UN GIORNO PERFETTO DI MELANIA MAZZUCCO, UN ROMANZO MODERNISSIMO DALL'ARCHITETTURA OTTOCENTESCA. NARRATIVA SOLIDA NELLA TRADIZIONE

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Un giorno perfetto (2005)


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Melania G. Mazzucco, Un giorno perfetto
Rizzoli, 2005
Scala italiani, 414 p,
Euro 18,00

«Questa polvere minuziosa di minuti» è un luogo: il luogo – ha scritto una volta Pietro Citati, riflettendo su Anna Karenina – «dove Tolstoj preferisce abitare». Proprio Anna Karenina (la copertina, la mole del volume) fa più volte la sua comparsa in quello di Melania G. Mazzucco, Un giorno perfetto (Rizzoli): è lì, abbandonato su un divano letto (il professor Sasha se lo trova – poco dopo le nove di sera del 4 maggio 2001 – sotto il sedere); e alla signora Emma Tempesta càpita, ogni tanto, di tornare a sfogliarne le pagine, con lo spirito di una richiesta d’aiuto.

Qualche riga di Anna Karenina sta anche in un’epigrafe, all’inizio della storia: «Sì, passerà il tempo, il tempo che tutto accomoda…». Riconducendo questi indizi distratti alle ragioni di un’ispirazione, si potrebbe pensare a Un giorno perfetto come a un romanzo tolstojano: c’è, come in Tolstoj, la «polvere minuziosa di minuti», il trascorrere delle ore che diventa luogo (e prende i contorni di Roma) – il luogo abitato dal narratore, appunto. Capace, con abilità non comune, di farsi alla bisogna poliziotto, avvocato, professore, studente, operatore telefonico, insegnante di body sculpture; di essere tutti e nessuno, di essere anche una città (il corpo di una città – che è fatto di corpi), o una musica: di molte canzoni (nelle orecchie, per strada, in tv: Lou Reed e Tiziano Ferro, Adriano Celentano e Marilyn Manson).

La scuola, il lavoro, la politica, l’amore: scorre, nelle pagine di Un giorno perfetto, questo tempo – il nostro. C’è tutto: la lingua che parliamo, gli abiti che indossiamo, la luce azzurra dei televisori, il traffico che intasa le strade, le fratture sociali, la paura di invecchiare, di restare soli. La «sconosciuta filologia della vita quotidiana»: così la definisce Melania Mazzucco, che l’ha studiata minuziosamente, fin nelle pieghe più nascoste. Punto di partenza dell’indagine è la famiglia («il luogo che fa spuntare le ali ai sogni», come recita una frase di George W. Bush posta in epigrafe dall’autrice con un sorriso, credo, malizioso). Suor Angelica dice che è fondata sul matrimonio, ed è come un corpo, dove «ognuno è necessario perché arricchisce», ma alla piccola Camilla la cosa non interessa poi molto. La famiglia, intorno a lei, è cambiata e continua a cambiare: si allarga o si rimpicciolisce, muta intenzioni e direzioni, cova ansie, silenzi e tormenti, li prepara all’esplosione, corre per allegria (o nostalgia) di vita verso la catastrofe, senza saperlo.

Melania Mazzucco ha scritto un romanzo modernissimo dall’architettura ottocentesca (il respiro lungo che lo anima ha le caratteristiche di quelli che oggi chiamiamo «classici»), ambientandolo nel primo anno di tutt’altro secolo e millennio – e dimostrando che è ancora possibile estrarre, dal caos della contemporaneità, materiale per una costruzione narrativa solida e ben piantata nel terreno della tradizione. Le sue storie, i suoi personaggi (sentimenti, passioni, voci) – più che mai contemporanei, spaventosamente identici a noi – potrebbero attraversare con agio anche un ponderoso romanzo del diciannovesimo secolo, finendo col riempirlo di dialoghi più veri del vero, di conversazioni anche futili, di pioggia e di vento, di disperazioni della carne e dello spirito, di oggetti, di polvere (di vita, insomma) – e di corpi, soprattutto.
Perché se c’è qualcosa che più di tutto si vede, si percepisce – come il corpo di Anna, in Tolstoj – qui è il corpo di Emma Tempesta (e il suo volersene assentare: «volare via, per qualche ora», agognando una impossibile felicità). O il corpo inquieto di Elio Fioravanti, l’onorevole: il rumore dei suoi gas intestinali sembra, alle orecchie della figlia Camilla, quello di aerei in partenza – destinazioni lontane: Malindi, Samarcanda, Bangkok. Separandosi da Maja, la sua donna, dopo l’amplesso, il corpo di Elio emette «un rumore sgradevole, come una pernacchia»: mentre lei non dice niente, non prova mai niente, è come sotto anestesia – il respiro appena alterato. E ancora: il corpo di Olimpia, che invecchia oscenamente; il corpo giovane di Valentina, in pena per i seni che non crescono – «sisette bianche a forma di fico rattrappite per l’imbarazzo», quando si spoglia davanti a Axel Rose, in attesa che gli installi un piercing sui capezzoli.

«Il corpo è una miniera strana» pensa a un tratto proprio Valentina, che nel suo corpo ci sta stretta, come in casa d’altri. E proprio quello altrui non capisce come si possa avvicinarlo, e perché, poi: «Certe volte – scrive in una lettera al suo professore di italiano – mi sembra di vivere in mezzo agli zombie, o di essere uno zombie anch’io. Io forse non sono normale e ho il cuore di silicio (…). Non capisco i sentimenti connessi alle relazioni personali tra gli esseri umani. Non capisco perché si amano, cosa li spinge a farsi male gli uni con gli altri, come possano odiarsi tanto. Forse non provo le emozioni. O forse non so cosa è essere – umano». Questo si domandano tutti gli altri personaggi, più o meno consapevolmente – e se lo domandano con tutto il corpo, con ogni lembo della pelle, perché è su di essa che sentono bruciare le attese, le distanze, le vicinanze, quando sono troppo anguste. Tentano molte strade, alla ricerca di un equilibrio comunque precario; si aspettano dagli altri troppo o troppo poco; corrono via dalla famiglia e, cercando disperatamente alternative, si accorgono che ne stanno mettendo su una nuova; pensano alla morte (qui ci pensano tutti, giovani e vecchi; anche i bambini) come a un vuoto che si farà spazio dentro di loro e in certe giornate non è «affatto una sensazione sgradevole. Quella non-vita si era portata via tutte le ambizioni, tutte le insicurezze, tutte le delusioni». Una «smemorata serenità del corpo»: questa è probabilmente la felicità, quella che molti si ostinano a chiamare così. Antonio Buonocore, poliziotto dalla stazza di «navajo», prova a pensarci disteso sulla panca di una sauna, mentre la sua pelle trasuda «la rabbia, la stanchezza e il dolore». Eccola la «tragedia del corpo» nella contemporaneità, fotografata in un libro-istantanea di gruppo appassionante, ironico, commovente.

C’è una giornata, dentro questo romanzo di Melania Mazzucco: una sola giornata, a Roma, un venerdì di maggio. Ma non è la giornata di Mrs. Dalloway o di Stephen Dedalus: è una delle nostre giornate: «il rombo lontano delle automobili, e milioni di persone che tornano a casa, e s’infilano a letto, e fanno l’amore, e litigano, e dormono, e qualcuno muore, e qualcuno nasce, e tutto continua». Ora dopo ora, si incrociano le vicende di Camilla, che festeggia il suo settimo compleanno; di Kevin che forse se ne è innamorato e non lo sa ancora; di Sasha che non sa più cosa vuole (insegna letteratura a scuola, ma forse non basta più a confortarlo); e di Zero che s’innamora pure lui, di una donna più grande, che diventa un pezzo del suo corpo – come i disegni con cui di notte riempie i vagoni della metro; di Elio che sta per perdere le elezioni, o forse le ha già perse prima ancora che comincino. E poi c’è soprattutto Emma, personaggio indimenticabile, col suo nome «molto letterario»; Emma che perde il lavoro e comincia a piangere, in silenzio, davanti al suo capo («avrebbe strisciato, avrebbe mendicato, gli avrebbe succhiato il cazzo, se glielo avesse chiesto – ma mai e poi mai avrebbe voluto sembrargli una donna fragile»); Emma con il suo grande avvenire dietro le spalle, che non sa più cosa volere (ha i suoi figli, loro soltanto, «creature del cielo, venute da chissà dove, e per noi»): l’unica cosa che sa è di non essere «fatta per restare sola»; e proprio quando pensa di avere ritrovato qualcosa (qualcuno, anzi: l’affetto di qualcuno, «un ragazzo venuto dal buio di un giorno sbagliato»), proprio allora si sta incamminando verso la tragedia. Perché la vita e i romanzi contemplano anche le tragedie: e adesso c’è un uomo, che era stato il suo, un tempo buono come il cognome che portava; un uomo che in questo romanzo diventa Medea, sceglie il silenzio del corpo (il suo e di quelli a lui più cari) – perché ferito da un «no», perché incapace di convivere con il bruciore di una, di troppe distanze.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 15 marzo 2006
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