LE DISGRAZIE DEL LIBRO IN ITALIA, OPUSCOLO DI GIOVANNI PAPINI DOVE SI DELINEA IL RAPPORTO DEGLI ITALIANI CON IL LIBRO

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Le disgrazie del libro in Italia (1953)


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Giovanni Papini, Le disgrazie del libro in Italia
Stampa alternativa, 1993

e disgrazie del libro in Italia (1953) di Giovanni Papini è un sottile opuscolo di poche pagine. Pubblicato da Vallecchi nel 1954, il libretto risulta ancora oggi di estrema attualità. Papini delinea in poche, polemiche righe il perverso rapporto del popolo italiano con il libro.

Prima di decidersi all’acquisto, l’italiano cerca di “accaparrarselo” gratuitamente, ricorrendo ad ogni mezzo, dall’omaggio al furto (credono… che i libri non costino assolutamente nulla a chi li fa, e che perciò posson chiederli impunemente e serenamente in dono…); solo quando ogni tentativo si è rivelato fallimentare «prende una decisione eroica e sceglie l’ultimo e disperato mezzo: compra il libro con i suoi denari».

Segue un minuzioso elenco di coloro che in Italia non comprano libri: gli analfabeti, gli imbecilli, i “marrani arricchiti”, i “mondani ottusi”, i politicanti, i parassiti di vocazione «che pretendono di avere i libri gratis et amor Dei» e infine i piccolo borghesi e i proletari. Unici salvati sono gli appartenenti a una sola classe, quella «più numerosa e perdonabile», i veri poveri, che non possono permettersi di comprar libri, neppure quando davvero lo desidererebbero.

Ne risulta quella che l’autore definisce la «tragedia del libro in Italia» che è riassumibile in questa «malinconica antitesi: quelli che hanno molti denari comprano pochi libri. Quelli che comprerebbero volentieri moltissimi libri non hanno denari per comprarli».

E allora che cosa propone l’autore? Prendere un po’ di soldi a chi li ha e non compra mai un libro e darli ai poveri per comprarsi libri, oppure devolvere una parte delle entrate statali per l’acquisto di libri per chi non se li può davvero permettere.

Segue una riflessione sulla situazione culturale italiana: le biblioteche private, ricche di libri preziosi e rari, sono poche, se confrontate alle tradizioni della nostra società, e spesso sono proprietà di collezionisti spinti all’acquisto di libri più dalla vanità dello sfoggio che dall’amore per la cultura. Per il resto, nelle case dell’italiano medio si trovano pochi e mediocri volumi: talvolta un messale, qualche libro di cucina, la cabala del Lotto, un vocabolario della lingua italiana, un paio di opere classiche e, per terminare, l’elenco telefonico.

A questo punto l’autore abbandona il piglio polemico, per giungere a quello che, a mio avviso, rappresenta il cuore del libello, ossia una vera e propria dichiarazione d’amore nei confronti del libro:

«… chi tocca un libro tocca un’anima. Chi ama un libro possiede un amico sicuro, silenzioso, quanto mai modesto, che si può chiamare o congedare a volontà. I libri ci rivelano quel che non abbiamo saputo scoprire, ci rammentano quel che abbiamo dimenticato, ci rasserenano nelle ore della tristezza, ci divertono nelle ore del tedio, ci sublimano nelle ore della gioia. Esiste un libro adatto ad ogni uomo… se lo lasciate attende per anni, col suo tacito tesoro chiuso nelle pagine, il vostro ritorno. Nessuna cosa è più generosa e costante di un vero libro».

Concludendo Papini invita gli italiani ad acquistare i libri, che è anche un dovere, oltre che un piacere, essendo essi i «custodi ed i rappresentanti di una civiltà letteraria, d’una delle più antiche e ricche del mondo. È dover loro, e supremo interesse oltre che dovere, salvarla e continuarla». Gli italiani che non si impegnano in ciò sono definiti «eredi senza onore e rinnegati bastardi».

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 28 novembre 2003
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