DI CORNO O D'ORO, IL ROMANZO DI LAURA PARIANI CHE FISSA LE TESTIMONIANZE DI UNA MEMORIA COLLETTIVA

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Di corno o d'oro (1993)


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Laura Pariani, Di corno o d'oro
Sellerio, Palermo,1993
La memoria, 152 pp.
Euro 6,20

ono i ritmi voraci dei “cavalè” a trattenere, inchiodati alle loro incombenze, i bambini e le donne che allevano bachi da seta nelle cucine. L’aria della stalla, viziata dalla coesistenza di uomini e bestie, elargisce un gratuito tepore, testimone di pettegolezzi e maldicenze che in estate si trasferiscono sull’aia e nelle corti. Perché nemmeno la condivisione della fatica nei campi, della fame, delle malattie e della morte (vittime i contadini della pianura del Ticino a fine Ottocento) attenua un regime gerarchico aspro, i soprusi e lo sfruttamento.

Al vertice gli “sciùri”, padroni di tutto «anche dell’aria», che inviano soldati per sopraffare le rivendicazioni socialiste e i primi scioperi nelle campagne.

Poi gli uomini, che non indietreggiano nemmeno di fronte al rapporto filiale per strappare il diritto di sonno e quello di studio; senza scrupoli nell’infrangere sessualità inermi.

Infine i più piccoli che inchiodano crudelmente al muro malcapitati cuccioli, giustiziati in modo sommario, senza quella pietà, misconosciuta da loro stessi.

L’esordio editoriale di Laura Pariani non contravviene a quelli che, nel decennio successivo, continueranno ad essere i temi portanti del suo lavoro, fortemente ispirato a personaggi della storia minore di cui lei trova tracce nei racconti degli avi, ma anche nelle documentazioni d’archivio, che contestualizza e a cui dà forma e voce.

Caratterizzato da un impasto linguistico dialettale irriununciabile, che trae origine dalla provenienza e dal suo legame personale con la pianura lombarda (anche proteso a ridar vita a tradizioni popolari che rischiano la dimenticanza), Di corno o d’oro si apre in realtà con il richiamo all’Argentina, terra di emigrazione di molti italiani che sperarono in un arricchimento, ben presto consci, però, che neanche in America è «facile fare i soldi». Perché, è vero, l’operaio che «spreme la canna per trarne lo zucchero» oltreoceano riceve denaro e cibo, ma «bisogna spaccarsi le reni…».

Destino amaro, quello dei più, a cui si è già predestinati alla nascita, quando appena fuori dal ventre materno «esce dalle porte di corno» il primo sogno e, «neonati, vediam passare davanti agli occhi in un attimo tutta la vita che ci è destinata, finché l’angelo della morte ci bollerà sulla fronte e ci dirà che è l’è ora».

Ma in fondo sono una «via per l’anima», i sogni. E due ne sono le porte: una di corno dove «passano i sogni veritieri» e l’altra d’oro «per quelli bugiardi».

Intriso di rassegnazione per le proprie sorti e soggiogato da un perenne destino di sopraffazione generazionale, il mondo contadino, però, riesce ad aggiudicarsi qualche rivincita morale.

Ottiene ascolti per le rivendicazioni salariali grazie alla «poetessa di Magnago» che, in un rito quasi sacrale a cui assiste rispettosamente tutta la corte, verga di sua mano la lettera per il sindaco a cui ci si appella. E individua nella scuola e nei libri risposte significative alle domande di riscatto sociale.

Anche se la tormentata maestra Ada, non comprende perché «dopo tanta ragionevole chiarezza degli studiosi… questo mondo attuale ingiusto e meschino, fosse ancora possibile…».

Per penetrare nelle singole storie e fissare indelebilmente testimonianze di una memoria collettiva, Laura Pariani si affida a un linguaggio non usuale ma ricco di suggestioni immediate verso eventi e periodi storici, luoghi e personaggi, che, forse per indagare ulteriormente, riprende, a volte, nei libri successivi.

E senza preclusioni per rimandi quasi poetici se, nel concludere una vicenda, scrive: «così una sera al principio di novembre, con le prime nebbie che salgon dal Ticino a sequestrar le stelle…».

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 21 luglio 2004
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