HORCYNUS ORCA. LE STRAORDINARIE INVENZIONI LINGUISTICHE DI STEFANO D‘ARRIGO AL SERVIZIO DI UN POEMA EPICO MODERNO

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Horcynus Orca (1975-2003)


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Stefano D'Arrigo, Horcynus Orca
Rizzoli, 2003
Scala italiani, 1095 pp.
Euro 25,00

a storia personale di Stefano D'Arrigo é strettamente intrecciata con quella del suo poema epico moderno, Horcynus Orca. Un lavoro che ha impegnato l'autore per quasi vent'anni in continue riscritture e aggiunte, invenzioni stilistiche e lessicali, rimandi all'epica classica e alle nuove tecniche di scrittura del '900. (Vedi il saggio L’Orca. Genesi, vicenda editoriale, genealogia culturale e simbolismo del romanzo di Stefano D’Arrigo).

Un impegno costante che ha contruibuito a trasformare I fatti della fera (questo il titolo originario) in un mitico ed epico poema della metamorfosi.

La nuda fabula implicita di questo vastissimo romanzo riguarda alcuni “fatti” avvenuti principalmente nell’arco di otto giorni, dal primo all’8 ottobre 1943 (naturalmente ci sono anche diverse ‘puntate’ narrative al tempo precedente, addirittura fino al 1860). Ma la narrazione esplicita questi fatti nell’intreccio annodando la successione temporale nei modi tipici dell’epos. Il romanzo, infatti, inizia in medias res con l’arrivo del protagonista (un nocchiero della «fu regia Marina»), la sera del 4 ottobre, nel paese delle Femmine (Bagnara, sulla punta meridionale della Calabria), e recupera via via il tempo precedente con una complessa trama di analessi, affidate ora al ricordo e al racconto del protagonista e di altri personaggi ora ai flashback del narratore stesso.

Pur essendo di una vastità e di una difficoltà di lettura a volte scoraggianti (soprattutto per via della particolare ‘lingua’ in cui è scritto, come vedremo), il romanzo non presenta alcuna suddivisione in capitoli titolati ‘dall’esterno’ che possano consentire pause di riposo per il lettore o fornire appigli di ritmo per la lettura: il testo si snoda ondeggiando e rifluendo in un unicum narrativo di rara densità, simulando l’aspetto del mare dello Stretto in rema, con i suoi “bastardelli”, i suoi “spurghi” e i suoi “rifiuti” (cioè le correnti secondarie che si dipartono dai flussi e dai riflussi della corrente principale del mare nell’alternarsi delle maree). Il mare del testo di questo testo di mare, in tal modo, procede avanzando e retrocedendo, e la corrente della narrazione principale si spezza e rallenta producendo correnti secondarie costituite dai ‘ritorni’ del narratore, dalle digressioni e dalle rievocazioni del passato da parte dei vari personaggi, ai quali spesso, in un uso calcolatissimo e abbondante del discorso indiretto libero, il narratore cede la parola.

Le suddivisioni dell’opera sono tutte interne alla narrazione, e quella principale, che grosso modo divide in due il testo, è costituita dai due momenti del nostos del protagonista (da Napoli a Cariddi, la sua città natale sullo Stretto di Messina) e della sua ripartenza verso la morte (avvenuta a Messina, dove il protagonista si reca per partecipare a una regata con gli angloamericani). Sul piano puramente tipografico il romanzo è diviso in tre ‘parti’ segnalate dal semplice cambio di pagina, che approssimativamente rispettano la partizione: la prima parte (dall’inizio a p.343) va dall’arrivo al paese delle Femmine all’arrivo a casa sulla barca della misteriosa femminota Ciccina Circè; la seconda (pp.343-616) è tutta incentrata sull’incontro col padre, dal suo diffidente “riconoscimento” del figlio al suo lunghissimo racconto da cantastorie degli ultimi avvenimenti accaduti a Cariddi (come si vede, le prime due parti coprono solo le circa dodici ore che vanno dal tramonto del 4 all’alba del 5 ottobre, ma sono anche quelle che contengono quasi tutte le analessi); la terza (pp.617-1082), dopo la rapida presentazione dell’Orca (è l’Orca, infatti, la grande novità, il fatto inquietante che trova ’Ndrja al suo ritorno a Cariddi, nonché l’assoluta protagonista fisica e simbolica del romanzo a partire già dal titolo) e la segnalazione della concomitanza tra il suo quarto risveglio nel mare dello Stretto e l’arrivo di ’Ndrja, torna indietro nel tempo alla sera del primo ottobre (giorno dell’arrivo dell’Orca, ma anche della partenza di ’Ndrja da Napoli) per il “riesumo” di tutti i ‘fatti del ferone’, e tocca uno per uno in sequenza tutti i giorni fino all’8 (giorno in cui il protagonista trova accidentalmente la morte mentre si allena per la regata). All’interno di ciascuna parte, il flusso della narrazione è scandito in ‘paragrafi’ di lunghezza molto variabile (dalle poche righe alle parecchie pagine), segnalati da doppi spazi bianchi che non sempre separano nettamente i segmenti narrativi o gli episodi: in alcuni casi, infatti, un unico episodio comprende più ‘paragrafi’, mentre in altri si passa da un episodio all’altro all’interno dello stesso paragrafo.

Si aggiunga, poi, il fatto che uno degli aspetti linguistico-espressivi più salienti del passaggio da I fatti a Horcynus consiste in una sistematica dilatazione del respiro sintattico dei periodi, nel senso che il discorso indiretto e quello indiretto libero del narrato non solo risultano considerevolmente più ampi nel complesso, ma già i singoli periodi si fanno generalmente molto più lunghi e si snodano in una trama articolatissima di frasi incidentali e di subordinate incassate l’una dentro l’altra, al punto che in alcuni casi si arriva a una tale lunghezza che il lettore ha la sensazione di smarrirsi ed è costretto più volte a tornare indietro per ritrovare il filo del discorso.

La grande novità e originalità di Horcynus Orca stanno, però, nella sua particolarissima tessitura linguistica, perché D’Arrigo ha letteralmente inventato una nuova lingua, affinata e portata a capacità espressive inaudite nel periodo della revisione delle bozze de I fatti della fera.

Sulla filosofia del linguaggio, ovvero sull’estetica dell’espressione che informa di sé ogni singolo atomo linguistico del romanzo, è lo stesso D’Arrigo a fornirci le informazioni più illuminanti in un’intervista rilasciata nel 1985: «Ho costantemente cercato di fare coincidere i fatti narrati con l’espressione, la scrittura con l’occhio e con l’orecchio, rifiutando qualunque modulo che mi apparisse parziale, astratto o intuitivo, cioè non completo e assoluto. Non ho rinunciato a nessun materiale linguistico disponibile perché sono partito dall’obiettiva sicurezza che i luoghi della mia narrazione - luoghi topografici ma soprattutto luoghi del testo - restino un fondamentale punto d’incontro e filtraggio delle lingue del mondo. Naturalmente, ogni volta che ho adoperato neologismi o semantiche inedite mi sono preoccupato di fornire immediatamente il corrispettivo metaforico, di scrivere, riscrivere, rifondare il periodo e ‘mirare’ il vocabolo finché non giudicavo d’avere raggiunto l’espressione completa: fino al momento in cui guadagnavo la certezza che il risultato ottenuto fosse quello giusto e definitivo, che la totalità lessicale, sintattica e semantica fosse realizzata, che, sulla pagina finita, la scrittura ‘parlasse’» (in S. Lanuzza, Scill’e cariddi. Luoghi di “Horcynus Orca”, Acireale 1985, pp. 134-135).

Da questo passo, ma anche da una lettura passabilmente attenta dell’opera, risultano confutate quelle descrizioni superficiali della lingua di Horcynus Orca che la presentano come una struttura costituita da vari livelli sovrapposti: quello del dialetto, quello dell’italiano comune, quello dell’italiano letterario o colto e infine quello dei neologismi. In realtà la lingua del romanzo è un tutt’uno denso e autosufficiente, e suddivisioni come quella precedente non descrivono minimamente lo stato delle cose, ma possono al massimo costituire delle semplificazioni astratte e con funzione puramente didascalica. Quello che invece si dovrebbe dire è che la lingua di Horcynus Orca si configura come una ‘iper-lingua’ che nell’insieme è molto più della somma delle suddette parti.

Fondamentalmente, l’operazione linguistico-espressiva di D’Arrigo, il quale muove da un’ansia di totalità e mira con Horcynus Orca a costruire un libro-mondo, è orientata a un potenziamento iperbolico della lingua italiana. Ecco perché nel suo caso sarebbe opportuno parlare di una ‘iper-lingua’, costruita a partire da un innesto sull’italiano e sulle sue regole morfologiche (derivazione per affissi, composizione, assimilazione, incrocio) di una serie di radici attinte dal dialetto e da una sistematica sussunzione di queste ultime, attraverso la decantazione nell’italiano medio, nelle sfere più sofisticate dell’italiano letterario di ogni tempo. Questo spiega, ad esempio, come sia possibile trovare in Horcynus termini dialettali italianizzati (come “alma”, “desio”, “periglio”, “s’affrontava”, ecc.) e neologismi di grande carica espressiva (“trionfera”, “oreocchiare”, “delfifera”, “Ferame”, “Famera”, “dolidoli”, ecc.) e avere nello stesso tempo la sensazione di leggere un testo di poesia o di prosa d’arte dei secoli scorsi. D’Arrigo può permettersi persino di riabilitare nella sua prosa baroccheggiante, sofisticatamente involuta e magmaticamente densa le più artificiose figure morfologiche, sintattiche e semantiche della retorica antica, con una stupefacente disinvoltura e naturalezza, al punto che, oltre ad allitterazioni, paronomasie, ossimori, pleonasmi, chiasmi, sinestesie e metafore ardite, il lettore può incontrare addirittura un paio di accusativi di relazione senza avere alcuna impressione di leziosa forzatura (cfr. pp. 15 e 383).

Horcynus Orca é una lettura che manifesta l'immensa ricchezza tematica con cui Stefano D'Arrigo ha voluto caratterizzare la sua opera. Le scelte lessicali misteriose, i parallelismi tra i suoi personaggi e quelli dei grandi poemi epici, come l'Odissea e l'Eneide, l'Orca vista come simbolo accostabile al Leviatano o a Moby Dick, sono tutti elementi che affascinano e costringono il lettore ad addentrarsi nella grandiosa costruzione su cui D'Arrigo ha trascorso una vita. (Per un'analisi della genealogia culturale e del simbolismo del romanzo, rimandiamo al saggio L’Orca, citato in apertura).


BIBLIOGRAFIA CONSULTATA
Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca, Milano, Mondadori, 1a ediz. gennaio 1975, 1257 pp. (ried. ivi, 1982, con un’introduzione di Giuseppe Pontiggia; rist. 1995). Nuova edizione (qui usata per le citazioni) con le ultime inedite correzioni d’autore, Milano, Rizzoli, ottobre 2003, 1082 pp., con un saggio introduttivo di Walter Pedullà e un’ampia bibliografia (pp. 1085-1096);
Stefano D’Arrigo, I fatti della fera, Milano, Rizzoli, 2000, a cura di Andrea Cedola e Siriana Sgavicchia, introduzione di Walter Pedullà.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 28 gennaio 2004
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Paolo Infusini, (sbutregume@libero.it), Genova, 05/04/'04

E' vero, a volte è dannatamente scoraggiante, sintatticamente coriaceo,cerebralmente indigesto...ma anche così primordiale, crepuscolare,e in un certo senso...intimo!




http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Mar, 7 nov 2006

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