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Don Giovanni in Sicilia



Vitaliano Brancati, Don Giovanni in Sicilia
Bompiani, 1993
pp. 120, Euro 6,2

on Giovanni in Sicilia è un classico della nostra letteratura e, come tale, gode delle molteplici conseguenze che questa posizione comporta: l’eterna memoria, tanto per dirne una, così come l’acquisito marchio del “capolavoro”. Con ciò non s’intende affibbiargli il tributo de “il romanzo d’una vita” ma, se Brancati si fosse limitato solo ad esso, probabilmente sarebbe risultato molto più che un buon progetto portato a termine.

Le pagine che narrano la vicenda sono assolutamente piacevoli: chi può affermare di non riuscire a scovarlo, almeno sotto forma di semplice titolo, fra le sue memorie di lettore? Tuttavia, per una stranezza che dissolve il concetto stesso della logica consequenzialità dei fatti, coloro che tuttora si recherebbero in una libreria per acquistarlo potrebbero contarsi sulle dita di una mano. Solitamente questo romanzo, così come altri esemplari illustri della nostra letteratura, fa la fine degli oggetti di un lascito ereditario, un passamano da padre in figlio in figlio ancora, fin quando le pagine reggono all’usura delle ore della vita e al tipico color giallo-ocra che dai bordi si espande a raggiera, come i cerchi di un tronco sezionato: contarli è contare i numeri del passato.

Una cosa deve riconoscersi, quanto meno al nostro Brancati, il quale dello scrittore ha le distinte proporzioni, che dopo anni – e poi chissà quanti ancora ne trascorreranno – il suo romanzo mantiene viva l’attenzione: se solo lo si (ri)leggesse, naturalmente. Racconta, nella sua edizione del 1942, la storia di Giovanni Percolla: un uomo, un siciliano, un pigro, un inetto, uno schiavo del “circostante”, di chi più forte di lui si mostra. Tuttavia, apparenza, poiché ciò che egli ha intorno è fatiscente, privato della sostanza. La vicenda è molto altro. Giovanni vive da scapolo, quando ormai la sua età canonizzerebbe il quotidiano in modo assai differente. E’ coccolato da tre sorelle, premurose al limite dell’asfissia, zitelle i cui occhi non intravedono altro, fantasioso futuro. E fuori dal pascoliano nido, dal letto in cui l’inerzia sprofonda nelle morbide coltri, vi sono le strade di Catania abitate dagli amici chiacchieroni di Giovanni, bulli tronfi e logorroici nell’inventare la realtà a proprio gusto, cultori attenti di centinaia di assiomi sulla “femmina”: «La donna bella cerca l’uomo brutto, per regalargli un po’ della sua bellezza!».

Ricompare, anche in questo romanzo, il tema del “gallismo”, argomento tanto caramente reiterato nei contenuti dell'autore, affrontato sempre con scottante e sadica ironia. Spiritoso, quindi, poiché ancora di comoda identificazione per molti uomini dell’oggi, ma spesso fastidiosamente pungente.

C’è un momento in cui l’esistenza di Giovanni cambia. La sua vita non ha più i contorni delle futili chiacchiere da bar e dei commenti squallidi sulle passeggiate femminili. Giovanni s’innamora di Ninetta, donna bellissima nella figura, e con essa va via. Abbandona Catania, gli amici ciarlieri, maliziosi e inconcludenti, impregnati della “maniera” siciliana e raggiunge uno sfondo dai toni fortemente diversi.

Milano è l’ambientazione della “seconda esistenza” di Giovanni Percolla che, un po’a fatica, alla fine s’inserisce («Mi cambierò, vedrai!” aveva detto rabbiosamente a Ninetta appena giunto a Milano “esasperato contro se stesso, la propria natura, la Sicilia, la vecchia casa di Catania…»). Prende ad odorare di abitudini che non gli appartengono e, si scoprirà da ultimo, non gli apparterranno mai. E, così, egli migra: dal “calduccio” del suo letto siciliano, alle gelide docce delle fredde mattine milanesi («Tutto il suo sangue, cullato da lunghi sonni pomeridiani sotto le coperte, tutta la sua pelle accarezzata dalla lana anche durante l’estate, le radici stesse della sua vita profondate nel tepore, saltarono su, alla frustata dell’acqua fredda»). Si ammala tanto da trascorrere intere notti a respirare a bocca aperta e a risvegliarsi con la lingua di sughero. L’amore per Ninetta è vero, grandemente sincero. Giovanni s’accorge della straordinaria bellezza della moglie, ne è ossessivamente geloso fino a sospettarne la buona fede, ma non disdegna, poi, le scappatelle che quasi si convengono ad un degno “uomo del nord”, così come Brancati lo rappresenta.

Il suo salotto si popola di letterati e “continentali” ( tutti i “non siciliani” per Giovanni); essi lo imbarazzano, rendendolo silenzioso nel timore di sfigurare. Un giorno, d’un tratto, di lui o, meglio, del suo dialetto siciliano, viene fatta mostra ed egli, oltre a catturare l’attenzione, diventa giullare, scatena risa e divertimento. «La sua vita divenne più attiva, veloce, asciutta», commenta senza troppo farsi notare l’autore, ma il suo pensiero, se chi legge vuol vederci più chiaro, si scopre sempre, intimamente legato ai ricordi: «Era maggio e il sole di Milano non riusciva ancora a riscaldare (…). Ricordò che in quei giorni, a Catania, il gatto dorme nei balconi».

Non si può certo dire che Brancati tratti garbatamente il suo protagonista: di questi lascia trasparire l’immagine d’un uomo che fa la spola da sentimenti a emozioni a bandiere e opinioni diverse. E’ perennemente influenzato dalla moglie, dall’ambiente che lo strattona da un eccesso all’altro come una marionetta, dagli altri. Ma Giovanni, in verità, che cosa pensa? Al lettore una risposta viene presto in mente, quando s’accorge d’avere di fronte l’esempio vivente d’una realtà che in queste pagine diventa dogma: alle proprie radici non si sfugge. Le si può ignorare per poco o molto, le si può scansare, criticare ( «come si può vivere qui?», dice Giovanni a Ninetta, viaggiando verso il sud), ma non si lascia questo mondo senza, prima o poi, ritornarvi. Chi meglio di Giovanni porta il vessillo di tale verità? Alla fine di tutto, il ritorno alle simboliche, calde coperte e al sonno ristoratore dopo il lauto, “meridionale” pasto, che non ha nulla a che fare con la stonata magrezza del Giovanni “finto settentrionale”, è inevitabile.

Il tutto condito da uno stile fluido, il solito scorrevole senso della prosa tipico di Brancati, ricco di metafore che rendono le parole oggetti, i personaggi carne viva. E non si possono udire i suoni, attraverso le parole scelte dall’autore, ma di profumi e immagini la narrazione è colma.

Il finale dà sfogo alla fantasia. In seguito al rientro a Catania, dovuto alla gravidanza di Ninetta, forse Giovanni non tornerà più nella sua casa milanese, o forse sì. Al lettore, la possibilità di scegliere l’epilogo che più lo soddisfi. Nella vita, d’altra parte, questo non può mai farsi; ma con i libri, se da essi si è in grado di prendere tutto quanto possono dare, ciò diventa incredibilmente possibile.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 27 novembre 2001
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E., Caserta, 12/11/'04

È proprio così...basta poco e ritorni alle vecchie abitudini!!..il luodo di nascita ce lo portiamo dentro!!.. Libro che fa pensare,e direi abbastanza divertente..




http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Sab, 12 ago 2006

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