IN LA GIACCA VERDE, OPERA BUFFA DI MARIO SOLDATI TUTTI MENTONO, CON O SENZA SCOPO

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La giacca verde (1993)


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Mario Soldati, La giacca verde
Rizzoli, 1993
Scala italiani, 107 p.
Euro 6,20

lto sul podio il Maestro W., astro nascente della lirica, dirige la prima prova di un allestimento dell’Otello verdiano che promette di restare memorabile. Il cast è superbo, il Maestro, fascinoso, aitante, vanesio, all’apice del successo e padrone di sé. Con un minimo cenno di bacchetta soggioga orchestrali e cantanti. Ma s’interrompe bruscamente, impallidisce, trema, non riesce a riprendere, e alla fine fugge come un vampiro davanti a un serto d’aglio, lasciando costernati solisti coro e orchestra. Un malore? Un attacco di nervi? Un capriccio da divo?

Si rifugia in albergo, si dà per ammalato, si nega rischiando di pagare all’impresario teatrale una penale salatissima per il suo forfait. L’impresario, il celeberrimo e ambiguo Commendatore, lo assedia in albergo, sorprendendolo in dolce compagnia femminile, mentre dovrebbe giacere in un letto di dolore, e a brano a brano riesce a estorcergli la verità. Una verità troppo stramba e grottesca per sembrare vera, o troppo vera per non apparire stramba e grottesca. E il Commendatore, che narra in prima persona, ce ne fa omaggio, creando un racconto nel racconto, sul leitmotiv de La giacca verde che compare carsicamente e dà il titolo al romanzo.

E’ stata la vista di Romualdi, modesto e attempato timpanista dell’orchestra, a sconvolgere il protervo Maestro. Forse Romualdi non l’ha riconosciuto, ma a W. è tornato in mente lo strano destino che li ha accoppiati, profughi entrambi durante la Seconda Guerra Mondiale, fra bombardamenti e avanzate di truppe. Una figura che emerge dal passato come uno spettro, a rammentargli un gesto di viltà che l’artista avrebbe voluto seppellire per sempre.

A causa delle sue origini ebraiche, il Maestro W. era stato costretto rifugiarsi sotto le mentite spoglie d’un bancario, presso un convento di frati sull’Appennino. Qui l’incontro con un altro rifugiato, un tronfio cinquantenne, che i frati gli presentano come tale Maestro Romualdi, celeberrimo direttore d’orchestra.

Il Maestro W. non ne ha mai sentito parlare, e sì che conosce ogni direttore d’orchestra sulla piazza! Dapprima è tentato di svelarsi e rimettere al suo posto il mediocre musicante che millanta una fama e un titolo non suoi con la stessa sicumera con cui si pavoneggia in un’incredibile giacca verde. Poi W. decide di continuare con la messinscena, calandosi tutto nel personaggio di bancario. Intraprende così un sottile gioco in cui più Romualdi si dà delle arie da genio, più lui si umilia nel ruolo d’impiegatuccio.

Così il Maestro W. incomincia a prender gusto all’equivoco, quel gusto squisito e cialtronesco della menzogna gratuita che basta a se stesso. Siamo lontani dalle spiritose invenzioni del Bugiardo goldoniano. Il Maestro W. mette in atto una carognata metafisica, esatta e avvolgente come una ragnatela, che si approfondisce e raffina a mano a mano che l’azione procede. Lodando e incensando Romualdi giunge ad aiutarlo a orchestrare dei canti natalizi per le messe dei frati, fingendosi maldestro pianista dilettante. Convince poi il falso Maestro a rifugiarsi presso la compiacente vedova Dolores, gabellandogliela per sua ardente ammiratrice, e ne gode l’intimità sotto il suo naso. E finanche quando, dopo mille peripezie, incontrano l’esercito americano che risale la penisola, W. non rivela la propria identità, abbandonando Romualdi nottetempo.

In questa giostra delle falsità, tutti mentono, e con gusto. W. adduce più d’una giustificazione per la sua commedia: doveva salvarsi la vita, compiacere i frati, non scontentare Romualdi. Ma dentro la menzogna si avvoltola e ingaglioffisce, così che alla fine gli sfugge di mano, diventa senza tornaconto. Una varietà di menzogna non prevista neppure nella meticolosa casistica del De mendacio di sant’Agostino, né da Torquato Accetto o da Gracián, cerebrale e compiaciuta, contro la quale non ci si può difendere, come contro le querimonie di un ipocondriaco. Esiste un barocco sensuale, carnale e uno dello spirito, ch’è l’esasperazione del primo: il Maestro W. ne è uno splendido esemplare. Ma è in buona compagnia, perché nel romanzo, a volta a volta, mentono tutti. Mente Romualdi per trarne risibili vantaggi materiali, salendo nella considerazione dei frati ospiti, della vedova Dolores, e anche per risarcire il proprio ego esacerbato dalle ingiustizie subite. Mente Dolores, la cui casa è tappezzata da foto che la ritraggono in costume da amazzone e in abito da sera, travestita da pilota o da sportiva, con in aggiunta uno strepitoso quadro che la effigia nuda e vogliosa. Mentono eppure, fatto sconcertante, mostrano talvolta improvvisi soprassalti di umanità, dignità, coraggio. Nessuno è del tutto mascalzone, né del tutto sciocco o vanesio o corrotto. Eppure il turbine della falsità li avvolge, e gli si abbandonano senza resistere.

Tutti hanno una voce impostata, artefatta. Quella del Commendatore, venata dal decoro proprio di un anziano gentiluomo, ne assomma e ne adombra mille. Quella di W. è sonora e sfumata, con punte petulanti (avrà diretto l’orchestra, mi piace immaginare, col gesto agogico e la sonorità di Zubin Mehta), quella di Romualdi è bassa e ronfante, stridula e agitata quella di Dolores. Un’opera buffa in piena regola, con una punta vertiginosamente comica nella sequenza in cui Romualdi e W. orchestrano i canti natalizi. Romualdi nella sua scarsa cultura musicale finge, o crede davvero, d’aver scritto una cantata, che a sentirla risulta copiata da Massenet. Faticosamente, il Maestro W., che la conosce a memoria, riesce a farla rammentare all’altro strimpellandola distrattamente sul pianoforte. Se qualcuno vuole bearsi ancora dell’alone romantico che ammanta la creatività dell’artista, eccolo servito.

Un’opera buffa dev’essere breve, concitata e succosa. La giacca verde dura poco più di cento pagine, e appartiene a una trilogia di novelle d’egual lunghezza, sotto il titolo di A cena col Commendatore. Il giudizio pronunciato da Montale in quegli anni, secondo il quale la letteratura italiana sarebbe poco propizia alla novella lunga, (Montale si riferiva a Casa d’altri di Silvio d’Arzo) trova una piena smentita. La giacca verde e le altre due novelle che il personaggio del Commendatore narra per il proprio e per l’altrui piacere (Il padre degli orfani e La finestra) sono gemme del genere, fra le migliori opere narrative del ‘900 italiano tout court.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 05 febbraio 2003
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