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Diceria dell'untore


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Gesualdo Bufalino, Diceria dell'untore
Bompiani, Milano 1998,
188 pp. Euro 6,20

n germe «...grande un cinquecentesimo di millimetro, ma soffice e vitale come quando lo respirai la prima volta». Una malattia, la tubercolosi, che racchiude in sé, il concetto stesso di consunzione, dissoluzione. Un soggetto, quello del binomio di amore-morte, sfruttato senza posa, in tutto l’arco della produzione letteraria, letterario-musicale, teatrale e cinematografica. Un genere, il melodramma, inteso nella sua coloritura di opera caratterizzata da un sentimentalismo esasperato, che ha attratto autori di grande finezza espressiva, forse per quel gusto sottile che deriva dal rischio di riuscire ridicoli. Con questo libro, Diceria dell’untore (1981), opera prima dell’autore di Comiso, a lungo meditata, attentamente costruita e poi subito bestseller, Gesualdo Bufalino mette in scena qualcosa di più della dissoluzione melodrammatica dei suoi personaggi: egli mette in scena la dissoluzione stessa del melodramma.

Basato su un’esperienza autobiografica dello scrittore, la triade freudiana viene presentata al lettore in una prospettiva originale, con un insolito cast di personaggi: due schegge umane, scaraventate dalla Storia in un sanatorio della Sicilia, “la Rocca”, amministrato da un primario nobile e alcolizzato. Una atmosfera da film noir, se non fosse per il profumo degli aranci e per il chiarore del sole della Sicilia. Una sentenza dolorosamente sospesa, che non lascia alla speranza che una possibilità di sopravvivenza su tre.

Durante la stesura del romanzo, Bufalino era stato probabilmente ispirato dalla trama di un vecchio film americano, Amanti senza domani (One Way Passage, 1932), che aveva procurato a Robert Lord il Premio Oscar per il Miglior Soggetto di quell’anno. Fu un successo talmente clamoroso da meritare un remake nel 1940. L’io narrante ne accenna nel corso del testo: «William Powell, lui, un losco galante che la sedia elettrica attende alla fine della traversata, e a cui gli sbirri di scorta consentono benevolmente di passeggiare senza manette; Kay Francis, lei spacciata dai medici, che ogni sera indossa una pelliccia più bella. S’incontrano, e ognuno sa della condanna dell’altro, ma finge di non saperlo. E ballano insieme in un grande salone deserto, e si dicono parole sotto la luna... Facili lacrime di ragazzo, altera tenera Kay! Chi avrebbe mai pensato che dovesse mai toccarmi a mia volta, all’ombra degli stessi umidi salici, di danzare una stessa tresca d’amore e di morte, su un motivo di fiacca pianola?».

La scena si svolge nell’arco di alcuni mesi a partire dall’estate del ‘46. Il protagonista è un giovane reduce della guerra con «un lobo di polmone sconciato dalla fame e dal freddo». Giunto alla Rocca, entra nelle simpatie del primario, il “Gran Magro”, un mefistofele attirato forse più dalla bottiglia di Porto che dai promettenti progressi del paziente. Tra loro si interpone presto l’ombra della ragazza, una ballerina, un essere che la Gran Mietitrice ha già reclamato per sé due volte: la prima quando lo stigma dell’ebraismo l’ha resa oggetto delle attenzioni nefande di un esercito possente; la seconda quando l’immancabile resa dei conti l’ha colta nel letto del teutonico persecutore, appesantendo la sua anima fragile del marchio infamante del tradimento.

Tra i due giovani scaturisce un amore senza futuro, ostacolato dalla gelosia del Magro e dalla sorveglianza ferrea che la guarnigione di monache amministra a presidio di una rigorosa segregazione, con qualche falla...

L’esito della vicenda si conforma alle statistiche del tempo: dei tre personaggi se ne salverà uno e questi, al posto di una morte gloriosa, in quanto predicibile, dovrà affrontare la quotidianità di una vita insignificante. «Non sarebbe stato facile, d’ora innanzi, trasgredire i precetti di questo recente apprendistato di morte e al posto di una parte di prim’attore, già scritta, improvvisare le battute di una comparsa».

Autore anomalo, appartenente al livello istituzionale della produzione editoriale (Spinazzola), Bufalino, come Morselli, è spesso assente dalle letterature del Novecento, forse a causa della sua tardiva scoperta. All’inaugurazione di una mostra di fotografie, l’editrice Elvira Sellerio colpita dalla qualità dei testi del catalogo, chiese a Bufalino, che ne era l’autore, se per caso non avesse “un manostritto nel cassetto”.

A Leonardo Sciascia, che lo intervistava alla vigilia della pubblicazione di Diceria dell’untore, lo scrittore confida: «L’ho pensato e abbozzato verso il ‘50, l’ho scritto nel ‘71. Da allora una revisione ininterrotta: fino alle bozze di stampa. Mi è venuto dall’esperienza di malato in un sanatorio palermitano: negli anni del dopoguerra, quando la tubercolosi uccideva e segnava ancora come nell’Ottocento. Il sentimento della morte, la svalutazione della vita e della storia, la guarigione sentita come colpa e diserzione, il sanatorio come luogo di salvaguardia e d’incantesimo (ma La montagna incantata, è evidente, non ha giocato per nulla). E poi la dimensione religiosa della vita, il riconoscersi invincibilmente cristiano. M’importava esorcizzare quell’esperienza; ma soprattutto mi urgeva coagulare eventi e persone intorno a un centro di parole che avevo dentro. Confesso che il primo capitolo che scrissi fu come un gioco serio: e consisteva nel trovare intrecci plausibili tra 50 parole scelte in anticipo per timbro, colore, carica espressiva. Qualcosa di meno maniacale delle scommesse di Roussel, essendo nel mio caso il legame tra le parole scelte non casualmente ritmico, ne esoterico, ma insorgente da una parentela e coalizione espressiva e musicale, così come da un re, da un sol minore premeditato, nasce una sinfonia...» («L’Espresso», 1° marzo 1981).

Milano, 27 maggio 2002

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Cristina, Viterbo, 30/04/'04

Bellissimo libro, molto toccante. La lingua barocca si addice perfettamente all'intensità dei sentimenti e delle situazioni descritti. Autore troppo spesso dimenticato ma grande.


Mauro Favaro, (osteriedifuoriporta@tiscali.it), 02/02/2004

Testo splendido di carattere autobiografico! Per fortuna che Bufalino, dopo tanti anni, ha scelto di farlo pubblicare! Storia d'amore, "più di parole che di fatti", tra le mura di un sanatorio, durante un "noviziato nel reame delle tenebre"... Il linguaggio adoperato é alto, levigato e molto connotato metaforicamente.





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