ESPERIENZA TOTALE DELL'ISLAM IN L'INFINITA TRAMA DI ALLAH DI GIORGIO MANGANELLI

ITALIALIBRI - RIVISTA MENSILE ONLINE DI LIBRI ITALIANI, BIOGRAFIE DI AUTORI E RECENSIONI DI OPERE LETTERARIE


L' infinita trama di Allah. Viaggi nell' Islam, 1973-1987


AUTORI A-Z
A
B
C
D
E
F
G
H
I
J
K
L
M
N
O
P
Q
R
S
T
U
V
W
X
Y
Z

OPERE A-Z
A
B
C
D
E
F
G
H
I
J
K
L
M
N
O
P
Q
R
S
T
U
V
W
X
Y
Z



Giorgio Manganelli, L' infinita trama di Allah. Viaggi nell' Islam, 1973-1987
Quiritta, (2002)
pp 133, Euro 13,50

«Non è possibile non desiderare spasmodicamente di andare a Bagdad. Tutti, anche quel mio amico che quando va a Rieti si sente espatriato, mi hanno guardato con rancorosa bramosia: che credevo di essere? Marco Polo?»

rovarsi a imbastire su Manganelli, come li chiamò Cioran, “esercizi di ammirazione” vuol dire risvegliarsi in un groviglio di imbarazzi. Che siano le sue menzogne letterarie, i saggi, le recensioni, le interviste, o, come in questo caso, i reportages, è talmente acuto e divertente, che il meglio che si possa fare è darne un po’ di esempi, spalancare le virgolette e riempirle di citazioni.

E così arrendersi, mettersi in un angolo e ascoltarlo ancora, funambolo impaurito e temerario, in bilico sui suoi fili di parole: bave lucenti sospese sulle voragini del sacro, dell’anima, della scrittura, del nulla. - Il bello è che, così abissale e scrupoloso, è proprio divertente: se in Italia qualcuno ha scritto battute da far gara con Billy Wilder e Lubitsch, ancora più, tanto per dirne uno, di Flaiano, questi è stato Manganelli, che però aveva la colpa di essere spaventosamente colto. Ma perfino questa menda - avrebbe detto lui - onerosa, non cancella il fatto irrefutabile: Manganelli fa ridere, e il riso, come dice il dottor Freud del corpo, tradisce l’anima e non mente mai.

Quiritta è una giovane casa editrice romana, dall’ottimistico nome antico (Dante lo usa un paio di volte: vuol dire un perentorio “proprio qui!”); ha già un catalogo bellissimo, che di Manganelli include Il vescovo e il ciarlatano, raccolta di scritti, consuetamente geniali, di psicoanalisi.

Anche nella raccolta dei suoi reportages da paesi islamici L’infinita trama di Allah, sotto una copertina di casta neoclassicità, pullulano e sbottano le spore d’un’intelligenza incontenibile - e magari proprio per questo ritrosa, refrattaria anche a se stessa, cogitabonda e temeraria, capace di sgattaiolare da sé grazie ai fulminei esorcismi del comico.

Tutte le meraviglie che si incontreranno ne presuppongono una, che è “la” frase di Manganelli: selva, spazio quantistico in cui transitano assieme i fuochi del sacro, gli ingorghi del comico, l’animismo di simboli vivi, la corposità delle descrizioni, gli umori e le teologie, l’io e il tu, la preghiera, l’attenzione, il dileggio. Una frase di Manganelli è sempre un’India, o, come dice qui delle case di Lahore, un cubo di aromi. Si veda la mezza pagina che vola sui fasti di Bagdad, l’altra che segue le ambagi di un suk costipato di cenci e scarabattole; e poi la descrizione dell’eleganza dei corpi e delle voci degli arabi, o delle angosciose prigioni ambulanti dei burka, o quella micidiale che riconosce nell’avulso presidente Leone in visita in Arabia un fascinoso pupotto dickensiano. Tutto raccontato – non è il mondo coacervo e contraddizione? – con ossimori illuminanti, elenchi perfetti dalla chiusa sorprendente, con attacchi che catturano al volo e chiusure che lasciano la fascinazione nell’aria, sospesa aureola che circonfonde, come un utero fantastico, il libro e il suo lettore.

E, se comico è spesso l’attacco – l’uomo d’Occidente che parte –, il percorso porta il viaggiatore al progressivo spogliarsi di umori e di idee, fino alla contemplazione essenziale che l’Islam impone di sé, come mondo in cui tutto è votato al sacro: «il mussulmano, anche il navigatore, il viaggiatore, l’esule, non esce mai dal perimetro che Allah gli ha disegnato intorno e inciso dentro». Non c’è categoria dell’Occidente, come si dice, secolarizzato – stato, confine, individuo -, che qui possa pretendere di funzionare indenne: « il Pakistan sono quattro nazioni, cinque lingue, ma una, una religione; ed è una religione che non sa distinguere tra sacro e profano. Niente è laico.» Come del resto anche in Manganelli, che però ha coltivato, destino incauto e petrarchesco, dèi appena ulteriori, brusii hilarotràgici tra sconfinate paludi mentali, tra lande infere refrattarie a rivelazioni pure, a perentorie dettature coraniche: cosa di più “occidentale”? - Ma senza che da questo ricavi piedistalli per giudicare nessuno: uomo del suk o della moschea, guerriero Pathan o poeta di Saddam.

Lo scandalo di questo libretto è allora un amore per l’Oriente così com’è, amato nella sua stessa incomprensibilità: «Diamo per pacifico che l’Oriente sia indifferente alla storia, riluttante alle sperimentazioni, che la sua idea di sviluppo e progresso non sia commensurabile alla nostra; lo metteremo dunque nella prima elementare, nella prime delle nostre elementari? No, l’Oriente per chi non sia proprio così compattamente moderno, non è questo; è una oscura intensa congerie di immagini, di messaggi, indizi e segnali»; «L’Oriente è una provocazione: è la nostra angoscia, il nostro sogno che «compensa», come dicono gli psicanalisti, il discorso estroverso e colto del nostro io. L’Oriente è anche il nostro suicidio, ma a mio avviso è del tutto sano e onesto coltivare con diligenza il nostro minuscolo suicidio. Ci ridimensiona.»

Facile intuire che un Bush non capirebbe una parola. Ma Bush non cerca il Corano, né la poesia di Gialâl ad-Dîn Rûmî, né i detti di Rabi’a, né il tappeto sconfinato delle Mille e una notte, né la mistica di Al-Ghazali,: tutte cose che renderebbero più imbarazzante un bombardamento.

(...c’è un punto in cui anche la trama infinita di Allah fa intravedere un oltre: un Sacro a sua volta ulteriore, che Manganelli scruta, al museo di Peshàwar, in una tavoletta votiva. E’ uno dei resti del sorprendente regno di Gandara, il quale, sorto sulla scia di Alessandro, «scrisse in greco, parlò anche greco, e fu buddista»: «raffigura una figura umana in adorazione del fuoco. Il gesto potrebbe essere zoroastriano e indù; ma il disegno, la grafia vengono da molto lontano. Un ignoto artista ha aggirato l’intensità della cerimonia, la preclusione del simbolo; ed ha scoperto, al di là dell’illusorio e dell’eterno, la grazia del corpo, della veste, il moto irrequieto del fuoco. Ha scoperto un segno inebriante e tragico della bellezza, qualcosa che è inseparabile dall’effimero, che nessun rito può redimere, qualcosa che deve essere mortale per essere perfetto, per essere gioia.»)

A cura della Redazione Virtuale

05 Febbraio 2004
© Copyright 2000-2004 italialibri.net, Milano - Vietata la riproduzione, anche parziale, senza consenso di italialibri.net





Novità in libreria...




Per consultare i più recenti commenti inviati dai lettori
o inviarne di nuovi sulla figura e sull'opera di
Giorgio Manganelli

|
|
|
|
|
|
|
I quesiti
dei lettori




I commenti dei lettori


I nuovi commenti dei lettori vengono ora visualizzati in una nuova pagina!!



http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Sab, 7 ott 2006

Autori | Opere | Narrativa | Poesia | Saggi | Arte | Interviste | Rivista | Dossier | Contributi | Pubblicità | Legale-©-Privacy