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Intorno ai sette colli

| FRANCAIS |


Julien Gracq, Intorno ai sette colli (Autour des sept collines)
Laterza, 1991
pp. 616 Euro 28,4

ulien Gracq ha scoperto e visitato Roma a 66 anni, durante l’estate del 1976. Non rimase completamente conquistato da questa città dove «la proporzione delle auguste rovine, delle reliquie d’arte e delle costruzioni culturali è troppo forte», ma d'altraparte ci confida di non essersi mai annoiato: Gracq è un autore solitario che trova fascino e poesia nelle strade e negli angoli tranquilli e insoliti (Cfr: i Carnet di viaggio nei quali descrive i suoi itinerari in Francia). Non appare dunque strano che la Roma turistica non abbia destato la sua ammirazione. Roma gli suscita uno spirito esacerbato, un umore esecrabile faccia a faccia della bellezza convenzionale. Gracq è dunque costantemente pronto alla critica, ma offre, per questa sua attitudine inusitata, un punto di vista e alcune riflessioni che non mancano di interesse, talvolta sorprendenti, tra i concerti di lode abitualmente consacrati alla Città Eterna.

Questo libro infatti alla sua uscita ricevette dei commenti vividi da parte della critica. Gracq si reca dunque a Roma quell’anno, passando prima da Venezia, della quale ama «la sonorità, i rumori, l’intimità, assolutamente imprevedibili…»; poi Firenze, l’Umbria che ancora non conosceva e conviene, attraversandola, che Stendhal, amando Milano e i laghi lombardi, esagerasse. La costa amalfitana non trova favore ai suoi occhi: troppo bella, troppo fotogenica, Sorrento fa parte di quelle «vedute classiche, illustrate, e sono, ahimè, dei pellegrinaggi paesistici, fatti per gelare in anticipo l’emozione che meritano certamente, alla stregua dei pellegrinaggi d’arte…me ne voglio un poco per essere venuto ad appuntare, come in officina: Maggio 1976 – Baia di Napoli – Vista».

A Pompei deplora di non vedere visitatori isolati ma «dei gruppi che battono l’acciottolato, ciascuno agglomerato attorno al suo Cicerone, come lo sciame attorno all’ape regina» lui che si compiace «in un paese vuoto». Di Roma, Gracq ama le sue colline con la loro «vista lontana e a strapiombo sulla città dorata per la polvere del tramonto», Ostia della quale «la passeggiata lungo le vie lastricate est solitaria e affascinante», Frascati e l’impianto della villa Aldobrandini. Gracq si stupisce che il mattone rosso sia «la livrea di Roma antica, infinitamente più simile alla cattedrale d’Albi che al Partendone». Gracq ha il coraggio di affermare che l’arte plastica dal 300 A.C. al 400 D.C. lo annoia: «Ottocento anni di recidive ripetizioni meccaniche, ottocento anni di Lede con cigno e foglie d’acanto, che nausea! Nessuna primavera d’arte smuove questo tritume fastidioso, queste scialbe repliche».

Ama vagabondare sul «modesto cocuzzolo del Capitolo» rischiarato dal sole, o sui lungoteveri. Il «riutilizzo della rovina» lo affascina quanto le "SPQR" sulle placche delle cloache. Gracq dona libero corso al suo spirito critico di fronte a Castel Sant’Angelo, tomba d’Adriano e poi di San Pietro, del quale trova la facciata piuttosto stretta e misera. Alla Cappella Sistina, giudica che «la composizione è meno sovranamente centrata di quanto ci si aspetti ed è il brulichio "indù" che la sostiene». Qualifica il Colosseo come «fossile monumentale smisurato, che esibisce quasi impudicamente la macchinazione messa a nudo della vita collettiva della quale conserva l’impronta», ma trova in Piazza di Spagna un fascino intimista per quanto sia «una delle viste di Roma a colori più spesso riprodotte sui calendari postali».

Gracq è egualmente sedotto dalle piazze e dalle piazzette di Roma «alle quale nessuna via importante conduce», sulle quali dei «vecchi dalla barba di fiume, delfini, tritoni, naiadi, cavalli marini, ippocampi…menano…un sabba acquatico inopinato…» e particolarmente Piazza Navona e Piazza del Capitolo, la prima sempre formicolante di persone, la seconda sempre deserta. Ma la sua conclusione su Roma è assai sensata, egli ha ben compreso che questa città è essa stessa un museo e che bisogna sapervi vagare senza una meta precisa. Questo libro scritto con una bellissima scrittura, che spesso si svia, incita tuttavia ciascuno a riflettere su che cosa siano arte e bellezza.

A cura della Redazione Virtuale de «La Libreria di Dora»

Milano 26 febbraio 2002
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