IN GLI EQUIVOCI DELL'ANIMA UMBERTO GALIMBERTI OSSERVA L'ANIMA DIRE LA VERITÅ E IL MONDO MENTIRE

ITALIALIBRI - RIVISTA MENSILE ONLINE DI LIBRI ITALIANI, BIOGRAFIE DI AUTORI E RECENSIONI DI OPERE LETTERARIE


Gli equivoci dell’anima (1999)


AUTORI A-Z
A
B
C
D
E
F
G
H
I
J
K
L
M
N
O
P
Q
R
S
T
U
V
W
X
Y
Z

OPERE A-Z
A
B
C
D
E
F
G
H
I
J
K
L
M
N
O
P
Q
R
S
T
U
V
W
X
Y
Z



Umberto Galimberti, Gli equivoci dell’anima
Feltrinelli, 2003
Euro 10,00

avvero l’ànemos, il “vento” che Omero vede spirare dalla bocca degli eroi morenti, si dissolve nell’aria e fa d’un uomo nulla? «Probabilmente - scrive Galimberti - l’esperienza della morte ha generato la persuasione che nel tempo e nel mondo visibile non c’è salvezza né verità.»

Il luogo di questa persuasione è l’Occidente. Da Platone a Freud, l’anima si è raccontata non come un “vento” svanente, ma come realtà più reale di ogni altra, la sola che possieda, al di là del fluire e del corrompersi delle cose, “verità” non mortali: la matematica, il Sommo Bene, Dio, la logica, il metodo scientifico: solo tutto ciò sarà “vero”.

A queste “verità” non si accede con i sensi (il corpo è instabile: può essere sfinito, sensuale, giovane, malato…) ma con lo sguardo fermo dello spirito. «Nell’interiorità dell’anima» (Sant’Agostino) è il nostro «accesso all’intero essere» (Aristotele).

Anche se di Platone non conosciamo niente, possiamo riconoscere che una nostra percezione errata abbia mandato un innocente alla forca; in compenso, saremo sempre sicuri che, almeno quando diciamo che 2 + 2 fa 4, siamo infallibili come Dio. Tra il mondo e l’anima, è l’anima a dirci la verità, mentre spesso è il mondo a mentirci.

«Il costituirsi di questo sapere separa nettamente la filosofia greca dalla sapienza orientale, dove in gioco non è la costituzione di un sapere incontrovertibile, ma la liberazione dell’uomo.» - I cinesi, ad esempio, come Omero, non hanno “anima” (cfr. R. Granet, Il pensiero cinese, Adelphi).

L’anima dell’Occidente, che salva le verità dal nulla della morte, impone degli strappi violenti. Il primo, scrive Platone, è la rinuncia alla «follia del corpo» (Fedone). Un altro è l’abbandono del mondo come mondo di simboli, segni troppo saturi di significato e quindi ingovernabili per la ragione.

Galimberti, sulla scorta di Nietzsche, chiarisce così che «la nozione di anima è al centro di una rottura radicale tra due sistemi di pensiero» che «coesistono in Platone in una lacerazione non composta»: da una parte, l’anima che fonda i saperi, che con Cartesio dirà «Cogito ergo sum» e con Kant farà luce su quanto è accessibile della natura; dall’altra, l’anima “orfica”, aperta al divino, folle, a cui si accede per iniziazioni.

Rispetto all’anima razionale, Platone sa ancora che la “follia” è «minaccia e dono». Così scrive che «la follia proveniente dal dio è assai più bella della saggezza d’origine umana» (Fedro), e che le voci più divine dell’anima, come l’amore, sono demoniche, dominanti e irrazionali (Timeo).

Ma se il “dèmone” domina l’anima, la ragione non potrà circoscriverlo come un territorio su una mappa. Schopenhauer è chiaro: «Tutto ciò che nell’uomo è originario (…) agisce come le forze della natura, in modo inconscio». La sua scoperta dell’inconscio – la “follia” di Platone - ferisce l’orgoglio di un “Io” che si scopre per la prima volta non solo sconfinato (come diceva già Eraclito), ma in gran parte incontrollabile e infido: l’Io, scrive Schopenhauer, «non solo non è padrone in casa propria, ma deve fare assegnamento su scarse notizie riguardo a quello che avviene inconsciamente nella sua psiche».

La psicoanalisi nasce per curare questa angoscia. Se «lo psichico è in sé inconscio», l’«opera di civiltà» della sua cura servirà a «rafforzare l’Io» annettendogli «nuove zone dell’Es» (così Freud). Ma così «Freud fraintende se stesso» (Jaspers). «L’ipotesi - scrive infatti Galimberti - è illuministica», e il risultato di questa «colonizzazione» dell’inconscio sarà un uomo cioè che vive nel mondo borghese, malgrado tutto, come nel migliore dei mondi possibili: in altre parole, sarà un uomo sano, sarà sempre un “positivista” (Horkheimer).

Fuori di quel mondo Heidegger sente il richiamo della «vita autentica», la quale «chiama nel modo spaesato del tacere»: è un silenzio insistente che ricorda all’anima che il mondo della razionalità, anche se creato da lei stessa, non è il suo: l’anima, come già per la Gnosi, «abita questo mondo disabitandolo». – La chiamata alla vita autentica, se venisse accolta, imporrebbe un «salto» in una «regione totalmente diversa» da ciò che chiamiamo Occidente: tanto quanto è diverso dire termini esatti da «abitare i simboli.» Il che corrisponde all’idea di cura dell’anima di Jung.

A cura della Redazione Virtuale

Milano,8 aprile 2005
© Copyright 2005 italialibri.net, Milano - Vietata la riproduzione, anche parziale, senza consenso di italialibri.net





Novità in libreria...




Per consultare i più recenti commenti inviati dai lettori
o inviarne di nuovi sulla figura e sull'opera di
Umberto Galimberti

|
|
|
|
|
|
|
I quesiti
dei lettori




I commenti dei lettori


I nuovi commenti dei lettori vengono ora visualizzati in una nuova pagina!!



http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Ven, 13 ott 2006

Autori | Opere | Narrativa | Poesia | Saggi | Arte | Interviste | Rivista | Dossier | Contributi | Pubblicità | Legale-©-Privacy