LA VOCE DI SALVATORE QUASIMODO SI LEVA IN GIORNO DOPO GIORNO CONTRO LA GUERRA E CONTRO LA BARBARIE NAZI-FASCISTA.

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Giorno dopo giorno (1946)



Salvatore Quasimodo, Giorno dopo giorno
in Tutte le poesie,
Mondadori, Oscar Grandi Classici, 1994
Euro 12,40

uasimodo scrisse Giorno dopo giorno tra il 1943 e il 1945. Le venti composizioni scandiscono il periodo di guerra che va dall’8 settembre 1943 e il 1945, si ispirano alle ansie ed alle speranze negli anni della Liberazione d’Italia.

L'opera non segue un andamento cronologico; le poesie scritte nel 1943 sono poste nella seconda parte dell’opera, mentre le poesie scritte nel 1945 sono collocate nella prima parte e l’ultima, Uomo del mio tempo, scritta il 23 dicembre 1935, chiude l’opera come suggello della condanna della guerra e contiene l’appello a rinnegare gli uomini (i padri) che portano la guerra ad altri popoli.

Il 1945 è un anno importantissimo per la nazione che, liberata dagli alleati dal terrore nazi-fascista, si appresta a inaugurare un nuovo Stato democratico. Il 1945 è anche importante per Quasimodo, che si iscrive al Partito Comunista; vi aderisce solo per pochi anni, ma si considererà da allora un uomo di sinistra. La tessera del partito dimostra una maturazione politica, culturale, sociale ed umana del poeta, che dopo la svolta dell’8 settembre passa dal tiepido fascismo, comune a molti intellettuali italiani, a una visione della guerra e della vita italiana nella prospettiva della Resistenza, a partecipare con ansia e con gioia alla Liberazione. L'avanzata americana, sostenuta dai partigiani, è aiutata dalla popolazione, umiliata dai massacri perpetrati dai nazisti: l’eccidio delle fosse Ardeatine, la strage di Marzabotto (29 settembre – 5 ottobre 1944) si aggiungono ai quotidiani orrori. Nel 1944 Quasimodo non riesce a produrre un solo verso, al pari di altri scrittori italiani che pur non partecipando attivamente alla lotta di liberazione, sono resi creativamente sterili dal dolore e dal lutto.

Nei primi mesi del 1945 Quasimodo riprende la penna in mano e scrive la bellissima lirica Alle fronde dei Salici, incui il poeta manifesta il travaglio interiore di uomo e di poeta. La poesia apre la raccolta poetica Giorno dopo giorno ed esprime l'impazienza verso i progressi dell'offensiva contro l'esercito tedesco. Ma esprime anche la gioia per la Liberazione che si concluderà qualche mese più tardi, il 25 aprile 1945. Una doppia liberazione per il poeta che non ha potuto scrivere per lungo tempo. Si può dunque consiterare Alle fronde dei salici la poesia della Liberazione, che pone fine al silenzio in cui si erano relegati i poeti, inaugura la nuova poetica italiana e ridà voce al popolo.

Nel 1946 Quasimodo affida la raccolta a Giancarlo Vigorelli che pubblica l’opera con il titolo Con il piede straniero sopra il cuore. Ma nel 1947 la silloge viene consegnata dall'autore anche alla Mondadori che la ripubblica, con l’aggiunta di due nuove poesie, con il titolo definitivo Giorno dopo giorno.

Si compone di 20 liriche, e manifesta lo sdegno del poeta contro la barbarie nazista e contro gli uomini che uccidono i loro fratelli a tradimento. L’opera contiene parallelamente temi che si intrecciano con quello della guerra, come il tema della pace, di cui costituisce una sorta di parallelo. Ma altri temi vi procedono in parallelo: vita-morte, amore-odio, natura-città, animali-esseri umani, ambiente naturale-ambiente cittadino, giorno-notte, sole-luna, mare-montagna, amore per una donna lontana nel passato-amore per una donna vicina nel tempo.

L’amore per questa donna vicina costituisce l’altro grande tema della raccolta ed è una costante delle opere quasimodiana: accanto al rimpianto della Sicilia c’era l’amore di una donna, anche ora vicino al dolore causato dalla guerra c’è l’amore per una donna che dona speranza per una vita migliore e vissuta in pace.

Le poesie nate dal dolore della guerra sono: Alle fronde dei salici, Lettera, 19 gennaio 1944, Neve, Giorno dopo giorno, Forse il cuore, La notte d’inverno, Milano Agosto 1943, La muraglia e Uomo del mio tempo.

Le poesie nate da temi alternativi sono: O miei dolci animali, che descrive l’amore del poeta verso alcuni animali che vivono nelle campagne e nelle colline italiane e si rivolge anche alla sua donna amata che mostra un pessimismo di fondo. Lei ricorda: «Tu mi dici che tutto è stato vano, / la vita, i giorni corrosi d’acqua / assidua, mentre sale dai giardini / un canto di fanciulli.» A cui il poeta le risponde: «Ma forse io so che tutto non è stato». (vano). La poesia A me pellegrino descrive l’amore per una donna lontana nel tempo, a cui il poeta dice: «Non sei più qui, non più il tuo saluto / giunge a me pellegrino. Mai due volte / la gioia si rivela.» E poi il poeta ripensa alla sua Sicilia dove «La nostra terra è lontana, nel sud, / calda di lacrime e di lutti. Donne, / laggiù, nei neri scialli / parlano a mezza voce della morte, / sugli usci delle case».

Nella poesia Presso l’Adda il poeta ritorna alla sua fanciullezza (o a quella della donna amata) e ricorda la primavera che illudeva la vita: «Riappare la corona del sambuco / dal fitto della siepe e agita la canna / nuove foglie sugli argini del fiume. / La vita che t’illuse è in questo segno / delle piante, saluto della terra / umana alle domande, alle violenze». La poesia S’ode ancora il mare è una poesia di ricordi: il poeta ricorda la voce del mare che lieve risale dal tempo e ora egli ascolta la voce degli uccelli delle torri e vorrebbe che l’eco di lui andasse da lei come un mormorio di acque di mare lieve. La bellissima poesia Elegia descrive la Luna come satellite gelido della notte che illumina la Terra fumante della guerra e guida la Terra verso il Nord «dove ogni cosa corre / senza luce alla morte, e tu resisti». Le liriche Il traghetto e Il tuo piede silenzioso sono state aggiunte nel 1947, e sono le più antiche della raccolta ed esprimono l’una di seguito all’altra la morte di una giovane donna lontana nel tempo, che varca la soglia dell’Ade. Questa giovane donna, amata dal poeta, giunge a un fiume; ma egli la sente ormai flebilmente e nessuna delle ragazza che l’accompagnano la può salvare; poi arriva l’ultima luce dell’ultimo giorno di vita. E’ un giorno come gli altri, ma vi è un mutarsi della luce che chiude il cerchio della vita e la trasporta «di là dal vuoto della luna, / varca l’Ade, il tuo piede silenzioso» e «Dunque, tu sei morta».

Per comporre la prima poesia dell’opera poetica Giorno dopo giorno Salvatore Quasimodo prende spunto dal salmo 137 della Bibbia dove si narra che gli ebrei avevano appeso le loro cetre ai rami dei salici, avevano perso la gioia di cantare perché prigionieri in terra straniera. Alle fronde dei salici è la rappresentazione degli orrori commessi dai nazisti sulla popolazione inerme, massacri che suscitavano il panico tra i civili e il silenzio dei poeti.

Segue Lettera. Il poeta dice in questa seconda poesia che la guerra riduce tutto a silenzio. Ecco l’incipit «Questo silenzio fermo nelle strade» e poi prosegue «forse l’inezia / il nostro male più vile […] La vita / non è in questo tremendo, cupo, battere / del cuore, non è pietà, non è più / che un gioco del sangue dove la morte / è in fiore».

Ti leggo, dice il poeta in 19 gennaio 1944, versi di un poeta greco, ma le sue parole ora «ricadono lugubri e desolate in questa profondissima / notte di guerra in cui nessuno corre / il cielo degli angeli di morte» e termina dicendo: «Qualcuno vive. / Forse qualcuno vive. Ma noi, qui / chiusi in ascolto dell’antica voce, / cerchiamo un segno che superi la vita, / l’oscuro sortilegio della terra / dove anche fra le tombe di macerie / l’erba maligna solleva il suo fiore.»

Nella quarta poesia Neve il poeta invoca «Che urli almeno qualcuno nel silenzio, / in questo cerchio bianco di sepolti».

Nella poesia che dà il titolo all'opera, Giorno dopo giorno, l'autore maledice le parole “sangue” e “oro” perché scatenano guerre. Il mondo è fatto da mostri e «la pietà è caduta e la croce gentile ci ha lasciati»

In Forse il cuore il poeta afferma, rivolgendosi alla sua donna amata: «E ancora attendi, / non so che cosa, mia sperduta; forse / un’ora che decida, che richiami / il principio o la fine: uguale sorte, / ormai.»

La notte d'inverno cita:. «Nessuno ci ricordi della madre, nessuno / ci racconti un sogno della casa».

Nella bellissima Milano, agosto 1943, il poeta afferma. «Tu, povera mano è invano che cerci tra la polvere, / la città è morta. Non scavate pozzi nei cortili: / I vivi non hanno più sete. Non toccate i morti, cosi rossi, così gonfi: / lasciateli nella terra delle loro case:/ la città è morta, è morta».

Ne La muraglia il poeta, rivolgendosi alla sua donna amata, dichiara: « O cara, quanto / tempo è sceso con le foglie dei pioppi, / quanto sangue nei fiumi della terra».

L’uomo del mio tempo, afferma infine Salvatore Quasimodo, ha perduto ogni considerazione dei fratelli e ha dimenticato la solidarietà e la religione che lo trattengono dalla violenza. L’ultima composizione di Giorno dopo giorno è la stupenda lirica Uomo del mio tempo, un implacabile atto d’accusa contro la ferocia – bestiale e razionale ad un tempo – a cui si sono abbandonati gli uomini nella seconda Guerra Mondiale

La somma di 20 poesie straordinarie fanno di Giorno dopo giorno un capolavoro assoluto della letteratura italiana. La voce di Salvatore Quasimodo si leva alta e chiara contro la guerra, esprime forte e ferma la sua modulazione del verso. Ogni poesia ha la sua forma, uguale per tutte. Sono liriche di uguale lunghezza, ogni verso è serrato, e tutte le poesie marciano verso una sola voce monodica. Scrive Gilberto Finzi: «Mentre cade ogni preoccupazione ermetica, la lirica come canto monodico rimane un modo complesso e attualizzato di scoprire le strutture della vita.». (Meridiani, Salvatore Quasimodo pagina LXI).

Per bellezza di quest’opera poetica si può paragonare alle statue greche di Riace. Possenti, alte, massicce, statiche nella loro altezza, fiere nello sguardo, pesanti nelle loro armature, esprimono in modo completo e violento tutta l’aura del loro tempo e, mettendo in risalto la complessità della civiltà da cui provengono, mettono in risalto la cultura greca. Così questa opera poetica, massiccia, possente, complessa, statica nella sua lunghezza, ma fiera dei sentimenti che esprime, alta nel linguaggio poetico, nuovo, chiaro. Una poesia nuova non più ermetica e forte nell’annunciare la liberazione, pronta a denunciare l’uomo crudele di ogni tempo e ad esprimere l’aura del proprio, del tempo complesso che ha assistito alla seconda Guerra Mondiale.

Il merito di Quasimodo sta nell'aver saputo ancora una volta girare pagina nella sua vita e nella sua poetica. Questa svolta di maturità si percepisce sia nelle opere poetiche che negli scritti sulla poesia. Anche l'iscrizione del poeta al Partito Comunista è segno di questa svolta. Opera bella e importante, trasmette per intero sia i sentimenti del popolo che i sentimenti del poeta ed è espressione del comune sentire degli uomini che in quegli anni parteciparono alla Liberazione.

    «Di questo libro, forse il più famoso anche all’estero, del nostro poeta, diremo che la percezione del canto come coralità si sostituisce senza fratture alla melica monodica, e il poeta stesso parlerà di “dialogo” al posto del precedente “monologo”. Se c’è retorica, in qualche caso, è quella comune al realismo e al moralismo europei; è il senso utopico della speranza che non si avvererà […] la sua nuova poesia è uno scatto dell’indignazione, una polemica del sentimento, un turbamento della coscienza di uomo […] Il tempo storico e il grido dolente gli offrono le parole dell’umile quotidianità in un ritmo che tende all’epica, al dialogo, alla coralità. In questo libro come nel successivo, la chiave di lettura è mista, epica e lirica insieme: ora prevale il “noi” della narrazione oggettiva, ora dal “noi” ritorna all’“io” origine della sua poesia. Giorno dopo giorno e La vita non è sogno, fra privato e corale, fra lirica ed epica: sono poesie fra le più belle che abbia prodotto in Italia e in Europa il sentimento poetico fra le macerie della guerra, lo spirito in rivolta, nell’ira del presente e nell’aspirazione profetica del futuro». (Gilberto Finzi, Invito alla lettura di Quasimodo pagine 94 – 95).

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 25 aprile 2006
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