Fantasmi, romanzo ambientato a Roma, racconta il viaggio di apertura di Morena, un Ulisse femminile che trova cercando

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Fantasmi (2001)


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Vincenzo Cerami, Fantasmi
Einaudi,2001
299 pp., Euro 15,49

n romanzo urbano. Di palazzi. Di case abbandonate. Dentro le mille vite possibili in cui vorremmo entrare ed andare via. Tra la folla, per potersi mimetizzare, lasciando le chiavi per poter partire. Come quando si chiude una casa per un lungo viaggio. E la pubblicità si accumula nella cassetta della posta e i medicinali scadono, e il frigorifero diviene un frigorifero incrostato.

Roma, lo scenario tra autobus e taxi, tra gelaterie e pizzerie. La Roma delle sere all’aperto. Come un grande paese dove tutti sanno tutto degli altri. Quei «non luoghi» li definirebbe Marc Augé, quegli spazi o troppo pieni o troppo vuoti per un eccesso di traffico o per un deserto di abitanti.

Le donne in cui Morena, la protagonista del romanzo di Cerami, entra ogni volta, vanno al di là delle maschere che indossa, nei panni delle altre, dei centomila o nessuno che possiamo essere. Sono donne che prendono forma sotto il casco di un parrucchiere, identità create per poter conoscere quartieri e persone che forse mai le si sarebbero avvicinate. Per cercare di essere come gli altri. Lei, la figlia del grande compositore Rodolfo Maria Costanzi, questa donna così fragile e così bisognosa di un’ossessione, quella di non rimanere, di fuggire. Quella di raccontare «la verità attraverso le menzogne». Quella di andarsene lasciando all’altro la sensazione di non aver poi mai in realtà chiesto molto di lei, quella di non averla mai veramente ascoltata o conosciuta.

Gli uomini che Morena ama o ha amato sono uomini narcisisti, quel narcisismo intellettuale che appartiene a molti artisti. Claudio è un regista, il suo narcisismo lo porta ad identificarsi con il Maometto della sceneggiatura che tenta di farsi finanziare da un produttore. Giorgio è un compositore, preda di inquietudini e domande, non può essere l’uomo con cui Morena può trovare la pace e il riposo.

E allora Morena fugge. Fugge da qualcosa o qualcuno; fugge per cercare qualcosa o qualcuno.

Lascia la casa in cui ha vissuto con Claudio per tre anni, nelle vesti di Angela, tre anni di vita coniugale «senza gravi infortuni» , quelle vite che forse molte coppie hanno sentito che potevano tranquillamente far finire lì.

Lascia quella casa, quei vestiti, un passato inventato, una professione inventata, lascia tutto senza in realtà lasciare nulla di sé, se non la materializzazione dell’ invisibile, di un fantasma. Ma la sua fuga non è mai per arroganza, per superiorità. C’è un pudore nell’atteggiamento con cui Morena si cala nei panni di un’altra e se ne allontana.

Gabriella ad esempio, prende forma piano piano tra un appartamento di quartiere, quelli dove conviene non essere troppo diversi per non essere notati. Quelli dove conviene far entrare la vicina di casa curiosa, perché possa curiosare facendo così amicizia con una famiglia semplice, che mangia "sofficini Findus", con un marito che desidera la signora del piano di sotto e una suocera pettegola.

Cerami, con la maestria dello sceneggiatore che è in lui, ha uno stile talmente realistico da visualizzare le scene ed i dialoghi, da renderli ancor più veri proprio perché calati nel presente di tutti, di ognuno. L’ognuno della gente.

Quella gente, che forse per educazione familiare e milieu artistico Morena non avrebbe mai frequentato, si apre a lei, si confida, si da.

La solitudine della protagonista non è quindi chiusura, il suo peregrinare errante non è per forza di chi si è smarrito. «Viene voglia di fidarsi di lei, chi sa perché!» le dice il Prof. Ciolli con cui Gabriella/Morena ha momenti di profondo scambio.

Quello di Morena è quindi un viaggio di apertura, un Ulisse femminile che trova cercando, che scopre andando.

Quattro capitoli, quattro movimenti, come una sinfonia, la cui musica va avanti e indietro nel tempo, a ricostruire avvicinamenti ed allontanamenti di questa emigrante dell’anima.

Riuscirà Morena alla fine di questo viaggio, che sembra continuare al di là del libro, a «riallacciare i fili spezzati»?

Sembra che Cerami stesso non lo sappia, che, limitandosi per tutto il romanzo ad essere sguardo esterno, ci abbia solo narrato, come dalla lezione di Benjamin, una storia.

Per questo il romanzo,oltre alle relazioni personali che mette in scena, è anche a nostro avviso una riflessione sull’arte ed il suo rapporto con la vita. Non esiste arte, sembra dire Cerami, senza un profondo rapporto con il vero. «Preferisco la pace dei vinti, che finalmente tornano a guardarsi intorno e a rubare quello che c’è da rubare ai giorni che passano. Mi piace la miseria delle regine che comandano il quartiere, i figli fatti per scacciare i grilli dalla testa».

Di spirito pasoliniano questa riflessione ci fa intendere che si può essere regine anche aprendo un frigorifero. Ci si può adattare alla vita con molta più arte di quanto si creda. Artisti del reale contro i narcisisti dell’arte. Del resto l’autore di Un borghese piccolo piccolo partì proprio da quello. Dalla realtà di tutti noi, prima o poi.

6 febbraio 2004
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