GIORNI DI GUERRA, DI GIOVANNI COMISSO, INCONSUETA DENUNCIA DELLA GUERRA, È LA MENO RETORICA AFFERMAZIONE DEL VALORE DELLA VITA

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Giorni di Guerra (1930)


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Giovanni Comisso, Giorni di Guerra
Mondadori, I Meridiano, Milano, 2002
Euro 55,00

accontata in presa diretta, la prima guerra mondiale, da tragico esordio della distruzione di massa, regredisce allo stato di guerra ordinaria, come tante, anzi una delle tante, in quello scorcio non rappacificabile di vita europea che è stato il “doppio secolo” del XIX-XX secolo. Vissuta così e così raccontata, la Grande Guerra diventa, nella sua normalità, un evento eccezionale solo per chi l’ha vissuta. Per il giovane arruolato, preso dal tedio tutto moderno della generazione piccolo borghese dei ragazzi di inizio secolo, la guerra non è una sfida eroica ma una “vacanza”, una fuga, un’avventura a contatto della natura e nella massima tensione possibile dell’arco della propria giovinezza.

I Giorni di Guerra di Giovani Comisso non sono un diario sulla prima guerra mondiale, bensì sono il racconto di questa avventura giovanile. Il libro fu scritto tra il 1923 e il 1928, pubblicato nel 1930 e nel 1952, con l’aggiunta di quattro nuovi capitoli. L’ultima edizione, definitiva e riveduta dallo stesso autore, risale solo, purtroppo, al 1960. Bisognerà aspettare la pubblicazione delle opere principali di Comisso ne I Meridiani della Mondadori – a cura di Rolando Damiani e di Nico Naldini – per avere una recente riproposizione di questa opera poco apprezzata eppure ancora oggi vibrante.

Il romanzo racconta l’esperienza di Comisso al fronte per tutto l’arco temporale della guerra, a partire dalla sua partenza da Onigo di Piave, ed il suo arruolamento nel reggimento del genio di Firenze. Tutta l’opera è suddivisa in cinque parti, i cui titoli originari sono stati sostituiti nella edizione definitiva con l’indicazione dei cinque anni di guerra dal 1914 al 1918.

L’esperienza della guerra è vissuta come un evento di rottura con la noia della vita di paese e come apprendistato di umanità, nella scoperta della natura e del rapporto con l’altro, l’amico o la donna. Il bagno estivo nel Natisone, in quella allegria infantile che aveva preso quegli uomini, «come se, tolto il vestito militare, si fossero ritrovati ragazzi»; le salite al Polunik o al Rombon, dove il contatto solitario con la natura fa dimenticare il dolore della guerra; l’inaudita quiete dei soldati che, tolta la giacca, rincorrono nella notte le lucciole o al mattino si arrampicano sugli alberi di ciliegie, «nessun colpo di cannone intorno, il sole ardente, il luogo deserto, quelle ciliegie straordinarie: eravamo beati»: tutta l’esperienza terribile della guerra trasfigura, attraverso il filtro, solo in apparenza superficiale, di questo inesausto vitalismo, in una incredibile esperienza di umanità.

Gli occhi del giovane Comisso sono quelli di un adolescente, che per sua natura non conosce la morte e si percepisce immortale, al punto da rendere la guerra meno terribile. Così la fila di feriti in transito non hanno occhi sofferenti; lui li vede «dolci negli occhi, fatti sereni, felici di essere portati via».

Persino la disfatta di Caporetto viene vissuta come un’avventura, come prova decisiva di debutto nel mondo dei grandi. La disfatta rappresenta la linea d’ombra del giovane sottufficiale ed è questa la prima, più profonda ed intima ferita di Caporetto. Così l’esperienza del dolore e della rovina diventa l’appiglio della memoria dell’infanzia perduta: il Montello, la casa paterna a Treviso, la città stessa, ancora più bella nell’incanto dello svuotamento bellico. «Mi sentivo come allora e i miei soldati mi parevano i miei compagni di scuola». E con l’avvicinarsi della fine della guerra, nell’autunno del 1918, malgrado l’eccitazione della vittoria, arriva l’immotivato sentimento di perdita, triste e pesante: l’inconfessabile consapevolezza di aver consumato, pur nella tragica esperienza bellica, quell’irripetibile stagione della propria giovinezza. Quella stessa giovinezza che – in un’ultima malinconica trasfigurazione – vede ancora brillare negli occhi dei compagni feriti, «sfiniti nel volto, ma accesi di sangue alle labbra e di vita negli occhi, cercai di imprimerli nella memoria, perché ero ormai certo che aspetti simili non sarebbe stato possibile rivedere più».

Nel panorama della memorialistica sulla prima Guerra Mondiale, Giorni di guerra si distingue per l'immediatezza dello stile. Ed è un’opera del tutto originale rispetto al tradizionale genere della memorialistica: se, da un lato, ne conserva l’ancoraggio storico, il carattere auto-biografico e la presenza di un autonomo io-narrante, dall’altro, questi canoni vengono smontati e combinati di nuovo dentro una struttura narrativa nella quale lo scenario collettivo della guerra perde centralità, mentre ne vengono esaltati gli elementi individuali, i soldati, la natura, le tecniche di battaglia. Lo stile perde così l’impronta oggettivista propria della memorialistica per acquisire un alone impressionista, privo di qualsiasi lettura storica, né antimilitarista, né, all’opposto, nazionalista. La guerra, come si è già detto, è un’avventura giovanile individuale ed eccezionale, che trasfigura ogni singolo evento bellico, come gli occhi dei feriti che «pareva che avessero impiegata tutta la loro forza per fare all’amore o per una corsa accanita e sorridevano pesantemente come se non sapessero essi stessi cosa avessero fatto e perché»; un evento storico di cui si ignora il senso e che viene vissuto solo quale scenario estremo nel cruciale passaggio personale di abbandono dell’età dell’innocenza.

Non è da escludere che sulla rimozione letteraria di Comisso abbia influito il suo punto di vista sulla guerra: estetizzante e vitalista. Che sia apparso, ad una lettura conformista sulla guerra, indulgente verso alcuni filoni culturali di inizio secolo scorso, di cui proprio la prima guerra mondiale segnò il drammatico epilogo. Al contrario, oggi si può forse azzardare che l’originale sguardo esistenziale sull’esperienza bellica – fuori dalle ordinarie letture storico-pedagogiche – con la sua capacità di trasfigurarne ogni aspetto, anche il più tragico, in un momento pieno di vitalità, cogliendone, nell’esaltazione poetica di ogni senso, la dimensione umana più completa, di gioia e di malinconia, di dolore e di stupore, rappresenta forse la più inconsueta denuncia della guerra e la meno retorica affermazione del valore della vita.

«E’ ritornato dalla linea l'ufficiale che abbiamo mandato e riferisce che i soldati sono tutti al loro posto, con il fucile tra le mani e la maschera al volto, comunicò nuovamente Mirtillo. Invece quei soldati erano fermi, impietriti dalla morte che la piccola e miserabile maschera non aveva servito a impedire».

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 2 giugno 2006
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