«I libri sono voci silenziose nascoste nella carta».
ccomunati dal desiderio di testimonianza, fosse essa rappresentata dalla pura oralità o dalle tracce lasciate negli scritti, i personaggi protagonisti dei diversi racconti, paiono idealmente concordare con il pensiero della schiava senegalese, adottata con benevolenza nel nuovo mondo e divenuta espressione letteraria di una terra, prima divisa e sanguinante, resa unita dal generale (Washington).
E, come era accaduto ad Enea, che, perduta la propria, aveva attraversato il mare, così per la piccola negretta ngignusa, la musica dei versi diviene strumento per raccontare di una terra che diviene patria, un solo cuore che rimane dei due opposti colori, il bianco e il nero.
La poesia, dunque, (una musica che si suona senza strumenti), la letteratura (Proust, Foscolo, DAnnunzio, Gadda, Monaldo Leopardi), i riferimenti filosofici (Pascal, Rousseau), ma anche la meditazione del saggio durata tutta una vita per raggiungere mete eccelse, stili di vita ascetici, le rivelazioni che divengono prescienza rispetto agli eventi futuri
danno un contenuto significativo ad un testo che è omaggio delicato, ai pensieri ed alle vicissitudini intellettuali e umane di personaggi diversi per estrazione, visibilità, impatto culturale, epoca storica.
La poetessa Spaziani si fa, ne La freccia, narratrice, ma la vocazione originaria non la abbandona, non soltanto nella scelta contenutistica operata, ma nello stesso linguaggio che rimanda a costrutti non alieni da influenze versificatrici («da rotta tubatura terragna fuoriuscì zampillo e andò ad irrorare macilenza dortica»).
Predomina, indiscussa, nel testo lansia (che nei personaggi rispecchia, forse, analoga preoccupazione della Spaziani) di riaffermare fortemente la propria vocazione dautore. Io sono nato per scrivere confida Jean-Jacques Rousseau alla marchesa sua interlocutrice, anche se questo comporta unalienazione dal mondo e limpossibilità per un essere pensante di sopportare il prossimo. La cui descrizione il filosofo vena di una sottile ironia, soprattutto rivolta a quella nobiltà mondana la cui civiltà stratificatasi nei secoli, sembra aver dimenticato massacri e servitù della gleba perpetrati per generazioni.
Sorte vagabonda e mendìca, quella dei grandi ingegni se è vero quello che afferma Monaldo Leopardi (quasi lamentoso nel rimprovero al figlio di subiti offuscamenti delle proprie, personali, opere) circa i penosi pellegrinaggi nelle lontane cittadelle presunte del pensiero e del potere Milano, Pisa, Roma, Napoli.
Opulenza di vite agiate, decadenze di personaggi che esibiscono stili di vita pubblici senza smagliature (ma che sono protagonisti di feroci litigi privati) e fedeli militanze al servizio di nobildonne amate da umili servitori o di un re per cui la cortigiana (che poi si fa monaca) confonde il piacere con lonore, la gioia con labiezione, si contrappongono ad esistenze condotte sul filo dellascetismo, della perfezione interiore o vivendo nell arte alla ricerca del Vero espresso per mezzo del Bello.
In un contesto di passaggio tra una cultura classica in cui il saggio riempiva pergamene faticosamente vergate
fogli su cui andava stilando cose immortali e la prefigurazione di un futuro prodigioso (che si fa attuale contemporaneità), con macchine veggenti in cui le parole dei sapienti potranno venir lette da un infinità di persone, fecondare le menti, colmarle di virtù e di bellezza.
A cura della Redazione Virtuale
Milano, 16 aprile 2004
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