CON ERATO E APOLLION SALVATORE QUASIMODO SI AVVICINA A UN BISOGNO DI ESSENZIALITà E DI PUREZZA CHE ACCOSTA LE GENERAZIONI AGLI ESEMPI ANTICHI

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Erato e Apollion (1936)



Salvatore Quasimodo, Erato e Apollion
in Tutte le poesie
Mondadori, Oscar Grandi Classici, 1994
Euro 12,40

uasimodo pubblicò la terza opera poetica Erato e Apollion nel 1936 con una importante e chiarificante introduzione del poeta e critico letterario Sergio Solmi. L’opera comprendeva anche poesie apparse nei volumi precedenti. Le liriche continuano sia nei contenuti sia nella forma i temi e lo stile di Oboe sommerso. Le poche composizioni inedite sono dedicate alle due figure evocate nel titolo. Erato è una delle nove muse protettrice della poesia amorosa e Apollion una divinità medioevale che proteggeva il ciclo naturale della terra, la riproduzione e la distruzione dei campi. Le prime tre composizioni sono dedicate a loro. La prima poesia è Sillabe a Erato, la seconda poesia è Canto di Apollion e la terza è Apollion. Le poesie che seguono sviluppano temi preesistenti. La raccolta tende a costruire immagini e situazioni dell’Io del poeta che ritorna nella terra d’origine e cerca l'amata scomparsa. La tecnica di scrittura è quella fondamentale della poetica essenziale, pura, indeterminata, e le immagini che il poeta rievoca sono sospese tra la vita e la morte, tra la luce e il buio, tra la realtà e il sogno, tra il presente e il passato, ma molte poesie sono sospese nell’indefinito e nell’indeterminato tra il passato e il presente, e tra il presente e l’eterno.

Nella prima composizionne, Sillabe a Erato, Quasimodo riprende il tema della poesia riferendolo a Erato che descrive come una statua «ferma in posa dolce di sonno» e che rappresenta «serenità di morte estrema gioia». Il poeta si rivolge a lei con «il cuore in solitudine». Ecco l’incipit della prima strofa: «A te piega il cuore in solitudine / esilio d’oscuri sensi / in cui trasmuta ed ama / ciò che parve nostro ieri, / e ora è sepolto nella notte.»

Nella seconda Apollion recita un canto dedicato alla sua amata terrena morta. Apollion scende sulla terra e vede morire la donna amata: «Poi il cielo portò foglie / sul suo corpo immoto: / salirono cupe le acque nei mari. / Mio amore, io qui mi dolgo / senza amore, solo».

Nella terza il Poeta, invecchiato e smemorato, si rivolge ad Apollion: «Le mie mani ti porgo/ dalle piaghe scordate/ amato distruttore.»

Nella quarta il poeta ritorna nel passato della Sicilia e ricorda il fiume Anapo e il tutto è sospeso tra il passato e il presente tra morte e vita e tra realtà e sogno. Ecco il finale della poesia: «In fresco oblio disceso / nel buio d’erbe giace: / l’amata è un’ombra e origlia / nella sua costola. Mansueti animali, / le pupille d’aria, / devono in sogno.»

Nella settima Al tuo lume naufrago il poeta si sente solo, e si rivolge al Signore che lo conosce perché «Tu m’hai guardato dentro, / nell’oscurità delle viscere:/ nessuno ha la mai disperazione / nel suo cuore. / Sono un uomo solo, / un solo inferno».

Nell’ottava, Insonnia, il poeta descrive un ambiente eterno sospeso tra finito ed infinito, tra presente e futuro immobile, un ambiente terrestre e celeste, dove il poeta dorme da anni e anni. Questa poesia si avvicina molto al bellissimo dipinto di Salvador Dalì Gli orologi molli del 1931, cioè di qualche anno prima.

Nella tredicesima lirica il poeta apre se stesso e ripensa alla donna amata. È un tema che per certi aspetti si ritroverà nella sua ultima opera poetica. Nella seconda strofa scrive: «Cara giovinezza; è tardi. / ma posso amare tutto della terra / in luce di cieli in tenebre di vento; e, su ogni parvenza, la donna / che mi venne non è gran tempo, / a cui riso mi specchio, che amore chiamava, sua verde salute»,

Nella sedicesima il poeta ricorda la sua giovane amata con nostalgia e con rimpianto. È una poesia che si avvicina molto alla poesia A Silvia del Leopardi sia il tema che nella forma, anche se il finale è ottimista mentre nel testo del Leopardi è tragico e pessimistico.

    Nel Giusto tempo umano
    Giace nel vento di profonda luce,
    l’amata del tempo delle colomba.
    Di me di acque di foglie.
    Sola fra i vivi, o diletta,
    ragioni; e la nuda notte
    la tua voce consola
    di lucenti ardori e letizie.

    Ci deluse bellezza, e il dileguare
    D’ogni forma e memoria,
    il labile moto svelato agli affetti
    a specchio degli interni fulgori.

    Ma dal profondo tuo sangue,
    nel giusto tempo umano,
    rinasceremo senza dolore.

Nell’ultima composizione, Del Peccatore dei miti, il poeta si rivolge all’Eterno, il quale deve ricordarsi del Peccatore dei miti, deve ricordarne l'innocenza e le stimmate funeste. Ecco la strofetta finale: «Ha il tuo segno di bene e di male, / e immagini ove si duole / la patria della terra.»

Nell’introduzione Solmi illustra le novità dell’opera poetica mettendone in risalto alcuni aspetti innovativi della poetica.

Dopo averne sottolineato la modernità, Solmi indica il progressivo avvicinamento di Quasimodo «ad un bisogno di essenzialità e di purezza, che accosta le nuove generazioni agli esempi antichi, si assisteva ad un assottigliamento, ad una progressiva rarefazione dei temi della lirica […] la nuova poesia si fa austera e sommessa, come echeggiasse voce dell’uomo in solitudine, in un mondo silenzioso e vuoto. Il paradosso della lirica moderna sembra consistere in questo: una suprema illusione di canto che miracolosamente si sostiene dopo la distruzione di tutte le illusioni….. Con Oboe sommerso Quasimodo organizzò tutte le sue espressioni attorno al suo nucleo lirico più profondo. Da allora, egli non si è più appagato di tradurre, di adombrare in formule consuete e marginali il suo sentimento, ma, scendendo di colpo in quella zona latente in cui il sentimento è, per così dire, ancora indifferenziato «senso di tutte le cose insieme», tenta di trarlo in luce, lasciandogli la sua originaria indeterminatezza, in scarse, pesate e doloranti parole. Come in altri giovani, ma in maniera più tenace ed essenziale, è viva in Quasimodo la tendenza mistica che anima tanta parte della poesia moderna…. Ma nuovo e suo, è quel sentimento inerme e rassegnato di resa alle oscure volontà del cosmo. Come suo è il rigore intellettuale, quasi acido, con cui egli sa ridurre l’ispirazione ai suoi nodi essenziali, affermazioni come sospese senza passaggi né chiaroscuri, del sentimento primo che l’ha generata. Poesia scarna e immediata, dove l’immagine, colta isolatamente, si affida tutta al tono della voce assorta che la pronuncia. Ma di cui, più che l’immagine, più che il verso, l’organismo costitutivo, la cellula elementare è la parola. Ciò spiega come la trama della composizione così spesso s’allenti e si diradi, mentre l’espressione, l’effetto, tendono a raccogliersi nella singola parola, musicalmente insistita nelle sue sillabe:e come gli elementi strutturali guadagnino dalla imprecisione in cui il poeta li lascia, quasi arcate mozze, slanciati frammenti d’aeree architetture [...].. L’abilità, l’inventività verbale di Quasimodo sono sempre in grado di trovare surrogati che, anche dove l’espressione non è raggiunta, valgano a suggerire, a descrivere in sintesi, per mezzo di una sorta d’immaginismo trascendentale. È il pericolo di questa poesia, che, intensa e raccolta, tesa ad espressioni totali, esclude l’agio di toni smorzati, dei passaggi e dei legamenti discorsivi e, per mantenere in ogni suo punto la necessaria altezza del canto – dove la modulazione riesce talora estremamente difficile – induce il poeta ad esprimere insieme troppo e troppo poco, ricorrendo a dure torsioni, a oscurità abbacinanti.». (da Quasimodo e la critica a cura di Gilberto Finzi pagine 112 – 114 – 117 – 118)

Nel 1938 Quasimodo pubblica le raccolta, riedita nella forma e nella sequenza rispetto all'opera originale. Ripulitura nella punteggiatura e nel linguaggio poetico in nome di una essenzialità e purezza conforme alla poetica dell’ermetismo. Questa edizione aveva un’altra importante introduzione di Oreste Macrì che, coniava la definizione di poetica della parola, ancora oggi la miglior definizione della poesia ermetica di Quasimodo.

Ecco alcuni brani di questa introduzione: «La parola è l’elemento base della tecnica quasimodiana, il principio di valore cosciente, il desideratum finale, il significato catartico in cui si vuole essenzializzare e risolvere e puntualizzare tutta l’interna corrente dell’ispirazione e del pathos […]» (pagine 41 – 42). «Una poetica della parola, cioè uno sforzo immane di trapassare la cerchia delle rappresentazioni e delle immagini in quanto dati e di penetrare consapevolmente entro il clima stesso del sangue e dell’anima, muoversi di qui cogliendo il momentaneo e il transitorio entro la parola unica e assoluta.» (da Quasimodo e la critica a cura di Gilberto Finzi, Arnoldo Mondadori editore pagina 46)

Anche il critico Carlo Bo si è soffermato sull’importanza della poesia di Salvatore Quasimodo nel saggio Otto studi del 1939.

Bo mette in risalto l’aspetto mistico di Quasimodo: «Si è giustamente illuminato in Quasimodo “una tendenza mistica” (Solmi): io andrei più in là: e credo andrei dietro Quasimodo. Se in lui si ha il bisogno di scoprire un problema, per noi è proprio quello d’ordine pascoliano. Da una convinta e dolorosa conoscenza di se stesso portarsi a una confidenza, al desiderio infinito d’eterna presenza. […] Ma nell’eterna questione dell’Ordine e dell’Avventura – secondo secondo le frasi di Apollinaire – Quasimodo pare che abbia scelto a favore del primo: e scegliere vuol dire aver prima coscienza delle possibilità: forse sarebbe più preciso dire che pur vivendo nell’ “avventura” tende assolutamente a un’idea superiore d’ordine».

Nell’introduzione all’opera poetica Giorno dopo giorno Carlo Bo ha sostenuto Quasimodo, che per molti critici aveva tradito la poesia ermetica e aveva scelto una poesia più corale e di carattere eteronomo, non più autonomo ed assoluto. «Non è Stato un tradimento e non è stato neppure una stagione di debolezza; questi accenti nuovi, queste forme più distese, e, insomma, questa voce finalmente spiegata, denunciano la vitalità della sua presenza, il suo modo di resistere nella propria verità contro le suggestioni del tempo. In una stagione così confusa e dove sembra che solo i primi pretesti abbiano l’ultima ragione, sorprende il grado di maturità interiore dimostrato da questo atteggiamento di fedeltà e di resistenza, di opportuna fiducia al proprio verbo…. Tutta la sua rivoluzione è innanzitutto un modo più approfondito d’interrogare e queste poesie restituiscono perfettamente nel disegno delle loro interrogazioni, nell’arco dei movimenti sospesi il grado della coscienza, il senso della responsabilità e l’incapacità a servirsi delle parole, l’incapacità di barare, il suo rifiuto di vestirsi di un giuoco convenzionale di atteggiamenti radicalmente nuovi, del tutto insospettati, troppo totali per conservare un minimo di sincerità.» (pagina 151 – 152).

«Sottolineiamo ancora il ripetersi frequente del forse, l’intervento continuo degli interrogativi, il bisogno di provarsi a ogni momento contro le verità di ieri e verso i probabili dati di oggi: tutta la gamma delle sue incertezze che sostituisce nel suo testo l’orgoglioso e condannato sentenziare di ieri, questa difficoltà di distinguere altre forme, in un testo che non regge più nella forma precedente alle mutate condizioni; questo segreto respiro della sua trasformazione. “Le parole ci stancano / risalgono da un’acqua lapidata / forse il cuore ci resta, forse il cuore” […]» (pagina 161). E conclude «[…] Al dato della poesia ininterrotta Quasimodo oppone questo della collaborazione intera, il dato di “Ma forse io so che tutto non è stato” (vano); un dato, cioè, che assolve la qualità del passato e ripropone nel futuro la nostra condizione, l’atto della vita, la possibilità di un accrescimento spirituale, il tratto del nostro impegno. Voi vedete come ci si trovi di fronte a un discorso infinito, quel discorso che volta per volta la sua coscienza distinguerà per movimenti e per sentimenti. Non mi sembra quindi di avere mai lasciato Quasimodo di fronte a un libro così ricco di possibilità. Davvero, “tutto non è stato”». ( da Quasimodo e la critica pagina 167 - 168).

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 23 aprile 2006
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