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Il giorno della civetta



Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta
Adelphi edizioni spa Milano
10° ristampa: aprile 1999
L. 20.000/Euro XX,XX

IN GIALLO VERITAS

l giorno della civetta è il primo romanzo «giallo» pubblicato da Sciascia. È il suo libro più famoso e più venduto, il primo a essere tradotto all'estero, a godere l'onore e l'onere di versioni teatrali e cinematografiche, a muovere entusiaste «calviniane» recensioni o interessate e malaccorte stroncature. Edito nel 1961 ha il vezzo dell'anticipazione storica e il pregio dell'azzardo letterario. Lo scrittore di Racalmuto, quando di certi «garbugli» si sussurrava appena o il cardinal Ruffini (Ernesto Ruffini, cardinale di Palermo dal 1946 al 1967, ndr) li liquidava come «un'invenzione dei comunisti», mette in prosa la mafia e la sua modernità. Così non l'avevano trattata De Roberto e Pirandello, agrigentino anch'egli. Verga e Capuana non s'erano accorti che esistesse, mentre Brancati volutamente l'aveva trascurata. Altri, dialettali minori, ne avevano dato ritratti vagamente apologetici. Sciascia invece ne fa motivo d'ispirazione civile e morale, di ricerca esistenziale nonchè fonte inesauribile di risorse narrative. E lo fa prediligendo spesso la forma descrittiva del giallo.

Genere letterario di altissimo profilo quello che scaturisce dalla prosa di Sciascia. Sganciato dall'ansia della trama, indifferente ai canoni della logica aristotelica, l'intreccio narrativo in lui sfugge la mannaia della sintesi finale, fa d'ogni conclusione un nuovo punto di partenza, d'ogni certezza acclarata un dubbio, d'ogni esito manifesto una sfida per la ragione. Di giallo inchiostro fraseggia il suo illuminismo debole, spoglio di qualsivoglia «missione salvifica» e sempre diffidente verso la giacobina determinazione dell'intellettuale militante pronto a decapitare «uomini e cose», seppur rattristato dallo sferruzzare delle «tricoteuses» a bordo-ring.

Ben altro infatti è lo spessore indagatore di Sciascia. Ben diverso il suo modo di distinguere il vero e il presunto nelle cose del mondo. Ben profondo il suo senso di giustizia e che lo porterà negli anni a rintracciare storie, ripercorrere biografie disperse o scontate risultanze processuali già liquidate in Cassazione. Una laica e motivata ansia narrativa è quella che muove i suoi passi. A Il giorno della civetta, cinque anni dopo, seguirà A ciascuno il suo, poi i «gialli-inchieste» degli anni '70 (da Il contesto a L'affaire Moro passando per Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, I pugnalatori, Todo modo e La scomparsa di Majorana) infine gli ultimi: 1912+1 (1986), Porte aperte (1987) quindi Il cavaliere e la morte e, poco prima di morire, Una storia semplice, smilzo racconto «made in Adelphi» pubblicato nel novembre dell'89. In totale, limitandoci alla forma del giallo -chè altrimenti ricca e densa è la sua produzione- fanno oltre una decina di «pezzi» dove la «nera semenza» di Sciascia scorre avvolgente e inquieta.

E di sciasciane virtù brilla appieno Il giorno della civetta. «Giallo che non è un giallo» per Calvino, «smontato» e inconsueto, certamente mediterraneo, lontano mari e monti dalla tradizione anglosassone, forte d'un racconto che scorre in piena luce, tra fatti subito svelati e privatissimi legami, in una Sicilia appunto dove, ancora Calvino, «...tutto è limpido, cristallino: le più tormentose passioni, i più oscuri interessi, psicologia, pettegolezzi, delitti, lucidezza, rassegnazione, non hanno più segreti, tutto è ormai classificato e catalogato...» ma dove, come nella migliore partita di scacchi, tutto è da narrare e scoprire.

Trama lineare dunque che fila decisa tra personaggi e ambienti, polvere e scirocco, vittime e colpevoli. Ci troviamo in un paese dell'hinterland palermitano dove viene ucciso Salvatore Colasberna, modesto impresario edile. Contemporaneamente scompare Paolo Nicolosi, di professione potatore. Il capitano Bellodi, giovane ufficiale dei carabinieri originario di Parma, affronta, assieme al maresciallo Ferlisi, la situazione con intelligenza e lucidità. Connette i fatti, fiuta l'angoscia della vedova Nicolosi, scarta la pista passionale, blandisce il confidente Parrinieddu. Da lui ottiene un nome e, in articulo mortis, una confessione epistolare. Il romanzo non ha dato neppure il tempo di far metter comodi i lettori che ecco bell'e serviti tre colpevoli per tre omicidi: Diego Marchica detto Zicchinetta, Rosario Pizzuco già fiancheggiatore del separatista Giuliano e, soprattutto, Don Mariano Arena, «galantuomo» di paesana saggezza e provate amicizie, uno peraltro a cui «non mancava niente, dalla a di abigeato alla z di zuffa». Confessioni e ritrattazioni, considerazioni fuori campo e voci di corridoi nei Palazzi romani, preparano poco a poco «l'iliade di guai» che finirà per annullare l'inchiesta. Scarcerati i colpevoli, trasferito il maresciallo Ferlisi, Bellodi, spedito in licenza a casa, è colto, mentre scorrono i titoli di coda, «nell'indolente sera di Parma» a passeggiare con l'amico Brescianelli, a riflettere sul suo allontanamento e a promettere, soprattutto alla sua coscienza di ex partigiano e «servitore di Stato», un prossimo ritorno in Sicilia.

Romanzo amaro, giallo inconsueto, dicevamo, profondamente laico e anticipatore. Romanzo di forti contrapposizioni però e deciso a suscitarne di altrettante forti e motivate. C'è contrapposizione di caratteri tra i personaggi. Contrapposizione tra chi pensa ai «metodi forti dei tempi di Mori» e chi, come il capitano Bellodi, li rifiuta. Contrapposizione tra chi vede la mafia e chi la nega. Contrapposizione di «uomini e non», anzi per dirla con le categorie di Don Arena, di «uomini e mezz'uomini, di ominicchi, piglianculo e quaquaraquà». Contrapposizione infine tra Italie diverse, a Sud e a Nord della «linea della palma», fotografate all'alba d'un miracolo economico già denso di poteri occulti e speranze disattese.

Su tutto scorre la penna fertile del quarantenne Sciascia. Disilluso forse, disincantato e tenace, tutt'altro che arrendevole e pessimista. Uomo lui stesso di forti contrapposizioni e animosità, sin da questa sua «opera prima», seppe attirarsi accuse di tutt'altro genere. Accuse affinate negli anni, esplose ai tempi de L'affaire Moro, ribadite perfino l'indomani della sua scomparsa. «Mafiosità simpatica di Sciascia» (Sebastiano Vassalli), «scetticismo inattivo» (Eugenio Scalfari), «nicodemismo vile» (Giorgio Amendola) e via via cantando. Senza esplodere nell'invettiva con Camilleri («Vassalli.. un perfetto imbecille» La Stampa 02/10/2000) ci basta rileggere romanzi come Il giorno della civetta per riflettere e sorriderci sopra o gridare forte, come nei nostri anni migliori, che «Sciascia è vivo e lotta assieme a noi!».

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 19 marzo 2001
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