Caso Sofri. Il giudice e lo storico. Il giudice non dovrebbe scrivere la Storia e lo storico non dovrebbe giudicare

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Il giudice e lo storico (1991)


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Carlo Ginzburg, Il giudice e lo storico. Considerazioni in margine al processo Sofri
Universale Economica Feltrinelli, Milano, 2006
150 p., Euro 7,50.

l giudice e lo storico. La coppia è suggestiva e di una attualità che tocca la pelle. Il giudice non dovrebbe scrivere la storia e lo storico non dovrebbe giudicare. Questa potrebbe essere, forse, la conclusione di questo libro. La premessa, invece, è del tutto diversa. Considerazioni in margine al processo Sofri: recita così il sottotitolo del libro di Carlo Ginzburg. Ed il processo, anzi, i processi giudiziari sono stati in Italia un proscenio sul quale i ruoli si sono pericolosamente confusi.

L’antefatto di questa vicenda è un delitto commesso 34 anni fa: l’assassinio del commissario Luigi Calabresi, ucciso a colpi di pistola sotto casa. Contro di lui il quotidiano militante «Lotta Continua» aveva iniziato una dura campagna di opinione, in quanto lo riteneva responsabile della morte di Pino Pinelli: il corpo del ferroviere anarchico vola proprio dalla finestra dell’ufficio del commissario Calabresi, nel quale era stato convocato per accertamenti, nel corso delle indagini sulla strage di Piazza Fontana, il 12 dicembre 1969.

Nel 1988 un ex operaio ed ex militante di Lotta Continua, Leonardo Marino, si costituisce e confessa al sostituto procuratore della Repubblica Ferdinando Pomarici di aver preso parte all’omicidio Calabresi e accusa come suoi complici e mandanti, Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri e, come esecutore materiale, Ovidio Bompressi. Inizia allora una odissea processuale che termina per la giustizia, con la condanna definitiva di Sofri, ma che rimane ancora aperta per quanto riguarda la nostra Storia.

Il libro di Ginzburg non esce ora. Viene pubblicato da Einaudi nel 1991. «Per influire sull’esito del processo d’appello», scrive l’autore nella prefazione dell’attuale ristampa per la Feltrinelli. Si tratta di una involontaria ammissione di “colpa”, che conferma come in una certa fase della storia italiana tutti hanno favorito la confusione dei ruoli e non rende onore al grande merito di aver fatto luce su una delle più oscure e importanti vicende della nostra storia. Ed è un libro che è riuscito a smontare il castello di accuse e di prove costruite contro Sofri. Se lo storico fa il giudice menoma la sua funzione, alla pari del giudice che avesse voluto riscrivere la storia d’Italia. Ristabiliti i ruoli e messa in soffitta, dopo quindici anni, qualsiasi velleità di “influenza” sul giudizio processuale, resta la lucida e documentata ricostruzione storica di un processo di omicidio che lascia senza risposte domande pesanti sullo stato della giustizia in Italia e, infondo, della stessa società italiana.

Come storico Carlo Ginzburg si è occupato molto di processi d’inquisizione del periodo tra ‘500 e ‘600. Da questi parte per ricostruire la vicenda processuale di Adriano Sofri, a cominciare da una suggestiva analogia. Tanto quei processi, quanto il processo Sofri hanno in comune due elementi: la chiamata di correo e la centralità della figura di imputato-teste. Il lavoro dello storico è dimostrare se ci troviamo di fronte a una coincidenza di elementi non caratterizzanti, ovvero se si tratti di comunanze strutturali che ne determinano la natura.

La ricostruzione di Ginzburg parte proprio dal ruolo dello storico. Certo, di fronte al dilemma “giudicare o comprendere?” si deve optare, insieme a Bloch, per il comprendere. Ma lo storico non deve rinunciare al valore costitutivo della “prova” e della “verità”; l’alternativa è lo scetticismo, insieme pigro e radicale, indifferente eppure acquiescente. Lungo questo crinale si dipana, dunque, l’analisi dello storico. E i risultati sono, a dir poco, inquietanti.

Il 2 maggio 1990, dopo cinque giorni di camera di consiglio, la Corte di Assise di Milano condanna Sofri, Pietrostefani e Bompressi a ventidue anni, Marino a undici anni. Nel gennaio 1991, otto mesi dopo, vengono depositate le motivazioni. Il 2 luglio 1991 la sentenza viene confermata in Appello, anche nei confronti di Sofri che ha rinunciato di avvalersi del gravame. Ma il 23 ottobre 1992 le sezioni unite penali della Corte di Cassazione annullano la sentenza per gravi vizi di metodo e di logica.

E quali sono queste incongruenze? Innanzi tutto, si tratta di veri e propri errori: il colore dell’auto degli assassini, una FIAT 125, blu e non beige; il percorso seguito per allontanarsi dal luogo del delitto, opposto, anzi “al rovescio”, rispetto a quanto risulterebbe da una corretta lettura della cartina di Milano. Poi ci sono le deposizioni dei tre carabinieri che per primi hanno ricevuto le confessioni di Marino: piene di contraddizioni e incongruenze, tanto da far pensare che quella fornita alla fine in Aula non fosse necessariamente la versione vera, ma semplicemente l’ultima. Ed infine va registrata la scomparsa ripetuta di prove fondamentali: i vestiti indossati da Calabresi scompaiono nel 1972 senza che nessuna li abbia mai esaminati; la Fiat 125 viene demolita il 31 dicembre 1988, cinque mesi dopo l’arresto degli imputati; la pallottola che colpì Calabresi viene addirittura venduta in un’asta giudiziaria di corpi di reato.

Ma la crepa più profonda di tutto il castello accusatorio sta nella formale acquisizione a fondamento della condanna di Sofri della “prova logica”: se è vero che in giurisprudenza va difesa la “fallacia della generalizzazione”, tuttavia, la valutazione della chiamata in correità va «valutata globalmente, quando la vicenda presenta intrinseci caratteri unitari e logicamente inscindibili». Insomma per provare che due più due fa quattro basta dirlo, non bisogna trovarlo scritto. E così che Marino testimone-imputato è diventato credibile, malgrado le incongruenze, le contraddizioni, i veri e propri errori, l’assenza di riscontri univoci. Il giudice istruttore Lombardi e il sostituto procuratore Pomarici, insomma, si sono comportati da storici e non da giudici. Siamo tornati alla questione iniziale: ridurre lo storico a giudice significa impoverire la ricostruzione storica; ma fare di un giudice uno storico significa inquinare l’esercizio della giustizia.

Il libro di Ginzburg si conclude con un post-scriptum ed una post-fazione che approfondiscono ed aggiornano l’edizione dell’Einaudi. E non manca un accenno all’ipotesi del complotto del Pci – rispolverata anche di recente – per metter in difficoltà il Psi di Craxi, colpendo i suoi intellettuali, con il ricordo dell’incontro di Marino con l’ex senatore comunista, Flavio Bertone, sindaco di Sarzana, al fine di discutere dell’aspetto “politico” dell’omicidio, un paio di mesi prima che Marino si costituisse. Il 21 dicembre 1993 la Corte di Appello di Milano assolve gli imputati. Ma il 27 ottobre 1994 la prima sezione penale della Corte di Cassazione annulla la sentenza per vizio di forma. La sentenza di Milano era infatti una “sentenza suicida”: il giudice a latere, in dissenso, così come il presidente, con la maggioranza dei giurati, la redasse in maniera talmente illogica da esporsi volontariamente all’annullamento. Così l’11 novembre 1995 la Corte di Appello, riunitasi nuovamente, condanna gli imputati a ventidue anni ed assolve Marino per prescrizione. Il 22 gennaio 1997 la quinta sezione della Cassazione conferma. Nel 2000 viene respinta la richiesta di revisione del processo. Sofri e Bompressi sono attualmente in carcere. Pietrostefani è latitante in Francia.

La giustizia dello Stato si è pronunciata e le sentenze non vanno commentate. Certo, sul piano storico, resta aperta una voragine di incomprensione rispetto ad una storia processuale a dir poco singolare e di fronte al semplice fatto che uno degli intellettuali più lucidi, autonomi e sensibili, Adriano Sofri, resti in carcere per omicidio. Pure la questione della concessione della grazia, malgrado la grande dignità dimostrata dall’interessato, non è diventata in questa nostra Italia oggetto di un dibattito di alto profilo, ma è stata risucchiata dentro le secche della querelle politica contingente.

Il Caso Sofri è stato il nostro Caso Dreyfuss. Ma l’Italia di oggi è ancora priva di intellettuali del calibro di Émile Zola.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 14 dicembre 2006
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