NEI DISCORSI SOPRA LA PRIMA DECA DI TITO LIVIO, NICCOLO' MACHIAVELLI ELABORA UNA TEORIA COMPLESSIVA DEL RAPPORTO FRA STATI E POPOLI

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Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio (1517)



Niccolò Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio
Bollati Boringhieri, 1993
Universale Bollati Boringhieri. Classici, 608 pp.
Euro 20,66

iccolò Machiavelli lavorò ai Discorsi dal 1513 al 1519 con l’intento di scrivere un commento alla prima deca della Storia di Tito Livio. Ne nacque, invece, un trattato sulle repubbliche in tre libri, nel quale il riferimento all’opera del grande storico romano offre solo l’occasione per l’elaborazione di una teoria complessiva, anche se non sistematica, del rapporto tra Stati e Popoli. Questa, oltre ad esprimere il livello più avanzato del pensiero del diplomatico fiorentino, contiene in embrione già il superamento definitivo della tradizionale concezione politica del Rinascimento.

I Discorsi hanno ad oggetto temi diversi, non ordinati ma sparsi, tenuti insieme, in apparenza, solo dal filo della conversazione: le repubbliche; i popoli; il costume dei cittadini; principi e principati; le leggi e le congiure; la guerra, le milizie e i capitani; fortuna e virtù; libertà e corruzione; le qualità morali delle classi dirigenti.

Il motivo ispiratore dei Discorsi è la Storia, quale fonte di emulazione per chi si deve occupare della res pubblica. L’approccio di Machiavelli, tuttavia, non è di passiva celebrazione del passato, bensì — e questo non è del tutto coerente con i canoni vigenti dell’Umanesimo — di consapevolezza lucida degli accadimenti, al fine di trarre dagli eventi contingenti gli elementi di continuità, i modelli di azione duraturi ed essenziali.

La differenza centrale dei Discorsi rispetto al Principe, più che al riconoscimento della complessità delle norme che regolano l’agire politico affiancando l’azione dei popoli, e dunque delle repubbliche, a quella dell’uomo virtuoso, sta nel procedimento logico di descrizione dei fenomeni storici che viene adottato. Mentre nel Principe i fatti servono ad avvalorare norme generali già date, secondo un processo deduttivo, nei Discorsi, al contrario, secondo un metodo induttivo sono i fatti (ad esempio la narrazione di Livio) che determinano le regole dell’agire politico

Il contesto temporale nel quale le due opere vengono scritte è lo stesso: di getto nel 1513, il Principe; lungo un periodo che va dal 1513 al 1517 o 1519, i Discorsi. Ciò mette in evidenza che, pur nell’identità dell’ispirazione, le due opere rispondono a due obiettivi differenti. Il Principe — a dispetto della maggiore fama ottenuta — è un’opera contingente, completamente immersa nelle vicende politiche della Firenze del tempo. I Discorsi, invece, vogliono essere — malgrado l’assenza di sistematicità — un’opera non contingente, bensì il frutto di una lunga riflessione ed elaborazione teorica.

E di riflessione non solitaria si tratta. Sono presenti nei Discorsi le conversazioni degli “Orti Oricellari” dentro ai giardini fiorentini di Palazzo Rucellai, dove uomini saggi e di cultura si incontravano per leggere le vicende politiche di Firenze alla luce dei fatti storici di Roma. L’opera è infatti dedicata a Cosimo Rucellai, nipote del fondatore degli Orti, e a Zenobi Buondelmonti: «Voi che mi avete forzato a scrivere quello chi’io mai  per me medesimo non avrei scritto» .

Quanto al contenuto storico, Machiavelli sottolinea la caducità delle tirannidi e il ruolo fondamentale della libertà nelle repubbliche; l’avversione pragmatica (esse non portano risultati duraturi) delle congiure e il ruolo vitale della milizia, del monopolio della forza, dell’esercito cittadino.

Con i Discorsi, Machiavelli si fa precursore della moderna storiografia e dello stesso Gian Battista Vico. D’altra parte, il politologo inglese Neil MacCormick considera Machiavelli il padre della moderna “costituzione mista”, solo parzialmente scritta ma profondamente operante, in cui il principio fondante della democrazia è controbilanciato da idonee misure che salvaguardano comunque il momento decisionale (ai tempi di Machiavelli questi contrappesi erano rappresentati dal principio monarchico o da quello oligarchico).

Il valore fondante della libertà nel rapporto tra intellettuali e potere, ancora su un altro versante, è l’eredità raccolta da Vittorio Alfieri nella sua opera — chiaramente ispirata al segretario fiorentino — Del Principe e delle lettere. Entro la cornice che Machiavelli ha tracciato del Principe e del Principato, l’intellettuale non può che essere libero o sottomesso. La stessa questione viene sottolineata da Antonio Gramsci in uno dei suoi Quaderni, Note su Machiavelli: quest’ultimo, con la sua opera, è stato tra i primi intellettuali italiani a svolgere un ruolo “democratico” e “nazionale”. Ma lo stesso Gramsci sottovaluta l’impianto scientifico di Machiavelli (Croce più che Machiavelli è per Gramsci la stella polare teorica), evidenziandone, anche se sotto una luce positiva, il carattere “pratico”, espressione di «una personalità che vuole intervenire nella politica e nella storia del suo paese».

Il grande valore teorico del pensiero di Machiavelli è stato colto, invece, da Isaiah Berlin, il quale nel principio del conflitto permanente fra valori cristiani e valori politici — oltre e contro la vulgata della separazione fra etica e politica — ha individuato l’origine dell’irriducibile imperfezione di tutti i modelli politici, da cui sono derivati i valori del pluralismo e della tolleranza del moderno liberalismo.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 19 maggio 2004
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