Giorgio De Rienzo,Il dolore di amare. Un'intera vita in lotta con la depressione (2001)
Marsilio, 2001
Gli specchi della memoria, pp. 224
Euro 13,43
un tempo non scandito con precisione, vissuto nella mente e che, spesso, «si annulla in una fitta nebbia» quello di Laura, a cui nemmeno i fedeli diari riescono a riconsegnare limiti precisi, a causa del male oscuro che si annida furtivo in attesa di ottenere vittoria sulla fragilità della donna.
Ed è sempre il tempo a essere obiettivo degli sforzi del suo compagno, che vorrebbe ridargli spessore e riappropriarsene, per ricollocare se stesso e la memoria di Laura in una dimensione accettabile.
Nonostante i piani narrativi non siano contemporanei, ma si svolgano in epoche diverse e si concentrino in un dialogo a posteriori che lio narrante conduce per cercare di capire il nodo della malattia (che si accusa di non aver compreso mai fino in fondo) e che la donna intrattiene, attraverso i suoi diari, con lamante nero, quel male oscuro che insieme ai tormenti della mente, le concede anche alcuni periodi di tregua.
De Rienzo affronta una tematica dolorosa e complessa, come quella delle storie di depressione in cui, frequentemente, sono i familiari ad autoaccusarsi dellincapacità di gestire la malattia e le sue conseguenze (spesso, come anche qui, estreme), consapevoli alla fine solo della «profondità della (propria) ignoranza».
In un assolo scaturito dalla necessità di attribuire un significato ulteriore alle esistenze parallele vissute in trentacinque anni di vita matrimoniale, arricchiti da una rara condivisione affettiva che talvolta riusciva a farsi beffe dellingombrante terzo incomodo, lio narrante riattualizza molte delle voci che hanno costituito i contorni della vita a due, occupata massicciamente dalla malattia, con la quale tutti i personaggi devono fare i conti. Il padre (quello di Laura) da cui lei dipende ma da cui si vorrebbe anche affrancare; il promogenito che sembra percepire le sofferenze della madre; lo psicanalista in cui lei ripone il massimo della fiducia ma che la sottopone ad una autoanalisi dolorosa
Al termine, pur nella perdita della propria vita, è Laura a emergere dalla nebbia in cui era vissuta, perché, attraverso le lettere sopravvissute alla pietosa opera dei più stretti familiari che volevano eliminare segni dolorosi del suo passaggio e attraverso le alunne e le amiche con cui stretti erano i rapporti, riaffiorano la sua capacità di accettazione e ascolto, la consapevolezza della necessità di chiedere aiuto, la voglia di costruirsi con fatica una vita, convivendo quotidianamente con la morte
«Il soggiorno in questo piccolo paese, il contatto con la gente primitiva, l'incontro con questa ragazza mi riconducono a me stesso, quale ero quindici anni fa. In questa bellissima Cristina ritrovo molti tratti della mia adolescenza, quasi, direi, un ritratto di me stesso, certo un ritratto abbellito e idealizzato, una versione femminile, ma in sostanza, uno specchio di quello che allora anch'io sentivo e pensavo: la stessa infatuazione d'assoluto, lo stesso ripudio dei compromessi e delle finzioni della vita ordinaria, anche la stessa disponibilità al sacrificio.»