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Fondamenta degli incurabili


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Josif Alexandrovic Brodskij, Fondamenta degli incurabili
Adelphi, 1996
Piccola biblioteca Adelphi
pp. 108, L. 12.000 Euro 6,20

gni anno in prossimità delle feste natalizie, Josif Brodskji si recava a Venezia. Riteneva che fosse l’unico periodo possibile per viverla. La nebbia, i colori smorzati, il suono dell’acqua, non erano disturbati dallo sciame di turisti e permettevano all’occhio di studiare il mondo esteriore, perché le basse temperature erano il clima ideale per rendere omaggio alla sua bellezza. E poi la nebbia consentiva di dimenticarsi di sé, in una città che aveva smesso di farsi vedere. Del resto per lui le stagioni erano delle metafore, e l’inverno da qualsiasi continente si veda è un po’ antartico

Venezia come S. Pietroburgo perché la distanza d’emisfero è solo una variabile geografica che non incide sui sensi. Solo in questa città, i suoi nervi riuscivano a distendersi, poteva diventare l’anonimo poeta, lui che non aveva voluto essere uguale, perché la bellezza della città prendeva il sopravvento. Rendendo tutto superfluo, inutile. Basterebbe questo per fare di Fondamenta degli incurabili, un libro da custodire gelosamente perché l’acqua, oltre alla città e ai sensi, sono i protagonisti assoluti.

L’acqua è il luogo dove il tempo fisico e quello metafisico si fondono. L’elemento che mette in discussione il principio d’orizzontalità, che rivela la profonda solitudine di ogni essere umano, la sua precarietà, trasformando anche i piedi in organo dei sensi. E se l’acqua è uguale al tempo, Venezia che dall’acqua è toccata, non fa altro che migliorare, abbellire il tempo, restando uguale a se stessa.

Per Brodskji, annusare Venezia è come toccare la propria essenza dispersa, entrare nel proprio autoritratto. Essere felice. Una felicità legata all’equilibrio sensoriale, l’unica che avrebbe potuto accettare. E poi l’immagine di una donna italiana, incontrata anni prima in Unione Sovietica, quando ancora non sapeva che in Occidente la bellezza poteva essere comprata, ma soprattutto il riconoscere sulla sua pelle, l’odore di un profumo «mesmerizzante», Shalimar, si chiede. Un profumo usato da Gloria Swanson che in ogni contratto firmato pretendeva l’intera linea della famosa fragranza della Guerlain.

I mottetti di Montale, poeta amato, la visita alla moglie di Pound, Olga Rudge, la sua voce, un disco senza pause. L’occhio. Quell’occhio che precede la penna, e la necessità, nella città del’occhio, di avere abiti adatti, belli, capaci di muoversi simmetricamente, per tenere testa a tanta perfezione. Abiti che una volta tornati nel mondo non avrebbero più avuto la stessa urgenza di essere indossati. Perché a Venezia, l’occhio è finalmente libero di tendersi, di respirare, mentre il corpo diventa un suo veicolo.

«[...] l'occhio è sermpre in cerca di sicurezza. Questo spiega l'appetito dell'occhio per la bellezza, e l'esistenza stessa della bellezza è innocua, è sicura. Non minaccia di ucciderti, non ti fa soffrire. Una statua di Apollo non morde, né morderà un cagnolino del Carpaccio. Quando non riesce a trovare bellezza — alias sollievo — l'occhio ordina al corpo di crearla o, in alternativa, lo adatta a cogliere il lato buono della bruttezza... Perché la bellezza è là dove l'occhio riposa — nella bellezza l'occhio ha la sua pace — per parafrasare Dante. Il senso estetico è gemello dell'istinto di conservazione ed è più attendibile dell'etica. L'occhio — principale strumento dell'estetica — è assolutamente autonomo. Nella sua autonomia è inferiore soltanto a una lacrima».

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 12 luglio 2001
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Ilaria Mallozzi, Roma, 16/07/'04

Fondamenta degli Incurabili, sebbene impossibile da credere, ha molti seguaci, non lettori o ammiratori, bensì vere e proprie eco. Mi riferisco ad un libro di viaggio scritto dal poeta inglese Hugo Williams, All the Time in the World, che inizia significativamente in una Venezia fredda e spettrale. L'autore, in seguito, avvalora l'omaggio raccontando di dormire in un ostello "comunista", anche questo è un richiamo poco discreto ma affatto fastidioso, a mio parere. Il libro di Williams non è paragonabile a quello di Brodskij, ma come poter ringraziare il poeta russo se non anche in questo modo? Vi sono certamente molti modi per dimostrare il piacere di una lettura, ed ognuno lo fa a modo suo. Io lo dimostro leggendo e studiando la letteratura ch'egli amava.

Tiberio Crivellaro, Padova, 03/11/2002

Ammutito per questo cielo che mi toglie la voce, Venezia vecchia esaurita nella nebbia dopo la pioggia notturna tra polveri detriti e balconi devasta la lingua, sfiora appena l'azzimo dell'occhio che non può arrampicarsi nello stupore leggiadro della conclusione là a un passo dalla luce che storma da secoli nella confusione agile fin sopra le stelle. Svuotato e appena smesso di posare contro un muro corrotto, benché sia autunno la vanità dell'inverno mi raggiunge a discutere di morte con l'ombra mia che senza linfa e costola dell'anima non val più nulla. Un legame ci corrode, si spegne sui canali capillari della fantastopoli splendida ma informe dove tutto si conclude per noncuranza e cerimonie. Trasudo e tu mi chiedi quanto l'illusione e l'acrimonia imputridiscano soffiando con l'odore marino fuso sotto la calce, con quale punta d'amore il granito e la friabile pietra risgorghi da questo squarcio una bocca di gioia. Quale seduttore animi Venezia immobile ma veloce a ritrarsi da un'aria succhiante. Rispondo che un tempo bastevole si é chiuso come un fiore di sera, nessun dolore per i gusti notturni, nessun corpo dorma tra luna e indaco, assaporiamo questa deriva dormiente la folgore di migliaia di tinte assorte sul vialetto di nubi che portano al sonno remando sui fanghi. E in quell'istante capirai che il fiore più lieve si é solo assorto a pensare come sbocciare più bello.


Roberta Dittura (rdittur@tin.it), 06/08/2002

Non potevo che finirlo oggi il libro di Iosif Brodskij Fondamenta degli Incurabili, in una mattina d'agosto tradita dalla pioggia. Questo libriccino apparentemente minuto è di una grandezza immensa. Mi ha colpita l'umiltà, il candore e la semplicità della scrittura ed, allo stesso tempo, la profondità dei messaggi. Attraverso una città chiamata Venezia, che non è una città qualunque ma, nel caso dello scrittore, una città desiderata e sognata fin da ragazzo,trasformatasi in una città quasi carnale dove il rosso dei muscoli è traslato dal rosso dei mattoni e la pelle dall'ntonaco e, nel mio caso, una città di ricordi sfumati nel seppia delle foto di famiglia e nei racconti ora sbiaditi ora vividi di mio padre.....dicevo.....attraverso questa città si percorre un viaggio all'interno. Tutto diventa significante: dal suo passato glorioso al suo contemporaneo "terminale", dalle cupole che si fondono con le particelle vibranti d'acqua, ai mostri che campeggiano su facciate di chiese e palazzi.....mostri che generano sogni e riportano alle nostre responsabilità. I passaggi tra l' acquarello "vivente" che offre Venezia ed il viaggio interiore, si chiudono e si aprono attraverso i vicoli e la rete di pensieri e divagazioni che vi si genera......"un'infinito che può essere apprezzato solo attraverso il finito.....un oggetto, dopo tutto, è ciò che rende privato l'infinito". Questo delirio composto e armonico fa riflettere sull'immagine di Dio, immagine riflessa sull'acqua dove l'acqua diventa immagine di tempo perché il suo Dio è tempo......immagine diversa dal mio Dio quasi di carne. E poi specchi d'acqua che duplicano la bellezza delle architetture e ancora specchi antichi che rimandano l'offuscata rifrazione del sé...."se mai si dovesse catalogare il mondo tra generi, il suo principale ingrediente stilistico sarebbe senza dubbio l'acqua....perchè il pensiero stesso ha la trama dell'acqua. Come del resto la scrittura; come le emozioni, come il sangue...." Questo libro mi ha resa un pò più leggera, ha rivangato lontani ricordi, ha determinato l'intrecciarsi di altre trame...e la sensazione di volerlo già rileggere ed i custodirlo assieme alle cose più care.


Matteo Canale (brummell@jumpy.it), Roma, 4. 03.2002

Basti soltanto notare l'acutezza dell'osservazione sugli specchi di certi palazzi disabitati di centro Venezia «abituati da secoli a non riflettere altro che la parete di fronte, gli specchi non si decidevano a restituirti il tuo viso, erano riluttanti, per avarizia o per impotenza; e quando ci provavano, le tue sembianze tornavano indietro incomplete». E' l'effetto della laguna sul mercurio che dà potere riflettente agli specchi. Generalmente durano secoli, a Venezia si corrodono molto prima; e li si vede ingiallire e restringersi, finendo per restituire un'immagine falsata di noi. I visi sfocati, invecchiati, dei tanti e tanti che vi si specchiarono negli anni, si sovrappongono al nostro volto restituendoci a un tempo che davvero non è più il presente. Notare poi la differenza tra conservatorio e ospedale, allora e oggi.




http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Gio, 28 set 2006

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