IL GATTO LUPESCO, POESIE 1982-2001, DI EDOARDO SANGUINETI, CONTIENE LE RACCOLTE BISDIBIS, SENZA TITOLO, COROLLARIO, COSE, POESIE FUGGITIVE, NOVISSIMUM TESTAMENTUM

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Il gatto lupesco: poesie 1982-2001


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Edoardo Sanguineti, Il gatto lupesco: poesie 1982-2001
Feltrinelli, 2002
Le comete, pp.467
Euro 25,00


ataloghiamo quest’opera come farebbe lo stesso Sanguineti per ordine alfabetico, per genere. Come fossimo a un “Ipermarket”:

    Una raccolta di raccolte: Bisdibis (1987), Senza Titolo (1992), Corollario ( 1997), Cose ( 2001) quest’ ultima ampliata per questa versione da Poesie fuggitive.

    Un volume che raccoglie poesie scritte tra il 1982 e il 2001 e quindi anche il famosissimo Novissimum Testamentum scritto a metà degli anni Ottanta.

    Un Premio Bagutta 2002.

    Oltre 300 poesie in 467 pagine

Trastulliamoci ora in questo inventario alfabetico e carnevalesco. Troveremo gerghi, slang, acrostici, ottave, rime baciate, avverbi, alliterazioni, tautogrammi.

Troveremo lo spirito dei Novissimi con la loro ironia dissacrante. Ma troveremo soprattutto un “contenitore” come lo stesso scrittore lo definisce. Un contenitore che raccoglie poesie nate dai giochi, dalle occasioni. Le cartoline da viaggio. Un contenitore di omaggi, di nomi di amici, Luciano Berio, Enrico Baj, di luoghi, di trasmissioni televisive, Funari accanto a Pascoli, titoli di film, ricordi della moglie, di lui nonno («TEMA: sei diventato nonno: esprimi, in breve le tue impressioni, le tue emozioni, ecc: SVOLGIMENTO: quando l’ ho vista, il 9 pomeriggio, la prima volta dormiva tutta, a pancia molle, giù:»)

Troveremo le Ballate. Della guerra: «guerra alle guerre è una guerra da andare, lotta di classe è la guerra da fare». Delle donne: «femmina penso, se penso l’umano: la mia compagna, ti prendo per mano:».

Sanguineti vede il suo corpo invecchiare, “sdentato”, il mento aguzzo, un gatto lupesco appunto, «laido e lieto» e ci presenta in questa opera, che raccoglie più di vent’anni di lavoro, il suo io frammentato, un «te pieghevole», sparso nei mille travestimenti, confuso nei materiali linguistici più diversi.

Una lingua fatta delle parole che parliamo ma anche di cultura alta e dotta, il linguaggio della strada, dei giornali e delle mode, come dimostra l’Italia nostra di alcuni anni fa: «mi tiri un po’ scemo, darketta: ma che libidine giusta, per un truzzo tamarro rospino».

Una lingua sicuramente rivoluzionaria, frutto dell’alienazione storica in cui emerse, che rimane tuttavia ancora attuale perché era ed è la lingua di ciò che non si accetta, di ciò che si rifiuta.

Una lingua del niente non ha esaurimento. Perché è una lingua del tutto, di tutti. Anche se non è una lingua dell’assoluto. Lo dimostrano i due punti alla fine di ogni poesia al posto del punto finale, potrebbe andare avanti all’infinito a scrivere quello che si è già scritto, a dire quello che si è già detto.

Enigmi, proverbi, filastrocche, emoticons, sms, la lingua di Sanguineti si è evoluta con lui mantenendo, come fin dalle prime opere, l’autoironia. Il prendersi gioco di tutto, seriamente e leggermente, anche nello sguardo su se stesso, un guardarsi con uno sguardo cinico, con il linguaggio della corporalità; perché poi, nonostante i giochi verbali, la poesia di Sanguineti è profondamente fisica, ha l’odore del decadimento della bellezza e del corpo: «fioco la faccia, fusiforme il femore,/obeso l’occhio, ostricaceo l’orecchio,/marcio le mani, e le mascelle, e il mento,/eroso l’epicardio e gli epidimi» ( Sopra il proprio ritratto)

Una poesia fisica di un corpo debole che si confessa alla moglie, ai figli e che continuamente pone se stesso, il suo io davanti all’altro, con la paura della morte eternamente esorcizzata, che si congeda, che stoico saluta, la carne stanca, senza rimpianti, quando la sua fine coinciderà con la fine dell’inchiostro. (Novissimun Testamentum).

«Cerco una conclusione finalmente» cita un verso del Rebus n°27, ma sarà mai possibile una conclusione quando il niente che viene detto è sconfinato e infinito? Non perché ci sia molto da dire, ma perché «ci professiamo in sempiterno eccetera».

Presente in quest’opera è il grandioso Alfabeto apocalittico, scritto per l’Apocalisse del pittore Enrico Baj. Ogni poesia è composta solo di parole con la lettera dell’alfabeto scelta. Costrizioni che portano l’immaginazione a creare, a inventare, contaminare, cultura e informazione, la disciplina che Sanguineti si impone ha regole che egli detta a se stesso.

Troviamo gli avverbi sparsi, inventati, usati come sostantivi: «pausamente», «finalmente», «pachidermicamente», «moralmente», «mortalmente»

I suoni aspri di alcuni versi come se rifacesse il verso a quel Montale di cui nega la paternità di grande poeta : «è un autunno tritato in vetro crudo» (Homenaje).

E poi, di questa «poesia comunista» come egli stesso la definisce, troviamo il pluslavoro, il plusvalore, gli sfruttati, perché: «che cosa chiede, qui il vecchio compagno, al giovane compagno, quando chiede? gli chiede, i vecchi padri vendicare: vecchia preistoria, chiede, cancellare:» (Ballata dell’incanto buono).

Ha giocato, ha fumato, ha bevuto, in questo mondo che in fondo è un osteria, ha liberato l’uomo, ha liberato la lingua, Sanguineti continua a vivere, a scrivere, ad essere un sempiterno “giovane”.

Vivendo per capire perché vivo,
scrivo anche per capire perché scrivo:
e vivo per capire perché scrivo,
e scrivo per capire perché vivo:

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 05 Agosto 2003
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