NE IL DOLORE GIUSEPPE UNGARETTI RIVERSA TUTTO IL DOLORE CHE PERCEPISCE DENTRO E INTORNO A SE, PER LA MORTE DEL FIGLIO E PER LE DEPORTAZIONI.

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Il Dolore (1947)



Giuseppe Ungaretti, Il Dolore
in Vita d'un uomo. Tutte le poesie
Mondadori, 2005
I Meridiani Collezione,
LXIII-906 p; Euro 12,90

ncora un cambiamento drastico nella vita di Giuseppe Ungaretti: dal 1936 al 1945 gli avvenimenti politici, sociali e privati trasformano l’animo del poeta. I lutti della guerra appena conclusa influiscono enormemente sul suo spirito, che diventa sempre più cupo e addolorato. Il poeta distoglie l'attenzione dalla ricerca della dimensione metafisica e si cala nuovamente nella tragica realtà della vita di tutti i giorni, angosciato dalla perdita del fratello e successivamente anche del figlio. In Italia Ungaretti assiste impotente allo sfascio e alla distruzione dello Stato Fascista nel cui grembo per molti anni si è sentito al sicuro, ed è costretto a prendere atto dell'orrore della sistematica deportazione in Germania di connazionali ebrei e dissidenti.

Questi eventi lo sconvolgono. Perso il ruolo di poeta “ufficiale” all’interno delle istituzioni e sospeso dalla cattedra universitaria, Ungaretti viene colpito da un primo infarto. Come già era successo durante il precedente conflitto mondiale, il poeta si cala nel dramma – quello suo personale per la perdita del figlio e quello del popolo italiano – e riversa nel terzo libro di poesie tutto il dolore che percepisce dentro e intorno a sé. Non gli riesce difficile interpretare la tragedia della vita, dato che fa parte della sua indole: «Le mie poesie sono ciò che saranno tutte le mie poesie che verranno dopo, cioè poesie che hanno un fondamento in uno stato psicologico strettamente dipendente dalla mia biografia; non conosco sognare poetico che non sia fondato sulla mia esperienza diretta» (Da Vita di un uomo p. 511). E come afferma in un’intervista televisiva: Il Dolore fu scritto piangendo. «Il dolore è il libro che di più amo, il libro che ho scritto negli anni orribili, stretto alla gola. Se ne parlassi mi parrebbe d’essere impudico. Quel dolore non finirà più di straziarmi» (Vita di un uomo p. 543).

Pubblicato nel 1947, la terza raccolta di Giuseppe Ungaretti contiene 16 composizioni divise in sei sezioni.

Tutto ho perduto (1937) contiene due poesie dedicate al fratello morto; Giorno per giorno (1940-1946) contiene 17 frammenti dedicati al figlio perduto; Il tempo è muto (1940-1945) contiene tre poesie dedicate al figlio; Incontro a un pino (1943) contiene una sola composizione sulla guerra; Roma occupata (1943-1944) contiene 5 liriche sulla deportazione, la più celebre delle quali è Mio fiume anche tu; I ricordi (1942-1946) contiene tre poesie tra cui Non gridate più.

Queste liriche esprimono veramente il dolore del poeta.

Da Giorno per giorno

    11.

    Passa la rondine e con essa estate,
    E anch’io, mi dico, passerò…
    Ma resti dell’amore che mi strazia
    Non solo segno un breve appannamento
    Se dall’inferno arrivo a qualche quiete…

    13

    Non più furori reca a me l’estate,
    né primavera i suoi presentimenti;
    puoi declinare, autunno,
    con le tue stolte glorie:
    per uno spoglio desiderio, inverno,
    distende la stagione più clemente!….

Da Roma occupata.

    MIO FIUME ANCHE TU

    Mio fiume anche tu, Tevere fatale,
    [...]

È la poesia più accorta e più religiosa, nella quale al dolore personale Ungaretti trasfonde l'angoscia del popolo romano per l'umiliante ferita delle deportazioni, dove si fa più drammatica e tesa la sua confessione di fede. Ecco i bellissimi versi di questa tensione sacrale:

    Le mie blasfeme labbra:
    «Cristo, pensoso palpito,
    perché la Tua bontà
    s’è tanto allontanata?»

Che si rafforza ulteriormente nella terza parte della poesia:

    3

    Fa piaga nel Tuo cuore
    La somma del dolore
    Che va spargendo sulla terra l’uomo;
    il Tuo cuore è la sede appassionata
    dell’amore non vano.

    Cristo, pensoso palpito,
    Astro incarnato nell’umane tenebre,
    Fratello che t’immoli
    Perennemente per riedificare
    Umanamente l’uomo,
    Santo, santo che soffri,
    Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,
    Santo, Santo che soffri
    Per liberare dalla morte i morti
    E sorreggere noi infelici vivi,
    d’un pianto solo mio, non piango più,
    Ecco, Ti chiamo, Santo,
    Santo, Santo che soffri.

Ecco il giudizio critico di Attilio Cannella:

    «La lirica più complessa è Mio fiume anche tu: il Tevere diviene il simbolo del fatale scorrere della “notte” della paura, mentre “Un gemito d’agnelli si propaga / Smarrito per le strade esterrefatte”»

Da I ricordi

La poesia più paradossale ed ermetica è Non Gridate più, in cui il poeta invoca di rispettare i morti e di cessare la guerra.

    NON GRIDATE PIÙ

    Cessate d’uccidere i morti,
    non gridate più, non gridate,
    se li volete ancora udire,
    se sperate di non perire.

    Hanno l’impercettibile sussurro,
    non fanno più rumore
    del crescere dell’erba,
    lieta dove non passa l’uomo.

Nell'opinione di Giudo Baldi:

    «La poesia, scritta nell’immediato dopoguerra, è indirizzata a coloro che hanno superato la tragedia di questi anni. Il testo si apre verso gli altri, sottolineando il passaggio dal registro personale al registro della storia. La forza degli imperativi non è quella del comando, ma quella di una preghiera, insieme vibrata e dolente, che invita gli uomini a salvare la loro stessa umanità, riscoprendo i valori della solidarietà e della pietà. Attraverso un uso particolare dell’adynaton (uccidere i morti) il poeta chiede di superare gli odi e le divisioni di parte, che ancora insanguinano a vita politica e civile italiana. Il sacrificio dei caduti è stato così inutile. Ben diversa è la lezione che possono trasmettere, e riguarda la possibilità stessa di salvare e continuare la vita. Ma bisogna raccogliersi in silenzio per poter ascoltare la loro voce, “l’impercettibile sussurro”». (Guido Baldi, Storia e testi della letteratura volume IIB Paravia pagina 410).

Il Dolore consolida le scelte formali introdotte in Sentimento del Tempo. Il poeta adotta la metrica tradizionale, fa uso della punteggiatura e compone strofe abbastanza lunghe (Mio Fiume anche tu o Accadrà).

Versi belli e pregni della passione di un credente che è genuinamente sconvolto dalla prerogativa umana di scatenare guerre terribili, atroci e disumane, che creano danni irreparabili.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 10 maggio 2006
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