I DIMENTICATI DI ETTORE MO, RIFLESSIONI SULLE ZONE CALDE DEL MONDO VISITATE IN QUALITA‘ DI INVIATO SPECIALE DALL‘AUTORE

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I dimenticati


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Ettore Mo, I dimenticati
Rizzoli, 2003
pp. 219
Euro 15,50

Un mattone che sa di albero

a “cecità che viene dai fiumi”, le deformazioni provocate dall’erbicida noto come “agente arancio”, la sofferenza fisica dei malati di Aids che non possono accedere ai farmaci… Ettore Mo descrive senza pudori, il campionario di angosciose e permanenti condizioni esistenziali osservate negli angoli più o meno remoti del mondo (dalla Nigeria al Vietnam, dalla Bolivia al Mali), mentre la compartecipazione agli eventi tragici cui assiste, aumenta, inevitabilmente, se la spesa di antichi retaggi storici, scelte militari, situazioni politiche si accanisce ai danni dei bambini.

Racconta, infatti, dell’accattonaggio, della prostituzione e dello sfruttamento, “ultima risorsa di un maxiesercito di minori alla deriva” nell’odierno Bangladesh e denuncia il coinvolgimento nella guerriglia colombiana dei “ninos de la guerra”, al cui reinserimento sociale si cerca di provvedere, pur nello “sfascio della società e nello smembramento delle famiglie”; ma sottolinea, anche, l’orgoglio degli ideatori che, in alternativa alla schiavitù della droga di adolescenti in difficoltà, propongono una ambiziosa e riuscita progettazione in campo aeronautico.

Da veterano dei reporter inviati nelle zone calde del globo, Mo non trascura nemmeno l’analisi dei brutali atti di guerriglia compiuti da fazioni avversarie su territori contesi per il controllo del narcotraffico; rievoca l’agguato mortale a Massud, “il leone del Panshir”, caduto per l’ ideale di un Afghanistan libero ed indipendente; rammenta le ferite ancora aperte nella gente delle Falkland, dove la guerra fu “breve, ma violenta e sanguinosa” e i caduti si contarono da entrambe le parti in lotta.

Indispensabili, per tentare di porre rimedio ai drammi dell’umanità sofferente e rassegnata, pur non essendo pienamente risolutivi, gli interventi immediati (ad opera di volontariato, associazioni umanitarie, chiese e governi) vengono però percepiti in qualche modo secondari rispetto a bisogni relativi alla sfera dello sviluppo personale. E’ maggiormente accettabile una alimentazione saltuaria, rispetto al “vuoto delle menti”.

Come pretendere di curare la malattia psichica se non favorendo modalità espressive traducibili in possibilità artistiche di alto livello? Perché limitare il giudizio su Hans Christian Andersen alle miopi previsioni di stupidità ed alle umiliazioni subìte da ragazzo o alle ambivalenze sessuali dell’uomo, quando lo stesso scrittore si percepiva “un essere poetico, non un uomo come tutti …” come fa dire ad un suo personaggio?

Come ottenere il giusto riconoscimento dei propri diritti se non brandendo la Costituzione, in cui, finalmente, ognuno può leggere che “nessun cittadino peruviano può o deve lavorare gratis”?

Forse il più denso di implicazioni, sicuramente il più significativo dal punto di vista dell’impatto culturale, il pezzo dedicato da Mo ai “portatori di libri” si propone di riassegnare un senso all’affermazione sulla “pericolosità” dell’istruzione (un “indio che sa leggere è un indio pericoloso”). E colloca al centro di questa quieta “rivoluzione” sulle vette della Cordigliera andina, la curiosità propulsiva dell’infanzia quando alla porta del prete cattolico inglese, missionario in Perù negli anni Sessanta, si presenta un ragazzino a chiedere quel “qualcosa, fatto di alberi e a forma di mattone, con dentro parole e figure… che .. non aveva mai visto”. Di lì la preziosa esperienza delle Biblioteche rurali, con i volumi trasportati a spalla agilmente sulle impervie montagne e la concreta possibilità di conoscenza per molti “campesinos”.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 29 gennaio 2004
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