non seppe intravvedere nel silenzio di altri nascosti un suo furore troppo vero. O troppo bastardo?»).

È difficile estrarre da questo stile alto e rabbioso una storia: prima di tutto perché questa storia è oggetto di un grande pudore, dichiarato nella nota finale (il maestro e l’ambiente romano sono occultati: ma non è difficile capire che il maestro «più dolce, più persuasivo di altri maestri» è Pasolini).

Dal punto di vista dell’arte, la storia è limitata dalle simmetrie e dallo stile fatto «con maestà e furore»; dal punto di vista mistico, il non-capire iniziale, che è dubbio e ignoranza, si trasforma nel non-capire della fine, che è una pace illuminata, durante l’umiliazione: «Vagava, imbarazzata, con i piedi affondati nel fango bisognoso delle sue scarpe umidissime. E così fu luce esatta: si convinse d’aver trovato la sua dimensione vitale: il non sapere, il non vedere, il non capire».

Il libro non è del tutto parafrasabile, quindi: non tanto perché «è prosa difficile» in quanto «interiore» (come dire che l’interiore è difficile — da dire e da sopportare), quanto perché il riposo dalle esperienze sperimentate è il Nulla, ultima esperienza.

La «luce esatta» è mistica e «mostra sé»: è all’esterno dei conflitti, dunque estranea alla logica della contrapposizione e della comunicazione.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 15 settembre 2004
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