LE FATE DELL'INVERNO, ROMANZO CHE PERLUSTRA I SENTIMENTI UMANI, SCRITTO DALLA MANO COLTA E PAZIENTE DI SALVATORE MANNUZZU

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Le fate dell'inverno (2004)


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Salvatore Mannuzzu, Le fate dell'inverno
Einaudi, 2004
Supercoralli, 237 pp.
Euro 17,00

antica villa di una famiglia borghese, in una città di provincia, Sassari, e i segreti, le miserie, le tragedie dei suoi anziani inquilini: Francesco Quai, presidente di tribunale in pensione, Maurizio, il fratello, dissipatore al gioco di un’immensa fortuna, e Toia, vecchia tata di Francesco. Ma a riecheggiare nelle vecchie pareti della villa, e nella coscienza di Francesco, è soprattutto il ricordo della relazione nascosta avuta con Bia, la nuora, moglie del figlio morto, e il rimorso per la gravidanza derivatane e da lei subito interrotta, materializzatosi in un rumore ossessivo attribuito alle radici di un pino. Un pino poi abbattuto vanamente nel timore che distruggesse le fondamenta della casa, e a cui segue finanche il tentativo di estirparne le radici, con accanimento reale e simbolico.

Questo, in sintesi, il filo che percorre Le fate dell’inverno, l’ultimo romanzo di Salvatore Mannuzzu edito da Einaudi come i precedenti lavori: Procedura (1988), Un morso di formica (1989), Le ceneri del Montiferro (1994), Il terzo suono (1995), Il catalogo (2000), Alice (2001), la raccolta di racconti La figlia perduta (1992) e quella di poesie Corpus (1997).

Il gelo di un inverno non solo climatico ci trasmette questa storia, dai colori freddi come le vite che vi si raccontano, col cuore algido e impietrito oltre la patina di normalità, di decenza borghese. O, forse, viene da chiedersi, ciò che qui si disvela è il cono d’ombra di qualunque esistenza, in cui dolore o vuoto hanno increspato il volto, spento il sorriso, incattivito i gesti e i pensieri, per ragioni comunque, al momento, inapparenti? Francesco Quai, Franz, protagonista e voce narrante, non è una persona qualunque: proprio la posizione sociale, e la severità e irreprensibilità che avrebbero dovuto caratterizzarla, qui, lungi dall’escluderlo dalle miserie e dalla fragilità dell’umana condizione, quasi beffardamente ne hanno invece, e con effetto devastante, accentuato il contrasto, il paradosso; nonché, proprio per cultura, consapevolezza e velleità borghese acuito la sofferenza, la frustrazione del fallimento, il senso di colpa.

A mano a mano che la lettura procede, si rivelano sempre più i personaggi, stagliandosi netti sull’affresco dell’intera vicenda con tutta la loro ambiguità e complessità. Rivelazioni continue, piccole e grandi, strategicamente disseminate, tengono avvinto il lettore fino all’ultima pagina, gratificandolo però, ben oltre la curiosità appagata dell’epilogo finale e dei colpi di scena, con una scrittura colta e paziente e, non di meno, impietosa nel perlustrare sentimenti umani e temi come quello dell’amore, dell’ipocrisia, del cinismo, della vecchiaia e della malattia. Ma la luce che ce li mostra non è mai convenzionale, retorica. Proprio della vecchiaia e della malattia, ad esempio, ci vengono mostrati i lati patetici (Franz che supplica il fratello di canticchiargli la sua canzone preferita, piangendo poi commosso) e più crudi (il fastidio risentito di Franz quando si trova costretto a soccorrere in bagno l’anziana tata, ormai invalida; i particolari di una sua antica relazione con una centralinista cieca).

Ma il romanzo, in un gioco di forti contrasti, ci offre anche pagine calde e luminosissime: come quelle che descrivono il viaggio in Egitto di Franz e Bia, nello stato di grazia della passione amorosa. In un tripudio di colori, di profumi e di suoni — sullo sfondo delle piramidi, del Nilo, dei mercatini — la sensualità dei protagonisti si fonde con quella dei luoghi (Assuan, Luxor, Il Cairo) e della vita in genere, libera, lì, finalmente, dal peso delle ferite e dei traumi, dalle convenzioni e dal controllo sociale, dagli avvilimenti della quotidianità. Altra pagina solare, quella che ci racconta di una gita in barca, a Bosa, con la degustazione dei ricci

Inaspettatamente, però, proprio mentre la vita sembra giungere alla conclusione, Franz si abbandona al gesto di ospitare in casa propria Viola, la sua domestica, col bambino che sta per nascere. Lui che — pensando a Santa Teresa del Bambino Gesù, che viveva solo dell’amore di Dio — dice di aver amato e di amare unicamente l’intera sua vita. Ma del resto — ne è ormai consapevole — si può voler bene solo in uno dei modi propri degli esseri umani: che si vogliono bene sempre imperfettamente…

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 16 settembre 2004
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