Stefano D'Arrigo,I fatti della fera (1975)
Rizzoli, 2001
Scala italiani, 700 pp.
Euro 18,59
orcynus Orca, di Stefano DArrigo, può essere considerato il Moby Dick della nostra letteratura, per aver fatto del mare e dei suoi abitanti lepico scenario di unimponente opera simbolica. DArrigo stesso affrontò limpresa come di fronte a un capolavoro del Novecento. In realtà, in questopera volutamente monumentale sono presenti Omero e Joyce, più che Melville, linsonne ritorno alla propria Itaca, più che lossessivo inseguimento di una chimera.
Stefano DArrigo scrisse in poco più di un anno un romanzo dal titolo La testa del delfino, prima stesura dell'opera che alla fine prenderà il nome di Horcynus Orca. Nel mezzo, la variante de I fatti della fera. Limpresa durò in tutto diciannove anni, dal 1956 al 1975.
Nel 1975 dunque ha fine una tormentata storia editoriale e creativa. Allinizio fu Elio Vittorini che propose a Mondadori di pubblicare il romanzo La testa del delfino, una volta che fosse compiuto. D'Arrigo vi mise massicciamente mano e nel 1960 consegnò all'editore un'opera molto più vasta, dal titolo I fatti della fera. Ma il libro, che sarebbe dovuto uscire nel 1961, venne pubblicato solo quindici anni più tardi, quando D'Arrigo decise di porre termine ai continui ritocchi e ai progressivi ampliamenti. Ecco che lHorcynus Orca risultò alla fine un romanzo con quasi il doppio delle pagine rispetto a I fatti della fera.
Nel 2000, per iniziativa della Rizzoli, viene alla luce la prima edizione del romanzo di DArrigo, a cura di Walter Pedullà. Un testo rimasto prima sconosciuto, di cui Vittorini, appunto, ma anche Italo Calvino, vollero anticipare un centinaio di pagine nel terzo numero della rivista «Menabò» già nel 1960, aprendo uno dei più accesi dibattiti culturali ed editoriali del secondo dopoguerra.
Nelle due stesure, tuttavia, è rimasta inalterata la trama: l'epopea simbolica del protagonista 'Ndria Cambria, il giovane marinaio Ulisse che parla un dialetto ionico che nell'autunno del '43 ridiscende l'ultimo tratto della penisola per tornare a casa, viene traghettato da una femminota Ciccina Circé sulla sponda siciliana, incontra il padre che parla lintera notte e rientra nella comunità di pescatori ridotti alla fame dalla guerra; prova a guadagnare i soldi con i quali poter comprare loro una barca ma muore vogando nel porto, colpito da un proiettile sparato nella notte da una sentinella inglese. Le varianti più cospicue riguardano la seconda parte del romanzo, con laggiunta di numerosi episodi, e quella incessante tessitura sulle parole che ha prodotto un meraviglioso impasto linguistico, incrocio di dialetto, lingua colta, popolare e neologismi.
E al centro lapocalittico eppure seducente duello fra lorca e i delfini, le fere. Un duello interminabile, dove, tuttavia, anche la morte (lorca) può alla fine essere sconfitta.
«Con una mano il politico fa assumere precari, raccomandati, stabilizzati, amici, parenti, elettori, portaborse e reggipanza senza un concorso serio da decenni e senza che neppure i più scadenti o almeno i ladri e i corrotti vengano buttati fuori. E con l'altra mano distribuisce all'esterno lavori profumatamente pagati sostenendo che nessuno tra i dipendenti è all'altezza di farli. Un circolo vizioso micidiale.
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Anonimo, 21/11/'03
Un libro stupendo, ammaliante, tempestoso, pregno di richiami mitici, di sapori forti e soffocanti, di di passioni primordiali e di istinti ferini, condito di scaglie di mare solcato da dorsi metallici, lungo litorali di sabbia infinita, in atmosfere afose e inebrianti, gravido di sicilitudine, testimonianza immobile nel ricordo di una stagione che fu...