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Il diavolo al Pontelungo


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Riccardo Bacchelli, Il diavolo al ponte lungo
Mondadori, Economici, 2001
pp.418 Euro 7,23

n tempi di terrorismo tecnologico e mediatico, di fermenti localistici e idiozie planetarie, gioverà che un lettore disimpegnato (è un pregio) scopra, o riscopra questo proteiforme libro di Bacchelli, datato 1927: Il diavolo al ponte lungo. La vicenda è nota: Michail Bakunin, l’ottocentesco padre dell’anarchismo, agitatore braccato da tutte le polizie d’Europa, approda nell’ospitale Svizzera. Anziano, ammalato, immiserito, carico di figli e di delusioni, sta per rinunciare alla lotta. Qui lo sorprende la penna di Bacchelli, quando a risvegliarne la fede rivoluzionaria giunge, deus ex machina, il discepolo italiano Cafiero, che ne riattizza la passione rivoluzionaria, e lo soccorre, offrendogli il suo ricco patrimonio. Gli dona una villa, perfino, con terre e servitù: machiavellicamente, il lusso farà da copertura per i complotti rivoluzionari. Ma i beni materiali, "la roba", sono lusinga diabolica per chi spregia la proprietà.

La tenuta diventa una corte di miracoli aperta a rivoluzionari d’ogni latititudine, che si rivelano ingordi parassiti. Non migliori i rappresentanti di quel popolo che Bakunin vuol redimere; affittuari, domestici, artigiani, fanno a gara nel truffare i due protagonisti. E poi, «fare il ricco costa denaro, anche più a fingersi che ad essere». Così, le questioni d’interesse e l’inframmettenza delle mogli frantumano la fratellanza ideologica dei due, il patrimonio di Cafiero sfuma, e Bakunin, sconfessato il compagno, parte da solo, donchisciottecamente, per la sua ultima avventura. Darà fuoco alla miccia della rivoluzione mondiale partendo da Bologna: solleverà il popolo, conquisterà le fortezze, isserà la bandiera rossa sul duomo di San Petronio.

Giunto in città sotto mentite spoglie, raduna una masnada d’improbabili e umorali sovversivi, fabbrica bombe, disegna piani di battaglia, ma al momento cruciale la sua truppa raccogliticcia si scompagina e diserta, pochi riottosi che cercano lo scontro vengono arrestati da un drappello di carabinieri. Il russo mangiapreti fugge, ultima beffa, travestito da monsignore, e le autorità mai sapranno della presenza di Bakunin. Romanzo storico e biografico, come si vede, ma quando i narratori pescano dalla storia nascondono pretesti, confessabili e non, per rendere giustizia al romanzo, diremo subito che se il suo archetipo si vorrebbe manzoniano, tolstoiano, fra le righe, come regesto d’esperienze velleitarie e fallimentari, come denuncia di due ottusità, quella del rivoluzionario e quella del popolo reciprocamente sordi, come lettura in filigrana del cosiddetto carattere nazionale italiano, in realtà la parentela più stretta sembra quella con Bouvard et Pécuchet.

Né manca a Bacchelli l’acredine di Flaubert, il suo pessimismo in re: scopriamo così le sue carte, i suoi intenti allusivi; se l’autore dichiara apertamente d’aver avuto in mente Mussolini mentre scriveva di questi rivoluzionari ormai datati, possiamo dedurre implicitamente che gli stessi teatrini ideologici e scarsamente pratici siano stati agitati in epoche diverse da anabattisti e sessantottini, da ciompi e sanculotti. Per questo, Il diavolo al Pontelungo è opera tutta novecentesca, a urti e spigoli, governata dalla facoltà che Bacchelli rivendica al romanziere, di governare il tempo. Dialoghi di sapore teatrale, paesaggi, personaggi femminili sensualissimi, azione e tirate filosofiche al limite del romanzo-saggio e della nonfiction, e un vento di satira che s’appunta sull’inadeguatezza di personaggi, tempi e situazioni.

Già il solo Bakunin, che affascina e indispettisce, generoso e grottesco, gigante in un mondo di nani, è una contraddizione vivente. Bacchelli sostiene di non aver caricato alcun tratto del personaggio, ma di averlo «trovato bell’e fatto», e quindi, non di demitizzazione si tratta, ma di sancire che mito non vi può essere. Se il nostro lettore ha ancora voglia di sentirsi disimpegnato, potrà interrogarsi sulla libertà con l’ultimo Cacciari, o sul significato di progresso con Löwith. Cercherà di capire, con Lotman, che cosa dà diritto ad avere una biografia, e sulle orme di René Girard giocherà a individuare dinamiche antropologiche e sataniche in seno ai gruppi rivoluzionari. Che questo parruccone, codino, pacifico Bacchelli, alla fin fine, sia un post-postmoderno?

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 22 gennaio 2002
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