PER MAURIZIO MAGGIANI, E' STATA UNA VERTIGINE, IL FUTURO APPARE SULLE NOTE DI VECCHIE CANZONETTE

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È stata una vertigine (2002)


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Maurizio Maggiani, È stata una vertigine
Feltrinelli, 2002
I Narratori, pp. 176
Euro 14,00

uando non bastano più le parole a descrivere un sentimento, un'emozione arriva da lontano, dimenticata in fondo al nostro cuore e ci invade improvvisamente sotto forma di canzone.

Ed è subito una vertigine perché ci fa ricordare di noi, ci punge, ci riporta, insospettabile e inevitabile, ciò che abbiamo dimenticato, ciò che ci siamo lasciati dietro, i volti delle donne che abbiamo amato, le passioni per cui abbiamo lottato, gli amori sui quali, solo un piano sopra il nostro, abbiamo fantasticato.

Tredici racconti come tredici canzoni. Omaggi e dediche forse a tutti coloro che hanno attraversato la vita dell'autore e chissà, lo hanno accompagnato per un pezzo della sua strada, della sua vita.

Le canzoni legano il tempo che non è stato, che non ha potuto essere, per poi incontrarle improvvise in un cinema di paese che sa ancora di caramelle e semini di zucca. Bisogna solo avere il coraggio di intonarle per poi finalmente riuscire a farle salire dentro di noi e sussurrare ... è stata una vertigine / tenerti stretta al cuor / or ti dirò lasciandoti / Scusami, scusami ancor (Scusami, scusami ancor).

Perché lasciarci e non sperar di rivederci ancor / Perché lasciarci e non serbar questa speranza in cuor? Sembrano le parole esatte che pronunciano un uomo e una donna alla fine di una relazione, quando viene fuori tutta la poesia delle cose in comune, degli oggetti acquistati insieme, di cui non ci si vuole privare perché scomparendo scompare ciò che li teneva legati in quella casa di Via Oberdan (Bye Bye Doris Day).

Maurizio Maggiani canta e racconta delle donne che ha amato. Donne che possono essere state le sue gatte, donne o bambine che cerca di ritrovare in un sogno. Ci si innamora di come qualcuno ci guarda, dello sguardo che posa su si noi, ed è questo che ci viene a mancare quando una relazione finisce, "uno sguardo speciale" perché ci rendeva appagati e ci faceva sentire meno inadeguati nei confronti del mondo (L'Orsetta).

Maurizio Maggiani riesce inoltre con la voce poetica che ci aveva accompagnato nei suoi precedenti romanzi a portarci in case abitate dal freddo e riscaldate dall'amore che riesce a dare la condivisione di ideali. Attraversando i vicoli di una città dedalica come Genova che ha il silenzio al posto del cuore e il vento al posto dello stomaco, una città che odora di pioggia, fa succedere “quello che doveva succedere” quando gli incontri avvengono solo “per farsi caldo dentro” (L'uomo che adorava i presepi).

A volte ci bastano cose che non possono essere abbastanza, a volte quello che non potrà mai essere abbastanza è l'unica cosa che ci basta e i ricordi sono canzoni che escono da una scatola, in una vecchia cassetta Philips, "voci umane" che conservano la memoria del nostro tempo perduto (La Buriana).

La vertigine è un gesto che l'uomo vuole compiere guardando la propria donna uscire dal bagno di una stanza d'albergo e si scopre inadeguato. Inadeguato ad amarla, ad usare le mani verso di lei e a far si che il suo corpo, il suo inguine la accolga e diventi un sostio, un riparo della notte (Nel cuore dell'Europa).

Vertigine, sembra dirci l'autore, è lo spazio dell'aperto, quella porta di possibilità che lasciamo sempre un po' socchiusa perché venga spalancata e invada con i suoi suoni quello che non volevamo ricordare più. Per Proust erano i sapori e gli odori a riportarci il tempo perduto, per il nostro autore ligure, un cantastorie che raccoglie poesie in forma di prosa, sono vecchie canzonette, che come portano dentro tutta la polvere di ciò che non è più, permettono un nuovo sguardo verso il futuro.

Ma è legge della vita che si gode solamente ciò in cui ci si abbandona cita un passo di uno dei fantastici zibaldone di pensieri che è Il Mestiere di vivere di Cesare Pavese, a cui, Maurizio Maggiani, oltre ad assomigliare fisicamente, sembra inconsciamente rifarsi per quella visione della vita che ha alla base un disincanto ma che non ha mai perso la speranza di qualcosa che sia, di qualcosa che arrivi, siano anche le canzonette a farlo...

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 18 febbraio 2003
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Isadora, 19/09/'04

Ho letto questa opera con molto interesse perche' il personaggio Guido ha avuto il mio stesso parere su questo nostro modo di vivere attaccati a molte cose che in realta' si rivelano inutili e poco utilizzabili.Questo libro mi ha fatto molto piacere legggerlo in quattro giorni poiche' anche il linguaggio usato dall'autore mi ha fatto interessare al libro,anche a me piace tanto scrivere anche se fino ad ora i miei argomenti erano poesia e prose sulla mia vita e sul grande dono che ho ricevuto e che non vorro' sprecarlo inutilmente se non per aiutare la gente o narrando di me ammonirli




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