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IN GLI EQUIVOCI DELL'ANIMA UMBERTO GALIMBERTI OSSERVA L'ANIMA DIRE LA VERITÅ E IL MONDO MENTIRE |
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Gli equivoci dellanima (1999) |
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A queste verità non si accede con i sensi (il corpo è instabile: può essere sfinito, sensuale, giovane, malato ) ma con lo sguardo fermo dello spirito. «Nellinteriorità dellanima» (SantAgostino) è il nostro «accesso allintero essere» (Aristotele). Anche se di Platone non conosciamo niente, possiamo riconoscere che una nostra percezione errata abbia mandato un innocente alla forca; in compenso, saremo sempre sicuri che, almeno quando diciamo che 2 + 2 fa 4, siamo infallibili come Dio. Tra il mondo e lanima, è lanima a dirci la verità, mentre spesso è il mondo a mentirci. «Il costituirsi di questo sapere separa nettamente la filosofia greca dalla sapienza orientale, dove in gioco non è la costituzione di un sapere incontrovertibile, ma la liberazione delluomo.» - I cinesi, ad esempio, come Omero, non hanno anima (cfr. R. Granet, Il pensiero cinese, Adelphi). Lanima dellOccidente, che salva le verità dal nulla della morte, impone degli strappi violenti. Il primo, scrive Platone, è la rinuncia alla «follia del corpo» (Fedone). Un altro è labbandono del mondo come mondo di simboli, segni troppo saturi di significato e quindi ingovernabili per la ragione. Galimberti, sulla scorta di Nietzsche, chiarisce così che «la nozione di anima è al centro di una rottura radicale tra due sistemi di pensiero» che «coesistono in Platone in una lacerazione non composta»: da una parte, lanima che fonda i saperi, che con Cartesio dirà «Cogito ergo sum» e con Kant farà luce su quanto è accessibile della natura; dallaltra, lanima orfica, aperta al divino, folle, a cui si accede per iniziazioni. Rispetto allanima razionale, Platone sa ancora che la follia è «minaccia e dono». Così scrive che «la follia proveniente dal dio è assai più bella della saggezza dorigine umana» (Fedro), e che le voci più divine dellanima, come lamore, sono demoniche, dominanti e irrazionali (Timeo). Ma se il dèmone domina lanima, la ragione non potrà circoscriverlo come un territorio su una mappa. Schopenhauer è chiaro: «Tutto ciò che nelluomo è originario ( ) agisce come le forze della natura, in modo inconscio». La sua scoperta dellinconscio la follia di Platone - ferisce lorgoglio di un Io che si scopre per la prima volta non solo sconfinato (come diceva già Eraclito), ma in gran parte incontrollabile e infido: lIo, scrive Schopenhauer, «non solo non è padrone in casa propria, ma deve fare assegnamento su scarse notizie riguardo a quello che avviene inconsciamente nella sua psiche». La psicoanalisi nasce per curare questa angoscia. Se «lo psichico è in sé inconscio», l«opera di civiltà» della sua cura servirà a «rafforzare lIo» annettendogli «nuove zone dellEs» (così Freud). Ma così «Freud fraintende se stesso» (Jaspers). «Lipotesi - scrive infatti Galimberti - è illuministica», e il risultato di questa «colonizzazione» dellinconscio sarà un uomo cioè che vive nel mondo borghese, malgrado tutto, come nel migliore dei mondi possibili: in altre parole, sarà un uomo sano, sarà sempre un positivista (Horkheimer). Fuori di quel mondo Heidegger sente il richiamo della «vita autentica», la quale «chiama nel modo spaesato del tacere»: è un silenzio insistente che ricorda allanima che il mondo della razionalità, anche se creato da lei stessa, non è il suo: lanima, come già per la Gnosi, «abita questo mondo disabitandolo». La chiamata alla vita autentica, se venisse accolta, imporrebbe un «salto» in una «regione totalmente diversa» da ciò che chiamiamo Occidente: tanto quanto è diverso dire termini esatti da «abitare i simboli.» Il che corrisponde allidea di cura dellanima di Jung. A cura della Redazione Virtuale Milano,8 aprile 2005 |
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