NEL ROMANZO I DUE OROLOGI, CIRO VITIELLO SI INTERROGA SULLA PAROLA, E SU UN NUOVO CONCETTO DI SCRITTURA

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I due orologi (2003)


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Ciro Vitiello, I due orologi
Manni, 2003
Mat, 174 pp.
Euro 14,00

e alla fantasia del lettore è affidato il compito di ri-scrivere le pagine di un romanzo, ri-costruendo fatti e brandelli di vita, inseguendo i personaggi attraverso frammenti di fisicità descrittiva, ecco che Ciro Vitiello ha in pieno centrato una nuova realizzazione della scrittura.

La magia della pagina bianca attanaglia l’autore e lo spinge verso quel racconto che sarà continuamente in fieri, pagina dopo pagina, in un percorso quasi allucinante tra passato, presente e futuro, che molto spesso armonizza il reale con l’immaginario, per proporre la presenza/assenza di un filo unico conduttore e coagulante.

Nel primo capitolo abbiamo l’opportunità di conoscere quasi tutti i personaggi del romanzo, intenti in una discussione apparentemente banale, tra nuvole di fumo e indecisioni sul da farsi. Una lunga discussione attraverso la quale possiamo scorgere i guizzi delle diverse esistenze, che a mano a mano si proporranno ben più precise e travagliate da esperienze e imprevisti.

Dal celebre professore Aldo Collis, abilissimo chirurgo, impegnato al massimo nella sua professione e continuamente tormentato dagli interrogativi filosofici che ci impone l’ignoto fine dell’esistenza, ad Elia Vita, inchiodato in un letto di ospedale e perseguitato da allucinazioni che lo costringono a rivivere, tra ricordi e sofferenze, i giorni della sua deportazione in Germania.

Dalla semplicità genuina del povero Gionata, ingiustamente incolpato della morte di una ragazzina, ad Alessandro Dola, invaghito di una giovane studentessa, la quale, per necessità economiche e storture della vita quotidiana, si improvvisa — pur non volendo e pur non accentando — prostituta da passeggio. La tenerezza dell’una si avvinghia alla cortese presenza dell’uomo, in un crescendo quasi lirico.

Esperienza più unica che rara quella di Federico Moreno, il quale incontra dopo anni una sua antica fiamma amorosa, "Gabriella", gemella di "Bruna": due gocce d’acqua, per le quali è stato sempre impossibile distinguere con certezza l’una dall’altra. Nell’intricato gioco delle parti la giovane si concede al vecchio amico, lasciandolo però nel dubbio più assoluto sulla propria identità.

Fra le pagine aleggia la figura di un magnate: il ricco e facoltoso Luc Keil, che non compare se non alla fine del romanzo, con una quasi inverosimile richiesta: completare la sua già ricca collezione di opere d’arte con una statua — dal suo profilo — scolpita da Picasso.

Emozione ed incredulità sorprendono Giacomo Ceruti per la sua omonimia con un grande pittore del passato di cui egli nulla conosce, ma del quale conserva le capacità pittoriche.

Le figure emergono dalla lettura con grande dovizia di particolari e si alternano di capitolo in capitolo con le urgenze di interrogativi filosofici di notevole intensità e di indiscusso interesse, costruendo ciascuna una piccola tela che potrà essere ricucita, come i tasselli di un unico mosaico, alle altre esperienze di vita, o disporsi a piacimento in una più complessa strutturazione della narrazione.

Ciro Vitiello di capitolo in capitolo riesce a far rimbalzare le occorrenze esistenziali, riesce a decifrare le ossessive indecisioni del subconscio, intersecando la realtà quotidiana con le immaginazioni della creatività.

Se vi sono momenti di suspense questi vengono risolti con deliziosa bravura nel racconto, tra i rapidi effetti del dettato e la lievità di un gioco a carte scoperte.

Il perfetto senso del ritmo, della misura, della parola, si riconoscono nella maneggevolezza della scrittura e nell'eleganza dei passaggi, anche quando l’autore attraverso alcuni sobri colloqui propone l’enigma diffuso in tutto l’universo, che non ha sostanza né forma. L’enigma che ci fa pronunciare tante volte (anche nel silenzio della nostra solitudine) “… ma Dio esiste?” e se esiste “Qual è il sito dell’anima?”.

Così l’opera si chiude come s’era aperta, nella immaginaria forma di un cerchio, in quella che si potrebbe configurare quale erranza senza progetti, verso un'ipotetica realtà, mentre l’autore si interroga sulla parola parlata e sulla parola scritta, indugiando sulle fantasie che le parole esprimono, a mano a mano che vengono ri-composte sulla pagina bianca.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 17 settembre 2004
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